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Taniya George

Chi dice Cristo che siamo noi?

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di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei Missionari Identes
Commento al Vangelo del 16-09-2018, XXIII Domenica del Tempo Ordinario, Madrid. Isaia 50, 5-9a; Lettera di Giacomo 2, 14-18; Marco 8, 27-35.)

Una risposta popolare e di moda alla domanda sulla vita umana (o sulla vita in generale) è che la vita è… informazione.

Le cellule immagazzinano informazione genetica in pacchetti di DNA chiamati cromosomi. Questo spiega molti aspetti dell’evoluzione e della malattia, ma, ovviamente, il concetto di vita è più che biologico, sociale, morale o psicologico. Più ancora, dobbiamo capire il termine “vita” ed il concetto di “persona” al di là della prospettiva individualista e questo è il punto centrale delle Letture di oggi.

Non inganniamoci; Gesù domanda: Chi dice la gente che io sia? ma il suo principale interesse è rivelarci chi siamo noi. La domanda originale ebbe come risposta l’intervento ispirato di Pietro, ma, per essere fedeli alla nostra identità, dobbiamo sperimentare la croce e seguire i processi descritti da Isaia e Giacomo. Questo non è solo qualcosa di interesse intellettuale, bensì un percorso di vita che gradualmente ci dà prospettiva e costanza. Gesù Cristo voleva che i discepoli conoscessero bene la Sua identità come Messia e Servo Sofferente, perché si supponeva che lo avrebbero dovuto prendere come modello per le loro vite.

Non possiamo capire la nostra vera natura ed i piani di Dio senza sommergerci in un’interazione costante con le persone divine. Come disse San Paolo ai Corinzi: Lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. (1Cor 2, 10-11).

In generale, noi non abbiamo la visione necessaria per penetrare profondamente nel mistero del piano di Dio:

C’erano tre alberi giovani che crescevano insieme nel bosco. Erano giovani, sani ed ambiziosi. Un giorno condivisero i loro sogni. Uno voleva essere parte della struttura di un castello o di un palazzo, per diventare spettatore della vita della nobile e potente società.

Il secondo voleva finire come albero in un grande vascello, navigando per il mondo con un grande spirito di avventura. Il terzo sperava di finire come parte di qualche monumento pubblico, davanti al quale la gente si sarebbe fermata, l’avrebbe ammirato e avrebbe fatto fotografie. Passarono gli anni, ed i tre furono tagliati.

Il primo fu tagliato, ed i suoi pezzi servirono per costruire un presepe per una stalla a Betlemme. Anche il secondo fu tagliato, ed il suo tronco fu vuotato per costruire una scialuppa che fu lanciata nel Mare di Galilea. Il terzo venne tagliato in travi, due delle quali si unirono per formare una croce sul Calvario.

La Prima Lettura pone le basi per comprendere la natura della nostra esistenza: non siamo soli. Possiamo dire col salmista: Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi. Isaia dà una potente descrizione della Sua presenza nelle situazioni più stressanti: Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio per ascoltare…. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso,…. È vicino Chi mi rende giustizia.

Questo è molto rilevante, perché le nostre reazioni davanti a situazioni di sofferenza sono sentimenti di tristezza, ansietà o forte tensione interiore che possono essere molto forti per un tempo limitato.

In generale, prevalentemente la nostra risposta è una dei seguenti:

Evitare, Fuga. Il ricorrere all’evasione per lottare con lo stress evita che impariamo a trarre vantaggio in situazioni difficili. Fuggire dallo stress ci fa semplicemente diventare più preoccupati quando riappare la tensione ed aumenta l’ansietà. L’auto-inganno ed altri meccanismi di difesa, come la giustificazione, sono gli strumenti standard per la nostra evasione.

Attacco. Se attaccare è il tuo stile, ti troverai a combattere la difficoltà originale… ed altre nuove, provocate dalla tua aggressività e ribellione. E’ stato il caso di San Pietro, descritto nel Vangelo di oggi; nessuno di noi vuole che altri soffrano, per cui inizialmente egli non poteva accettare la verità rivelata da Gesù.

Distrazione. Il pasto, il divertimento insensato o non necessario, le droghe o gli acquisti, possono realizzare una gratificazione istantanea, ma rimandare sempre la nostra risposta è pericoloso.

La cosa peggiore di tutto, come è facile vedere, è che queste reazioni rovinano le nostre relazioni con Dio ed il nostro prossimo. Specialmente quando la contrarietà proviene da uno scontro con la volontà di Dio o come risultato di un malinteso. Non abbiamo una prospettiva divina, e anche con la migliore buona volontà, vediamo molte volte tutto da un punto di vista mondano: dopo la confessione di Gesù come il Cristo, il Messia, Pietro sentì dire a Gesù, tu sei un uomo benedetto, e al minuto seguente, Gesù dovette rimproverarlo: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

La Seconda Lettura approfondisce ancora di più gli effetti della presenza di Dio nelle nostre vite. Egli è qui per qualcosa di più che proteggerci dalla vergogna e dalla disgrazia. La fede in Lui ci porta a nuove sfide ed opportunità per amare il nostro prossimo. Ogni atto d’amore nutre la nostra fede e questa interazione tra la fede e l’amore vero dà significato e direzione alle nostre vite. È l’unico modo in cui possiamo essere veramente autentici con noi stessi. Questa è la ragione per la quale, rispetto al vecchio dibattito sulle relazioni tra la fede e le opere, C.S Lewis disse che assomiglia a domandare quale delle due lame delle forbici è più importante.

Quando siamo aperti agli impulsi dello Spirito Santo, scopriamo che la vera allegria può provenire solo da una vera oblazione.

Perché i Supereroi sono tanto rilevanti nella cultura popolare? Superman, Batman, Wonder Woman, Spiderman, I Guardiani della Galassia…. Quello che attrae i loro ammiratori è la capacità di questi eroi di trascendere le limitazioni imposte su di noi, siano esse il nostro egocentrismo, le paure o la nostra inclinazione al male. Questo è stato analizzato molte volte. Aspiriamo ad imitare i loro nobili impulsi ed atti eroici. Ci piacerebbe identificarci con loro. I Supereroi sono un modello per noi, e sono fatti a nostra misura. L’importante qui è che tutti questi personaggi dedicano le loro straordinarie abilità ad aiutare gli altri. Nella vita reale, abbiamo molte limitazioni per farlo correttamente: il nostro favoritismo, la mancanza di energia, l’orgoglio e le preoccupazioni personali, ci impediscono di vivere un amore ed una generosità illimitati.

L’invito di Cristo non è una invenzione: Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà. La chiave è che solo in Lui troviamo la maniera di rinunciare alla nostra vita. E questo significa morire alla falsa immagine che abbiamo di noi stessi. Altrimenti, presto o tardi, saremo un triste esempio dell’osservazione di Cristo: Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? Egli stesso fu un esempio vivo, respingendo il tipo di Messia glorioso che i suoi discepoli pensavano che avrebbe dovuto essere. Per riuscire a capire che cosa è realmente la vita, potremmo fare una visita a quattro posti che ci aiuteranno a camminare in presenza del Signore: un ospedale, una prigione, un cimitero ed il cuore del nostro prossimo.

Portare la croce significa seguire la volontà di Dio nonostante le paure e le inclinazioni che non possiamo eliminare, solo sopportarne il peso. Ma, come le Beatitudini e la nostra esperienza personale c’insegnano, perfino (in particolare) nelle sofferenze, sperimentiamo la misericordia di Dio.

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Consigli per approfittare al massimo della Santa Messa

  1. L’Orazione della Colletta. La Colletta è una forma di orazione del sacerdote che finisce il rito introduttivo della Messa. “Colleziona” o “riunisce” le cinque parti dell’orazione intorno ad un tema comune. Spesso questo tema si prende delle Scritture, dall’epoca liturgica o dal motivo che ci riunisce nella messa per pregare insieme. La Colletta consta di cinque parti che si centrano su un tema comune. 1. Dirigerci a Dio 2. Caratteristica di Dio nella quale ci fissiamo (questo forma la base della richiesta) 3. La Petizione (chiediamo qualcosa a Dio) 4. Il risultato che desideriamo 5. La Conclusione Dossologica. Un esempio: 1. Dio Onnipotente 2. A coloro i quali tutti i cuori sono aperti, tutti i desideri conosciuti, e di coloro ai quali non si nascondono segreti: 3. Purifica i pensieri dei nostri cuori con l’ispirazione del tuo Santo Spirito 4. Affinché possiamo amarti perfettamente e lodare degnamente il tuo Santo Nome 5. Per il Signor Gesù Cristo nostro Signore, Amen.

Visita del Vescovo nella Missione Identes in Chiang Mai

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Il giorno 11 agosto i missionari Identes ricevemmo per telefono la notizia che il Vescovo di Chiang Mai voleva visitare il nostro Centro Pastorale.

Lo chiamammo per aver conferma e ci disse che effettivamente aveva deciso di venire a celebrare Messa con noi e di voler conoscere il luogo in cui si sarebbe costruita la Chiesa.

Lo comunicammo ai parrocchiani che normalmente vengono ogni domenica.

All’inizio c’erano poche persone; pensavamo che era perché coincideva con la celebrazione della festa della madre in Tailandia. Ma quando la messa cominciò, presieduta dal Vescovo Sua Ecc.za Francis Xavier Vira e dai missionari Thinnakorn Latoo e Francisco Sánchez, continuarono ad arrivare persone e si riempirono sia la cappella che la parte esterna complementare. Il Vescovo fece un’omelia semplice sulla sua visita a Chiang Rai il giorno prima, per la celebrazione dei 25 anni di sacerdozio di un sacerdote diocesano. Questo gli diede spunto per parlare dell’importanza delle vocazioni e di come ora la gioventù sia minacciata dalla droga e dal consumismo. Dopo commentò le letture del giorno sul profeta Elia che fu nutrito nel deserto, e poi parlò dell’importanza dell’Eucarestia che è il Pane di vita. Attraverso questo pane di vita potremo ottenere molte vocazioni. Alla fine lo ringraziammo per la sua visita a nome di tutti i parrocchiani e dei misionari identes.

Dopo la Messa condividemmo, come sempre, prendendo un caffè e dei biscotti. Il Vescovo mostrò la sua caratteristica amabilità con tutti. Gli dicemmo che nostro fratello Tanongsak era andato a Wiang Pa Pao e gli presentammo i parrocchiani che lo circondavano. Egli mostrò il suo interesse parlando con ognuno di loro. Poi gli mostrammo il luogo dove pensiamo di costruire la chiesa. Egli ci disse che desiderava che la  chiesa si potesse costruire entro il prossimo anno che coincide con il 350° anniversario dell’inizio dell’evangelizzazione in Tailandia e ci chiese:”siete d’accordo”?Naturalmente gli dicemmo di sì, con l’aiuto di Dio, visto che ancora non abbiamo i fondi per costruirla: Egli ci disse che voleva fare un annuncio affinché tutti i parrocchiani ci aiutassero mettendo  un piccolo contributo, e si sarebbe potuta raccogliere una quantità  sufficiente per una buona parte della costruzione e, insieme ad altri aiuti,  avremmo potuto costruire la chiesa, in forma semplice, giacché quel che importa sono le persone che ne hanno bisogno.

Ci disse anche che ci sono molti giovani che si avvicinano alle droghe perché non sanno che fare nel tempo libero. Gli dicemmo che abbiamo in progetto di creare un luogo per lo sport, la qual cosa gli parve molto buona, visto che qui non c’è nulla e che vi verrebbero molti giovani.

Gli dicemmo anche che abbiamo già un progetto per la chiesa e che quando sarà definitivamente approvato dal nostro Presidente, glielo avremmo mostrato e ne fu contento.

Per ultimo ci disse che riguardo alla nostra richiesta, egli accettava di venire a presiedere la messa di anniversario della morte del nostro fondatore Fernando Rielo, il 6 dicembre prossimo.

Tornò alla sua residenza a Chiang Mai, guidando lui stesso e ci disse che se ne avessimo avuto bisogno, ci poteva prestare la sua macchina.

Domenica intensa nella nostra misione di Saraphi (Chiang Mai)

By | Asia, Tailandia | No Comments

Como es habitual, el pasado dia 24 de junio, festividad de San Juan Bautista, celebramos en nuestro centro pastoral la Santa Misa dominical que, en esta  esta ocasión incluyó de manera especial la administración del sacramento del bautismo a una pequeña de siete meses, sobrina de una de las feligresas miembro de la Familia Idente.

Al término de la Santa Misa y tras los consabidos momentos de convivencia en torno a unos dulces, hemos tenido nuestra reunión mensual con varios fieles, para compartir experiencias espirituales a partir de la lectura en común del Evangelio. Algunos de los participantes en esta reunión eran padres de familia, cuyos hijos estaban reunidos al mismo tiempo con una misionera que les iniciaba en la catequesis.

Ya por la tarde, tuvo lugar la cita mensual con los feligreses y amigos que se van acercando más para conocer el carisma de la  Familia Idente. La actividad comienza con una reunión de carácter formativo centrada en la espiritualidad de la familia, con base en documentos pontificios y en el Nuevo Testamento. Estas reuniones están a cargo de nuestros hermanos tailandeses Yotsaya y Tinnakorn y  percibimos que van siendo cada vez mejor acogidas. Tras la reunión se comparte la cena, en la que participan todos de diferentes maneras,  seguida de animaciones de música, juegos, etc.. para alegría especial de niños y jóvenes.

Il Procuratore generale, P. Fernando Real, visita la Tailandia

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Lo scorso 22 maggio ricevemmo a Chiang Mai, al nord della Tailandia, la gradita e sempre consolante visita del procuratore generale, P. Fernando Real, Missionario Idente, proveniente da Nuova York.

Dopo aver riposato del lungo viaggio, si incorporò alle attività della provincia con la messa quotidiana alle 6.30. Ricevemmo nostro fratello Fernando con gratitudine verso nostro Padre Celeste e verso i superiori, per la sua presenza che sempre ci aiuta e ci conforta, a distanza, quando è lontano, e ora direttamente, in questa visita, con il suo esempio di ordine, disciplina, studio e santità nella vita quotidiana. Nostro fratello Fernando gradì le nostre parole e parlò ai giovani da parte del nostro Presidente, sulla loro onesta e perseveranza, nonostante questo non sia facile per loro. Dopo la Santa Messa cenammo fraternamente nella casa delle nostre sorelle.

Mercoledì 23, dopo aver celebrato la Messa quotidiana alle 6.30 del pomeriggio, i missionari e le missionarie celebrammo il compleanno del nostro fratello probante Somchai, nella residenza dei missionari.

Venerdì 25, nell’orazione del mattino dirigemmo alcune parole di saluto al nostro caro fratello Rueangdet, che torna negli Stati Uniti per continuare i suoi studi. Dopo, Fernando tenne una piccola conversazione-conferenza. Poi ricevemmo la visita di un giovane italiano che abbiamo conosciuto e che è alla ricerca, ragion per cui il nostro procuratore generale gli indicò di leggere il Vangelo, di recitare il Trisagio e di aiutare i giovani partecipando alle riunioni della Famiglia Idente.

Sabato 26, in mattinata, ci recammo a Wiang Pa Pao, nella provincia di Chiang Rai, più al nord di Chiang Mai, per tenervi un Motus Christi con i ragazzi ed i giovani che risiedono lì, che sono normalmente circa 200 alunni, in maggioranza cattolici. Il nostro caro fratello Fernando parlò del documento di Papa Francesco sulla santità, in un modo tanto semplice e con tanti esempi, che lo capirono tutti, dai più piccoli di 9 anni, ai più grandi di 19 anni, ed anche alcuni professori che erano presenti. Dopo che gli studenti si furono riuniti in gruppi per rispondere a tre domande sulla loro esperienza spirituale, e dopo aver mangiato, ci riunimmo di nuovo in chiesa perché essi potessero condividere le loro opinioni con tutti. A continuazione, due giovani diedero la loro testimonianza sulla loro esperienza della vita di santità e sul nostro carisma. Dopo, celebrammo la Messa ed una giovane ringraziò a nome di tutti gli studenti per l’interessante conversazione che aveva ricevuto per la sua vita spirituale.

Dopo questa bella attività apostolica, speriamo fruttuosa, avemmo la Messa nella cappella della residenza con le sorelle, e poi cenammo insieme, come tutti i sabato. Il giorno 27, come ogni domenica, celebrammo la Messa mattutina, presieduta dal nostro caro fratello Thinnakorn, con una bell’omelia sulla Santissima Trinità , concelebrata dal nostro procuratore generale, Fernando, e dal nostro fratello Francesco, superiore provinciale.

Dopo un rinfresco, avemmo il gruppo del vangelo come ogni ultima domenica del mese; questa volta più numeroso e partecipato del solito, mentre nostra sorella Yotsaya faceva la catechesi ai bambini. Poi pranzammo nella residenza dei fratelli ed invitammo a casa due nuovi giovani.

Dopo il pranzo familiare, ci preparammo per la conversazione-conferenza della Famiglia Idente data dal nostro caro fratello Fernando, partendo dalla lettera agli Efesini 1,3-4, passando per il documento di Papa Francesco, però in relazione con la vita familiare, in una vita di santità quotidiana.

L’Ascensione di Cristo significa che non siamo mai soli

By | Vangelo | No Comments

di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei Missionari Identes
Commento al Vangelo dell’13-05- 2018, Ascensione del Signore, Perù. (Atti Apostoli 1, 1-11; Efesini 4, 1-13; Marco 16, 15-20)

Qual è il messaggio di questa solennità per tutti ed ognuno degli esseri umani? Prospettiva. Siamo stati resi capaci a vedere il luogo di Gesù in questo mondo e nel Cielo. Ma, contemporaneamente, condividiamo una visione della nostra vita con gli occhi del nostro Padre Celestiale: sappiamo che il nostro destino finale è stare con Lui.

Autostima? Ma la dura realtà presente è che, ai nostri giorni, molti di noi si sentono più insicuri che mai. La nostra vita è sotto pressione. Sei in mezzo ad una conversazione cruciale con una persona giovane che affronta la solitudine e la sofferenza, e sai che 30 persone ti stanno aspettando per iniziare una riunione importante… che ancora non hai preparato. Quella relazione che devi consegnare al tuo capo o al tuo superiore… era per ieri. Hai una lista di cose da fare, per tanto tempo, che puoi già vedere arrivare alcune notti in bianco nei prossimi giorni.

È facile sentirsi ansiosi ed oppressi nel qui e ora. Quando ci centriamo su quello che sta immediatamente di fronte a noi, possiamo perdere la prospettiva di quello che realmente importa nella vita. Dovrei scegliere tra due cose importanti e necessarie? Devo correre continuamente da un posto ad un altro? Queste domande non hanno una risposta chiara. Oltre a ciò, spesso veniamo fraintesi nel fare il bene e riceviamo solo commenti negativi ed opposizione. Alcuni possono farlo per invidia e ad altri non piace il modo in cui gestiamo le situazioni. Ma questo non è tutto; i nostri peccati ci impediscono di avere una comprensione realistica della nostra situazione. Questo è, per credenti e non credenti, la principale fonte di insicurezza. Nonostante la nostra buona volontà, finiamo per non sentirci bene con noi stessi in nessun modo.

Nella cultura moderna, la panacea, la droga miracolosa per questa situazione, sembra essere la regola di dire “àmati” (ama te stesso). Indipendentemente dai nostri errori personali, dai nostri difetti o dall’opinione di altre persone, siamo invitati ad amare noi stessi. Quando una persona si trova con una bassa autostima, generalmente viene invitato a mettersi a fuoco unicamente nelle migliori parti di se stessa, come un modo di allontanarsi dai suoi tratti poco attraenti o imperfetti. È una pratica utile stare attenti ai talenti, ai risultati e ai doni che abbiamo. E, certamente, non è salutare che si considerino solo gli aspetti  negativi del nostro carattere e comportamento. Tuttavia, entrambe le messe a fuoco sono insufficienti… perché entrambe rappresentano una visione individualistica della persona.

Nel secolo XX, la Psicologia Umanista sosteneva che l’autostima è fondamentale per la salute mentale ed emotiva ed è essenziale per tutti i risultati. Ma d’accordo con questo pensiero, quanto maggiore è l’autostima, meglio stiamo, e tutto quello che la diminuisca, specialmente l’autocritica o la critica degli altri, è dannoso. Questo è il problema col concetto di autostima che, sebbene sia qualcosa di necessario per evitare la depressione, per attivare tutto il nostro potenziale o tollerare relazioni abusive, si converte facilmente in esclusivo ed assoluto, il che ci porta all’incapacità di imparare dai nostri errori e a varie forme di narcisismo.

Immagina che stai guardando l’orizzonte dal balcone della tua stanza. Gli alberi, le montagne, un fiume ed un piccolo lago. In tutto, vedi la bellezza e non vai a fissarti sulla spazzatura nella strada di sotto. Non è perfetto; vediamo la bellezza e ne godiamo. Potremmo perfino decidere di ritirare quella spazzatura…. Ma in qualsiasi caso prendiamo la totalità di quello che si vede.

Possiamo avere allora una prospettiva più realistica? Questa è una domanda importante perché la nostra prospettiva nella vita comincia a dare forma alle nostre priorità e quelle priorità modelleranno le nostre opere.

Come è noto, Viktor Frankl indicò che coloro che hanno un “perché” per vivere, possono sopportare quasi qualunque “come”. Questo è un passo importante. Invece di contemplare il mio io, si insiste su qualche obiettivo essenziale nella vita, e questo ci dà l’opportunità di tenere conto positivamente del nostro prossimo. In realtà, è facile concordare col famoso psichiatra Elisabeth Kübler-Ross, quando disse che le persone più belle che ella aveva conosciuto erano quelle che avevano conosciuto la sconfitta, la sofferenza, la lotta, la perdita di qualcosa (o qualcuno) di sostanziale nelle loro vite, e avevano trovato il modo di risalire da quelle profondità (di dolore).

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Ma Cristo, con la sua Ascensione, ci dà la visione più completa, la migliore prospettiva possibile delle nostre vite. Egli NON sta parlando di un obiettivo, bensì di una missione. La differenza è che una missione è un lascito, un’eredità, qualcosa che riceviamo in un atto di fiducia: in questo caso, sorprendentemente, siamo invitati a prendere il posto di Cristo. Uscirono e predicarono da tutte le parti, mentre il Signore lavorava con loro e confermava la parola attraverso dei segni che li accompagnavano.

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Ogni momento della vita di nostra Madre Maria è una proclamazione della fiducia e  della misericordia di Dio. Malgrado non potesse capire completamente la portata della grazia ricevuta, si rifugiò nella prospettiva più autentica: la fedeltà ad una missione ed il rinnegamento, più che l’autostima, dà, ad ognuno di noi ed al nostro prossimo, l’immagine vera e divina del nostro essere: Perché egli ha guardato con gradimento l’umiltà della sua serva. D’ora in poi, tutte le generazioni mi chiameranno beata.

La seguente storia ci mostra che non solo nostra Madre Maria, ma anche tutti noi, ci trasformiamo quando riceviamo ed accogliamo una missione, benché sia apparentemente qualcosa di molto semplice.

Una maestra di scuola fu assegnata a visitare i bambini di un ospedale e ricevette una chiamata di sollecito per visitare un bambino in particolare. La sua capa disse all’altro lato del telefono: Ora stiamo studiando sostantivi ed avverbi in classe. Tu ringrazierei se potessi aiutarlo, affinché non rimanga indietro rispetto agli altri bambini. Fino a quando la maestra visitatrice non entrò nella stanza dal bambino, non si rese conto di essere nell’Unità Ustionati dell’ospedale. Nessuno l’aveva preparata all’idea di trovare un bambino orribilmente bruciato e con grandi dolori. La maestra sentì che non poteva voltarsi e andare via. Ed allora balbettò: Sono la maestra dell’ ospedale, e la tua maestra mi ha mandato ad aiutarti con i sostantivi e gli avverbi. Il  bambino aveva tanto dolore che appena rispose. La giovane maestra fece quello che poté nella sua lezione, imbarazzata di fargli passare uno sforzo tanto assurdo.

Alla mattina seguente, un’infermiera dell’Unità Ustionati le domandò: Che cosa hai fatto a quel bambino? Prima che la maestra potesse finire la sua lista di scuse, l’infermiera l’interruppe: Non mi capisci. Eravamo molto preoccupati per lui. Ma da quando sei stata qui ieri, il suo atteggiamento è cambiato completamente. Sta lottando e sta rispondendo al trattamento. È come se avesse deciso di vivere. Più tardi il bambino spiegò che aveva perso completamente la speranza fino a quando vide la maestra. Tutto cambiò quando giunse ad una conclusione molto semplice. Con lacrime di allegria, il bambino disse molto più tardi: Non manderebbero una maestra a lavorare con sostantivi ed avverbi ad un bambino che sta morendo. Non vi sembra? 

La sua presenza. Come abbiamo detto prima, Il Signore lavorava con loro e confermava la parola attraverso dei segni che li accompagnavano. Questa frase capta il significato della festività di oggi: non siamo mai soli e Cristo cammina con noi. Lo fa in molti modi differenti. Per esempio, leggiamo negli Atti degli Apostoli: Durante la notte, apparve a Paolo una visione. Un macedone gli stava davanti e lo supplicava: “Passa in Macedonia ed aiutaci”. Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore. Non dovremmo prendere questo come un caso singolare e straordinario. Forse la prima cosa che ti viene da pensare è che non hai mai avuto un sogno simile. Sicuramente, hai ragione, ma questo momento nella vita di Paolo è solo un esempio, e c’insegna due caratteristiche della presenza di Cristo:

* Ci dà segni chiari ed inconfondibili della sua volontà, delle sue aspettative  attuali sulla nostra missione.

* Ci dà un nuovo entusiasmo ed energia che ci permette di metterci in marcia immediatamente per compiere la nostra missione.

Questi due tratti che sono tanto simultanei come complementari, sono manifestazioni del Raccoglimento e della Quiete mistici, rispettivamente. Questi sono i primi effetti  interni del dono dello Spirito Santo per mezzo di Gesù Cristo, e gli effetti esterni sono i segni che ci accompagnano per rendere autentica la realtà del nostro messaggio. Cacciare demoni e prendere serpenti con le nostre mani significa che realmente possiamo dare pace e libertà ai nostri simili. Parlare nuove lingue è un modo di dire che siamo resi capaci a presentare la verità del Vangelo in modi nuovi ed inaspettati, nati dall’ispirazione dello stesso Spirito Santo

Forse non ci rendiamo conto della portata di quello che diciamo nella III Preghiera Eucaristica: Dirigi il tuo sguardo sull’offerta della tua Chiesa e…che formiamo in Cristo un solo corpo ed un solo spirito. Che Egli ci trasformi in offerta permanente. Non è questa la pienezza dell’orazione, l’orazione continua? Questo è probabilmente il cambiamento più profondo operato nelle nostre vite dalla presenza di Cristo nell’Eucaristia, attraverso lo Spirito Santo. Trasformarci in un’offerta permanente o eterna equivale a vivere in uno stato di orazione continua.

Non solo questo. In mezzo alle persecuzioni e alle lotte, siamo capaci di perdonare perché ci viene data la prospettiva corretta per poter vedere la debolezza dei nemici di Gesù e di coloro che in un certo momento sono i nostri nemici: Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato (Gv 15, 21). Il cuore dell’umanità odia ascoltare e si ribella contro la necessità del pentimento per il perdono dei peccati.

Il mondo, respingendo Cristo, non ha respinto solo le sue parole, ma anche le sue opere e le opere di nostro Padre. Quando perdoniamo, stiamo facendo veramente un’opera di nostro Padre, che sarà l’impronta che i nostri nemici utilizzeranno per scoprirlo, in questo mondo o nell’ultimo giorno. L’Ascensione ci ricorda lo spirito onnipresente di Dio nel curarci e nel proteggerci da tutto, dalle parole dure e dalla critica, dall’abbandono e dall’esclusione, perfino dal dolore della sofferenza della morte nell’essere testimoni e martiri di Cristo.

Solo attraverso l’Ascensione siamo completamente coscienti che siamo fatti (diventati) per sempre una parte della natura di Dio. Nella misura in cui abbiamo la sicurezza che tutto quello che Egli ha fatto rimane eternamente, comprendiamo anche che le nostre opere, umili e limitate, avranno valore eterno. Questo ci aiuta a ricordare che, sia come sia il nostro stato fisico o psicologico, qualunque sia la nostra età, qualunque siano i nostri talenti e limitazioni, abbiamo una missione nel mondo. Tu ed io abbiamo sempre un servizio da offrire, una testimonianza d’amore da dare nel momento presente delle nostre vite.

Poiché Cristo è asceso, possiamo sentire la sua presenza, realmente parlandoci, realmente insegnandoci, realmente rovesciando il suo amore nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo.

Il suo mondo. Un significato ancora più profondo dell’Ascensione è che Gesù, vero Dio e vero uomo che ritorna al Cielo, ci sta dicendo chi siamo, a quale mondo apparteniamo.

Con le parole di Papa Benedetto: L’Ascensione di Cristo significa che non abita più nel mondo della corruzione e della morte che condiziona la nostra vita. Significa che Egli appartiene completamente a Dio. Egli, il Figlio eterno, ha portato il nostro essere alla presenza di Dio. 

Quello è un altro modo di insegnarci come vivere con una prospettiva differente: siamo chiamati a seguire Gesù, non solo nella sua peregrinazione in questo mondo, ma anche nel suo possesso del paradiso; come disse il santo Papa Leone, siamo perfino entrati nel Cielo nella persona di Cristo; per la sua grazia abbiamo recuperato molto più di quello che avevamo perso per l’ira del diavolo. 

L’Ascensione, è deificazione e la deificazione niente di meno che la pienezza della creazione dell’uomo. Non è un ritorno al passato eterno dopo un episodio infelice sulla terra. È il posto dell’uomo, una volta per tutte, dentro la vita e l’amore della Trinità, dove tutto può fiorire ed essere fruttifero eternamente. L’Ascensione di Cristo significa che Egli sta regnando attualmente dal cielo e, pertanto, siamo chiamati e resi capaci di onorarlo ed obbedire a lui in tutti gli aspetti della nostra vita personale. In verità, lo Spirito Santo è la presenza di Cristo nella vita del cristiano, presente personalmente in ogni momento ed in ogni circostanza.

Permettete che finisca con alcune parole del Concilio Vaticano II, analizzando alcune delle forme di presenza di Cristo, ora che Egli non è oramai in forma umana:

Nella celebrazione della Messa, le forme principali della presenza di Cristo  nella sua Chiesa si manifestano progressivamente. In primo luogo, Egli è presente nell’assemblea dei fedeli riuniti nel suo nome; quindi è presente nella sua Parola quando si legge e si spiega la Scrittura nella chiesa e si spiegano; ugualmente, Egli è presente nella persona del sacerdote; infine, e soprattutto, Egli è presente sotto le specie eucaristiche, in un modo completamente unico, Dio   uomo, completamente e interamente, sostanzialmente e continuamente. Questa presenza di Cristo sotto le due specie si chiama ‘reale’ non in un senso  esclusivo, come se gli altri tipi di presenza non fossero reali, bensì “per eccellenza” (Eucharistic Sacramentum).

Il concetto di presenza non è una mera analogia o metafora. In realtà, il primo comandamento di Dio ad Abramo fu di camminare alla sua presenza. È anche una avvertimento utile per chiarire che dobbiamo ascoltarlo non solo nei momenti di orazione in silenzio, ma anche in mezzo alle nostre attività e riflessioni, cioè, quando camminiamo.

In definitiva, camminare alla Sua presenza significa essere coscienti che siamo attratti e purificati dal Suo potere che ci porta a compiere il fine per il quale ci ha creati. Non è sufficiente sapere questo in maniera astratta; dobbiamo passare tutta la nostra vita dentro questa coscienza crescente. Attraverso lo Spirito Santo, Egli è presente per noi più profondamente di quello che noi siamo per noi stessi. Sta al nostro fianco e dentro di noi, col tipo di presenza più profonda ed attiva possibile.

Che la vostra gioia sia piena

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di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei Missionari Identes
Commento al Vangelo dell’06-05- 2018, Sesta Domenica di Pasqua ,Perù. (Atti Apostoli 10,25-26.34-35.44-48;1°Giovanni 4,7-10; Giovanni 15,9-17)

Che visione tanto differente! Gesù ci sta dicendo che il fine di osservare i Suoi comandamenti è per trovare una gioia piena. Tuttavia, soffriamo e ci disperiamo, spendiamo una gran quantità di energia, tempo e sforzo per trovare modi di fare scelte appropriate tra il vento delle passioni e la pace di Cristo. Riusciremo mai a credergli?

Che cosa è questa gioia piena? La Prima Lettura ci dà un indizio sul significato di questa gioia divina: I pagani ricevettero lo Spirito Santo, si resero conto che erano stati scelti da Dio. E questa coscienza di essere stati scelti da Dio, secondo un piano unico e personale per ognuno di noi, è la fonte di questa gioia.

Ma la pienezza della gioia si ottiene solo quando abbiamo l’opportunità di condividerla con qualcuno. Questo spiega perché li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio. Per la stessa ragione, la donna nella parabola della moneta perduta, trovandola, chiama tutti i vicini a rallegrarsi con lei. In un altro contesto, quando uno scienziato scopre qualcosa che nessuno conosceva prima, non vede l’ora di pubblicarlo e condividerlo col mondo scientifico. Al contrario, quando i nostri amici non mostrano interesse in una storia che raccontiamo loro, un evento emozionante, qualcosa di estremamente gioioso che ci è successo, ci sentiamo frustrati e la nostra gioia non può essere piena.

Sperimentare qualcosa per se stessi è differente da sperimentarlo con gli altri. Questa è una chiara indicazione che la nostra vera coscienza non è individualista. La nostra gioia cresce condividendo; quanto più condividi, più hai. Non solo questo; perfino inconsciamente, particolarmente col nostro pentimento, possiamo cambiare il livello di gioia nel Cielo: Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione ( Lc 15, 7).

La gioia è uno stato d’essere condiviso. Ha poco a che vedere coi successi o con il compimento completo dei nostri piani. Una coppia stava celebrando il suo primo anniversario di matrimonio. Ambedue avevano deciso segretamente di fare un regalo all’altro. Ognuno voleva donare quello che l’altro più desiderava. Il giorno indicato arrivò rapidamente. Iniziò la mattina e ci fu uno scambio mutuo di regali. Il marito, per comprare a sua moglie un diadema che ella apprezzava molto, aveva venduto il suo orologio da taschino. E la moglie aveva venduto i suoi lunghi capelli per comprare a suo marito una catena che gli piaceva molto, per il suo orologio da taschino. Aprendo i loro regali, si resero conto di quello che ognuno aveva fatto. Sulle loro guance rotolarono lacrime di gioia …

In realtà, la gioia piena è la perfezione della gioia che sperimentiamo per lo sforzo che abbiamo realizzato, quando condividiamo il nostro maggiore o minore risultato. Quando la missione compiuta ha come fine realizzare la volontà di Dio e ci rendiamo conto che Egli è realmente soddisfatto con il nostro umile contributo, allora assaporiamo la gioia spirituale piena.

San Francesco di Sales scrisse: Il maligno si compiace con la tristezza e la malinconia perché egli stesso è triste… per questo motivo desidera che tutti siano come lui.

Se osservano i miei comandamenti, rimarranno nel mio amore. Cristo non doveva venire a questo mondo per insegnare agli ebrei ad obbedire ai Dieci Comandamenti. Questo era chiaro per loro; era qualcosa che era già stato insegnato dai profeti. Quando ci esorta ad essere obbedienti ai comandamenti, si riferisce principalmente a quelle chiamate personali, intime e chiare che ci invitano a prendere immediatamente due forme differenti di decisioni:

– Eliminare dal mio cuore pensieri e desideri inutili o negativi.

– Implementare e mettere in pratica nella mia vita qualunque piccola azione (non grandi piani!) che sembri più perfetta del suo opposto: salutare o non salutare una persona, essere puntuale o non prestare attenzione a questa forma di rispetto, e cose simili… i chiamati “comandamenti minori!”

Questo è il punto di partenza dell’obbedienza. Al contrario, spesso assumiamo il ruolo di Dio nel decidere che cosa faremo o non faremo… ed ogni concessione porta a più concessioni. Illustriamolo con un po’ di buonumore:

Una profonda nebbia aveva coperto l’oceano. Il capitano di una nave vide una luce avvicinarsi alla prua ed inviò questo messaggio: Cambiate la rotta di 10 gradi a destra. Gli risposero col seguente messaggio: No; cambiate voi la vostra rotta di dieci gradi a destra. Il capitano, irritato, mandò un altro messaggio: Chi parla non è solo il capitano della nave. Sono l’ammiraglio della flotta. Vi ordino di modificare immediatamente la vostra rotta. La risposta arrivò rapida: Io sono solo un marinaio, ma le ordino di cambiare immediatamente la sua rotta. Il capitano replicò: Questa è una nave di guerra. Non possiamo alterare facilmente la rotta. Cambiate subito la vostra rotta. Quindi venne la risposta finale: Questo è un faro. Non possiamo cambiare in assoluto la nostra rotta. Dovete cambiare immediatamente la vostra rotta!  

Ma la cosa più rilevante è l’impegno di Cristo nel dare questa sorprendente risposta alla nostra fedeltà: rimarrai nel mio amore. Questo significa vedere il nostro prossimo come Gesù lo vede, trattare gli altri come Egli li tratta, e dare le nostre vite per i fratelli. Che cosa posso fare, se non riesco ad essere migliore dei farisei e degli scribi? Ovviamente, questo è impossibile senza una grazia speciale, concessa solo a coloro che compiono la condizione stabilita da Gesù: osservare i Suoi comandamenti. Sta usando la parola “rimanere” perché abbiamo già esperienza personale del suo amore redentore, benché sia solo perché ha mantenuto accesa la tenue fiammella della nostra fede. Come dice la Seconda Lettura: In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi. Sì, abbiamo già risieduto nel Suo amore.

Non è facile esagerare l’urgenza di utilizzare tutti i mezzi disponibili per essere fedeli ai comandamenti. Ma, ascoltando oggi proprio le parole di Cristo, deduciamo che una regola molto pratica ed essenziale per ottenerlo è guardare al mio prossimo come amico, dicendogli tutto quello che ho ascoltato da mio Padre. Questa è comunione, questo è accompagnamento spirituale, questo è risparmiare tempo per passare più ore con l’altro ed essere il primo ad aprire il mio cuore, incitandolo a condividere le sue esperienze, preoccupazioni e sogni. Cristo imparò da suo Padre ad amare.

Non possiamo fare a meno di ricordare la diligenza del nostro Padre Fondatore, quando era funzionario del Corpo delle Poste, quando finiva il suo lavoro prima del previsto, per riunirsi coi primi missionari e condividere le sue esperienze.

Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede. E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli. (Atti 14, 27-28).

Se, al contrario, mi stanco per il più piccolo dei miei errori e per gli errori dei miei fratelli, allora non do testimonianza dell’amore di Cristo.

Alcune esperienze di quella gioia piena.  

Quando serviamo Dio, quando seminiamo, nella luce o nell’oscurità, sappiamo che la vittoria finale è qualcosa di assolutamente sicuro e che solo allora ci sarà rivelato il significato definitivo delle nostre sofferenze. Gesù inviò 70 dei suoi discepoli a predicare nelle città. Probabilmente, nel partire, saranno stati pieni di preoccupazioni ed incertezza per la loro missione. Seminare nell’oscurità non è mai comodo. Mai seminiamo conoscendo tutte le risposte. Mai seminiamo sapendo quando arriverà il frutto o che cosa riceveremo finendo il lavoro.

Allora, i settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». (Lc 10,17). Questa è una gioia concessa da Dio. Benché ci siano momenti nei quali siamo feriti nel servire, sappiamo che quelli che seminano con lacrime, mieteranno infine con gioia. Quanto più serviamo, maggiore sarà la gioia che riceveremo.

Ci rallegra l’essere cresciuti nella capacità di amare sempre di più come Gesù ed essere stati utilizzati come strumento d’amore per gli altri. Una vita così non smette di avere un forte impatto sui non credenti.

Il nostro servizio deve distinguersi dalle opere umanitarie. Non è semplicemente un atto d’amore che nasce dalla simpatia umana, bensì dell’amore di Dio nei nostri cuori. Il nostro obiettivo è avvicinare gli altri a Cristo, mentre cerchiamo di alleviare la loro sofferenza.

Tommaso era un anziano solitario che si sedeva in chiesa, all’altro lato del corridoio dove normalmente si sedeva Marcos. Tommaso era sopravvissuto a tutti i suoi amici, e quasi nessuno lo conosceva. Quando Tommaso morì, Marcos ebbe la sensazione che nessuno sarebbe andato al funerale, per questo Marcos decise di andare, affinché ci fosse qualcuno ad accompagnare l’anziano fino al suo ultimo luogo di riposo. Non c’era nessun altro.

La breve processione funebre arrivò al cimitero, e sulla porta c’era un soldato in attesa. Era un ufficiale, ma sul suo berretto non c’erano le insegne del suo rango. Arrivò alla tomba per la cerimonia e dopo, quando finì, fece un passo avanti, e davanti alla tomba aperta stese la sua mano in un saluto militare d’onore. Marcos si allontanò con quel soldato, e mentre camminavano, il vento alzò la il berretto del militare, scoprendo le insegne e le medaglie di un generale di brigata. Il generale disse: Forse si domanderà che cosa sto facendo qui. Anni fa, Tommaso era il mio catechista della Scuola Domenicale; Io ero un ragazzo selvatico ed una dura prova per lui ogni settimana. Tommaso non seppe mai quello che fece per me, ma devo tutto quello che sono e quello che sarò a Tommaso e alla sua fede che non gli permisero di lasciarmi da parte. Oggi dovevo venire a salutarlo alla fine del suo passaggio in questo mondo.

Tommaso  non seppe mai quanto avrebbero dato frutto i semi che seminò tanto fedelmente. Nessun maestro, padre, o amico, o missionario, può saperlo.

Potati dalla Parola

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di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei Missionari Identes
Commento al Vangelo dell’29-04- 2018 Quinta Domenica di Pasqua , Peru. (Atti Apostoli 9, 26-31; 1°Lettera Giovanni 3, 18-24; Giovanni 15, 1-8)

Nel Vangelo di oggi, Gesù ci dà una nuova definizione di Se stesso. La settimana scorsa ci diceva: Io sono il Buon Pastore, ed ora dichiara: Io sono la vera vite. Come era da attendersi, questo ci offre un’opportunità unica per comprendere ed approfittare della nostra vera relazione con Cristo: siamo i Suoi rami, una parte integrale di Lui.

La prima osservazione è che Egli deve potarci. Questa è il modo in cui Cristo stesso descrive la purificazione, non solo come uno sforzo ascetico che facciamo, bensì come un’iniziativa di Dio. Pertanto, dobbiamo allineare il nostro rinnegamento, il nostro sforzo purificativo, con l’azione purificatrice dello Spirito Santo.

Per esempio, se il mio difetto dominante è qualche forma di orgoglio, probabilmente farò uno sforzo onesto per evitare di imporre i miei giudizi e desideri. Ma frequentemente non apprezzerò la portata della forza purificatrice dello svuotamento, dell’impotenza e della contrarietà che lo Spirito Santo vuole usare per domare il mio ego. La conclusione pratica è che devo essere più rispettoso e ricettivo al piano di Dio. Penso che le mie sofferenze sono solo sfortuna, un ostacolo, un tempo di attesa nella mia vita? Penso che posso sperare in venti più favorevoli per donarmi completamente nella mia missione? Veramente è necessario avere pieno controllo mentale, emotivo e di tutto quello che passa intorno a me?

Un demonio principiante venne un giorno a visitare il maestro diavolo. Voleva impressionarlo con la sua abilità per portare a termine la volontà del maestro. Ho una strategia che eviterà che i cristiani seguano Dio, gli disse. Li convincerò che non c’è Dio. Il maestro diavolo semplicemente sorrise e gli augurò successo nella sua missione. Alcuni giorni più tardi, il giovane demonio ritornò abbattuto, con un aspetto costernato. Non sono riuscito a far credere ai cristiani che Dio non esiste, ammise. Ma poi si rianimò e aggiunse: Tuttavia, ho un’idea migliore. Li convincerò che il cielo non c’è! Di nuovo, il maestro diavolo sorrise e salutò il giovane demonio. Dopo pochi giorni, il giovane diavolo ritornò, una volta di più con aspetto sconfitto. Non capisco, disse al maestro. Che cosa sto facendo male? Qual è il segreto per confondere i cristiani? Il maestro  diavolo che stava aspettando quel momento, mise il suo braccio sulle spalle del giovane principiante e gli spiegò: Figlio, non puoi avere successo  tentando che neghino i fondamenti della loro fede. Quello è un trucco troppo ovvio, e lo respingeranno sempre. Tuttavia, io ho avuto molto successo durante questi anni convincendoli che non c’è necessità di affrettarsi a vivere la loro fede. Semplicemente li mantengo nell’attesa di un momento migliore. 

Lo Spirito Santo non solo ci dà forza per superare i momenti difficili. Più importante ancora, Egli farà sempre uso della nostra aridità mentale, della nostra vacillazione emotiva e del nostro svuotamento, per avvicinarci a Lui. La purificazione divina ha bisogno di essere accolta con intelligenza, pazienza e meditazione diligente, affinché possa dare frutti. Questa è l’avvertenza piena di speranza di Giovanni nella Seconda Lettura: Perché Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Dio ha un piano per ognuno di noi e dobbiamo permettere che Dio regni nelle nostre vite, come fece Maria.

Come possiamo essere potati dallo Spirito Santo se non permettendo che la sua Parola entri nei nostri cuori? Gesù disse ai suoi discepoli: Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato (Gv 15, 3). Questo non vuole dire che fossero perfetti, ma che quello che doveva essere depurato in quel momento delle loro vite, era già stato potato. La potatura è un processo che dura tutta la vita, spesso molto doloroso, ma sempre produttivo.

Quando ho una vaga sensazione che posso fare di più per il mio prossimo, o che devo approfondire la mia attenzione nel Vangelo… quella è già una manifestazione del piano di Dio per me. Queste intuizioni quotidiane portarono Sant’Ignazio di Loyola a scrivere la sua Orazione per la Generosità:

Signore, insegnami ad essere generoso. Insegnami a servirti come meriti; a dare e a non  calcolare il costo, a lottare e a non prestare attenzione alle ferite, a sforzarmi e a non cercare riposo, a lavorare e a non chiedere ricompensa, eccetto il sapere che faccio la tua volontà. 

In secondo luogo, ci chiede di rimanere in Lui. Questo ha molte implicazioni e differenti interpretazioni compatibili, ma la cosa certa è che Gesù sta chiedendo un’intimità con Lui. Questa intimità non si misura solo dalla quantità di ore che passo in orazione silenziosa; ovviamente, questo è estremamente importante, ma ha limiti di tempo pratici. Il canone, la costante di questa intimità è tener conto di Cristo in ogni parte della mia vita: nei cosiddetti momenti buoni, come nelle mie ore di dolore, errori e fallimenti. Non è solo ricordarlo, bensì piuttosto portarlo nel cuore. È per questo motivo che l’orazione ha varie dimensioni che sono comprese nel Padre Nostro; essenzialmente: chiedere perdono, ringraziare e domandare a Dio qual è  ora la sua volontà per me e per il mio prossimo.

Rimanere in Lui è portarlo nel momento presente della mia vita, permettendogli di camminare al mio fianco e di guardare la gente coi suoi stessi occhi. E questa è un’abitudine che cresce e finisce con l’impregnare tutte le nostre attività.

Questo si riflette nell’esperienza quotidiana di ogni essere umano. Il filosofo tedesco  Schopenhauer disse che c’è una memoria del cuore più precisa e tenace di quella della mente. Qualunque sia il sentimento o l’impressione che prevalga nei nostri pensieri, avrà un potere evocatore, organizzatore, focalizzatore e permanente per  toccarci e commuoverci profondamente. Schopenhauer osserva che perfino una   memoria debole conserverà sempre perfettamente quello che alimenti la passione dominante: l’amato non dimentica mai nessun avvenimento favorevole; la persona ambiziosa, niente che possa servire ai suoi piani; la persona avara non dimentica mai la perdita sofferta, né l’uomo orgoglioso l’insulto fatto al suo onore; la persona vanitosa, ogni parola di elogio. Questo è stato chiamato la memoria del cuore che è più intima di quella della mente. La memoria non consiste solo in una rappresentazione di condizioni e circostanze, ma anche in un rivivere lo stato affettivo stesso come tale, cioè che lo sentiamo e non semplicemente che lo ricordiamo.

Sì; ci sono stati dati i mezzi psicologici e spirituali necessari per rimanere in Lui ed in comunione coi nostri simili. Questa unità deve fondarsi sulla nostra unità con la vera vite. Per questa ragione, al principio della messa, diciamo: La grazia del nostro Signor Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi. L’unione di tutte le nostre comunità cristiane si basa sulla nostra unione con la Santissima Trinità. Altrimenti, come vediamo nella Prima Lettura, la paura, la bugia ed i malintesi fanno sì che la nostra unità sia effimera e fragile.

Abbiamo bisogno perciò di un dialogo sincero ed onesto, come i primi cristiani. Ascoltare è il primo passo necessario per rompere la resistenza e per arrivare ad essere uno. Se non ci ascoltiamo in carità ed amore, la paura ci accecherà e non vedremo la verità.

Potare quello che ci ruba è essenziale, ma più ancora è l’essere continuamente connessi. Gesù disse ai discepoli semplicemente che Egli stava nel Padre, noi stiamo in Lui e Lui sta in noi. Che cosa significa rimanere in Lui? Significa essere costante nella nostra relazione affinché Cristo possa continuare pienamente in noi. Per quelli di noi che siamo arrivati ad amarlo, non possiamo pensare a niente di meglio che Egli stia veramente pienamente in noi.

Gesù è disposto a sostenere la tua vita e la mia se rimaniamo in Lui. Gesù si fidò del Padre per tutto. Egli non agì senza il Padre (Gv 14, 31). Questo è anche il nostro caso. Siamo stati fatti per vivere in Lui. Questo è l’unico modo di produrre un frutto spirituale, tanto che, in Nazareth, Gesù non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. (Mc 6, 5-6). Come qualcuno disse, l’orazione non cambia la volontà di Dio, ma l’implementa.

Ma la dura realtà è che, con troppa frequenza, ci sentiamo staccati dalla vite. Che cosa è che causa questo distacco? Se la nostra orazione è debole, il distacco si produce in tre modi differenti:

Quando voglio seguire la mia strada, essere autosufficiente. Questo è l’attaccamento all’io. Le catene della schiavitù che mi mantengono legato ai miei giudizi, ai desideri o alla mia sete di felicità.

Quando mi abbaglia la bugia che mi manca qualcosa, qualche desiderio carnale, qualche tipo di soddisfazione temporale. Questo è l’attaccamento al mondo.

Quando cerco di servire due signori: Dio ed il mio temperamento. Il mio cattivo genio, la mia timidezza, la mia lussuria o la mia vanità si trasformano in un’assuefazione e non cederanno. Quello che faccio  con una mano, lo distruggo con l’altra. Questo significa essere schiavo del mio difetto dominante.

Ciò spiega perché chiamiamo Unione Purificativa quelle tre dimensioni della nostra Orazione Ascetica.

Quando siamo in Lui e le Sue parole stanno in noi, non staremo chiedendo che si realizzino i nostri desideri e concupiscenze (S. Giacomo 4, 3). Desideriamo quello che Egli desidera e stiamo chiedendo che si faccia la Sua volontà sulla terra. Desideriamo quello che Egli desidera perché la Sua vita fluisce attraverso di noi, e questo risulta una  autentica fecondità.

►Infine, Quali sono i frutti di cui Cristo sta parlando?

Gesù scelse i suoi discepoli e lo fece affinché fossero e portassero frutto. Ci sono due tipi di frutto. Esiste il frutto di carattere interno, descritto da Paolo nella sua Lettera ai Galati: Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5,22) Poi si produce anche il frutto apostolico. Un discepolo missionario deve fare la differenza nel posto di lavoro, nella scuola e nella famiglia.

Gesù disse: Andate e portate un frutto duraturo. Solo la fede in Gesù e, in conseguenza, una vita fruttifera, possono soddisfarci. La donna samaritana stava cercando amore e considerazione e Gesù le disse: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». È per questo motivo che quando serviamo i poveri, le persone che soffrono e i malati, il nostro obiettivo finale non è solo alimentarli, dar loro aiuto materiale o perfino guarirli fisicamente ed emotivamente, bensì avvicinarli di più a Gesù. Con Lui, siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, (2Cor 4: 8-9).

Le opere che Cristo può produrre attraverso di noi per lo Spirito Santo; quella è la frutta che non si esaurisce mai, non marcisce mai, non muore mai e non sparisce mai

Il Buon Pastore e la Pietra Angolare

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di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei Missionari Identes
Commento al Vangelo dell’22-04- 2018 Quarta Domenica di Pasqua , Madrid. (Atti Apostoli 4, 8-12; 1° Lettera Giovanni 3, 1-2; Giovanni 10, 11-18)

Sentirsi sicuro non è la stessa cosa che sperimentare pace. È un senso di protezione davanti a qualunque pericolo presente o futuro e si manifesta specialmente davanti a minacce e forze ostili. La minaccia può essere più o meno reale o immaginaria, ma ci sentiamo protetti.

Può essere che ci sentiamo in pace ogni volta che parliamo con un amico, ma un amico non può trasmetterci sempre sicurezza in tutti gli aspetti chiave della nostra esistenza; sappiamo che ci sono alcuni problemi che dobbiamo affrontare personalmente.

Nella nostra vita spirituale, questa è anche la differenza tra beatitudine e quiete. La beatitudine, la vera sicurezza, non si trova nella minimizzazione dell’esposizione al rischio o alla sofferenza, bensì nella presenza di Dio quando qualche momento della nostra vita sembra essere un completo fallimento.

In realtà, il pericolo è sempre presente. Infortuni, relazioni deteriorate, malattie e gli effetti dei nostri peccati, gravitano sempre intorno a noi. Per non parlare dell’inevitabilità della nostra morte e di quella di coloro che amiamo.

Forse ricorderai un film di Woody Allen intitolato Hannah e le sue sorelle. Woody Allen aveva il ruolo di una persona che teme costantemente di avere una terribile malattia. Quello che chiamiamo un ipocondriaco. Quando appare nel film, sta andando dal medico. Il medico gli assicura che non sembra avere niente di grave, anche se ritiene necessario effettuare alcuni ulteriori esami. Woody non riesce a calmarsi con la necessità di quegli esami. È sicuro che troveranno qualcosa di terribile. Ma le sue paure sono infondate. Il dottore gli annuncia che tutto va bene. Nella scena successiva si vede Woody che sta uscendo dall’ospedale, e cammina saltellando allegramente in strada. Sta celebrando il buon risultato degli esami. Ma improvvisamente, si trattiene e dice: Tutto questo significa che ora sto bene…. La prossima volta, sicuramente avrò qualcosa di grave. 

Il personaggio di Woody Allen esagera il pericolo, ma trasmette con molta precisione la realtà che tutti abbiamo bisogno di sentirci sicuri e che nessuno di noi arriva da se stesso al grado sufficiente della nostra sicurezza.

Molto spesso, cerchiamo sicurezza in alcune delle nostre zone di comodità. Per esempio, alcuni accademici sono eccessivamente restii ad intraprendere una ricerca promettente in aree nuove, perché il finanziamento non è sicuro, o forse implica cambiamenti significativi nelle loro abitudini di ricerca, o hanno dubbi sulla loro capacità nella nuova iniziativa. Deplorevolmente, alcuni religiosi rifiutano il trasferimento ad una nuova missione, a causa di un presunto problema o a un poco chiaro problema di salute o perché credono di essere insostituibili nella loro missione attuale. Cerchiamo sicurezza perché crediamo che ci darà libertà o soddisfazione per tutta la vita Ma se in tutti gli aspetti della nostra vita cerchiamo sicurezza, finiamo per limitare le nostre capacità. Ironicamente, il maggior pericolo per la maggioranza di noi non si radica nel fissare un obiettivo troppo alto e poi non raggiungerlo, bensì nel fissare qualche obiettivo troppo basso… e raggiungerlo, come disse il grande artista Michelangelo.

Nella sua recente Esortazione Apostolica Gaudete et Exsultate, il Papa Francesco dice: Come il profeta Giona, portiamo sempre latente la tentazione di fuggire in un posto sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, installazione, ripetizione di schemi già prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme.

Cristo, come il Buon Pastore, NON sta parlando di quel tipo di sicurezza mondana.  Il nostro sentimento più profondo di sicurezza (Beatitudine) si basa sul comprendere che c’è sempre un piano di Dio per noi. E questo viene chiaramente espresso in quel documento di identità di Gesù, come un Buon Pastore che sta camminando davanti a noi e guidandoci con l’esempio, non solo con le sue parole.

* È importante riconoscere che per noi il piano di Dio può essere difficile da comprendere. Nostra Madre Maria non poteva capire come avrebbe potuto concepire un figlio prima ancora di avere consumato il suo matrimonio con Giuseppe, ma cominciò a camminare immediatamente e dichiarò la sua completa obbedienza a Dio.

Dobbiamo essere coscienti che lo Spirito Santo ci dà sempre qualche segno per poter discernere la volontà di Dio. L’Arcangelo Gabriele comunicò che Elisabetta aveva concepito miracolosamente un figlio, e quello fu sufficiente per Maria. Il nostro caso non è differente, e siamo chiamati ad essere più coscienti di tutto il perdono e della grazia che noi ed il nostro prossimo abbiamo ricevuto. Nella prima lettura di oggi, questo è quello che Pietro incoraggiava i leader e la gente a fare: Guardate il bene che abbiamo fatto ad un invalido. La fede non è totalmente cieca, piuttosto succede che, mentre avvengono i miracoli, noi stiamo guardando da un’altra parte.

Non abbiamo bisogno che ogni giorno venga un angelo a visitarci. Di nuovo, leggiamo in Gaudete et Exsultate: Mi piace vedere la santità paziente nel popolo di Dio: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, in quegli uomini e donne che lavorano per portare il pane a casa loro, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza nel continuare giorno dopo giorno, vedo la santità della Chiesa militante. Questa è molte volte la santità “della porta accanto”, di coloro che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio. 

Pietro fece un enorme sforzo affinché il piano di Dio fosse qualcosa di visibile per la gente e come la pietra che avevano rifiutato si fosse trasformata in pietra angolare.

* Il Buon Pastore ci unisce come nessuno potrà mai più farlo. Ogni associazione mondana, creata con buone o cattive intenzioni, è fugace e di breve durata. Possiamo costruire società, unioni ed alleanze basate sull’ingegno umano e sulla buona volontà, a volte per essere di grande utilità a molti, ma, qual è il suo peso nell’eternità? A Babele, la risposta di Dio all’ansia di potere e gloria, ci fornisce un indizio per dare un giudizio corretto sul vero valore dei successi umani: Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». (Gen 11, 4). Come tutti sanno, Sant’Agostino disse che, quando eliminiamo l’amore di Dio e la giustizia, che cosa sono i regni se non combriccole di criminali su grande scala? (Città di Dio, 4.4).

Noi esseri umani ci riuniamo per necessità, convenienza, difesa della propria sopravvivenza, comodità e per ogni tipo di interessi. E questo può avere conseguenze di grande portata. Per esempio, qualunque psicologo sociale sa che la dinamica delle folle proviene da una sensazione di invincibilità degli individui quando sono integrati in un gruppo, un “contagio” di sentimenti ed una maggiore capacità di essere suggestionati, facendoli reagire in un modo che sarebbe molto differente in altre circostanze. I giovani che ballano in un club, o le coppie che si formano solo “perché sono felici insieme”, sono altri dolorosi esempi delle opere di un mondo di salariati che non sono veri pastori ed ai quali non appartengono le pecore. 

La chiamata del Buon Pastore si dirige a tutti ed ognuno degli esseri umani, ma l’obiettivo è riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. (Gv 11, 52).

Quando Gesù disse: Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore. si stava riferendo non solo a differenti paesi o culture, ma anche a molte persone vicine a noi, i cuori dei quali si commuovono per la testimonianza di un apostolo ed in un giorno determinato decideranno di seguire Cristo. Questo è quello che è successo molte volte negli Atti degli Apostoli: E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio.  (At 10,45-46)

Sì, siamo una comunità e Gesù ci riunisce intorno a sé; la nostra fede deve essere condivisa. Perfino una cosa tanto intima come il nostro pentimento, si comunica in modo appropriato nel Sacramento della Riconciliazione e nella nostra direzione spirituale.

Il dono dell’unità in Cristo è qualcosa di molto visibile, perché l’unità è la cosa più difficile di questo mondo, dove possiamo vedere tutti i tipi possibili di divisione. Dappertutto, a tutti i livelli. Questa è la ragione per la quale le nostre discordie e la mancanza di unità si trasformano nello scandalo più grande. Al contrario, questa è la ragione per la quale la nostra vita perseverante in comune, con la grazia di Dio, è tanto attraente, così come lo era l’unione e la fratellanza della primitiva comunità cristiana; tanto che il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. (Atti 2, 48).

Questa unità, realizzata dal movimento di Cristo dentro il nostro cuore e per l’opera dello Spirito Santo, ha anche una conseguenza immediata in tutti noi, un senso di sicurezza e beatitudine: Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? (Salmo 26 (27), 1-3).

Qual è la ragione reale e fondamentale per la quale la nostra risposta fedele ed obbediente al Buon Pastore, quando riconosciamo la sua voce, ci dà pace e ci unisce? Il nostro Padre Fondatore risponde: Perché questo stato di raccoglimento e di quiete non separa, ma unisce perché tutti abbiamo la condizione religiosa di essere figli di Dio. (Concezione Mistica dell’Antropologia).

Nella vita spirituale, vogliamo avere un senso di sicurezza, vogliamo sapere che Dio si preoccuperà di noi. Abbiamo bisogno di sapere che, presto o tardi, in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. (Rm 8, 37).

La sicurezza si basa sempre su una fiducia profonda. Ovviamente, tra un minuto potrei essere infedele e tradire Dio, ma la nostra sicurezza spirituale, la nostra beatitudine mistica ha alcuni momenti culmine (chiamati Regime, come nel Regime di Flusso di un fiume) dove sentiamo che una virtù particolare (fede, speranza, carità, diligenza, castità…) è stata registrata nel nostro cuore e si è trasformata in una parte della nostra vita, una parte del nostro essere, non solo in un obbligo o un obiettivo. Dovrei fare un grande sforzo per metterla da parte. Ancora di più, (a livello ontologico) è una chiamata ed uno stimolo per entrare più in contatto con la profondità interiore della mia esistenza, per essere più completamente vigile e cosciente ed arrivare ad essere quella persona che Dio sognò quando fui creato. Una certa campagna pubblicitaria di un’università era centrata sullo slogan: Scopriamo chi puoi arrivare ad essere. Buona idea! Questo è qualcosa che dobbiamo esplorare a tutti i livelli.

* Siamo buoni pastori? Molti anni fa, una donna che camminava col suo bebè nelle colline del sud del Galles, Inghilterra, fu raggiunta da una tempesta di neve. La squadra di salvataggio la trovò morta, congelata nella neve. Sorpresi che non portasse cappotto, continuarono a cercare e trovarono il suo bebè. Ella l’aveva avvolto nei suoi vestiti ed il bambino era vivo e in salvo. Crebbe e diventò David Lloyd George, il primo ministro della Gran Bretagna nella Prima Guerra Mondiale.

Gesù dice chiaramente che dobbiamo dare la nostra vita per le pecore. Dare la vita non significa solo l’atto magnanimo di “morire per gli altri”, bensì specialmente approfittare di tutte le opportunità per proclamare Gesù Cristo nel mondo, per farlo conoscere e che tutti possano amarlo; ed usare tutti i mezzi a nostra disposizione, pur senza essere dominatori né dogmatici, senza cadere in un attivismo febbrile, affinché sia riconosciuto come la pietra angolare delle nostre vite.

In primo luogo, dobbiamo farci degli amici, in modo che poi lo Spirito Santo possa fare uso della nostra testimonianza per farne dei convertiti. Questo può portare molto tempo, ma la vittoria è assicurata. Questo fu il caso del cardinale Van Thuan (1928-2002) che passò 13 anni in una prigione comunista. Due guardie lo controllavano in modo permanente, ma non erano autorizzati a parlargli. Anche così, egli cominciò il suo primo apostolato, mostrando allegria e sorridendo. Poi cominciò a raccontare storie sui suoi viaggi. Quello stimolò la loro curiosità e cominciarono a fare molte domande. Lentamente, molto lentamente, diventarono amici e… i vigilanti si convertirono nei discepoli di Van Thuan!

Questo non è possibile se non sperimentiamo nella nostra orazione l’urgenza della missione, la sete e la fame di tutti ed ognuno degli esseri umani, in un modo molto simile a San Paolo: Sono disposto ad essere maledetto da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.

Un monaco dell’antichità voleva opporsi ad essere nominato vescovo, sulla base che la cura dei problemi lo avrebbero privato della cura attenta della sua pietà. Il suo superiore, al quale presentò l’obiezione, rispose che era molto meglio che si occupasse di salvare le anime di altri uomini che tentare di mantenere “una finezza nella sua pietà”. 

Molte delle opportunità che perdiamo, sono situazioni nelle quali commettiamo lo stesso errore dei capi del popolo e degli anziani: giudicare che una certa testimonianza o azione non è importante o perfino necessaria, ma forse sarebbe stata la pietra angolare della nostra vita apostolica. Evitare quel pensiero, fare un passo in più, avere olio di riserva per le lampade, non perdere un solo minuto,… Ignorare quelle opportunità è un messaggio implicito inviato allo Spirito Santo che significa: In questo momento, non sono disponibile. 

Tutti abbiamo avuto l’esperienza di essere stati a parlare con una persona che evitava ogni tipo di contatto visivo, o si distraeva guardando il passerotto sulla ringhiera del balcone, o cercando continuamente messaggi di testo… o sbadigliando e tentennando. Immediatamente ci rendiamo conto che non sarà possibile avere un dialogo profondo. Perché non è la stessa cosa se lo Spirito Santo ed io stiamo in un dialogo apostolico, (orazione apostolica) e io rimango tiepido, come se fossi un dipendente?

Quando ti abbiamo visto affamato, o assetato, o straniero, o nudo, o ammalato, o in prigione, e non ti abbiamo curato? 

Impariamo dal ragazzo che offrì i cinque pani di pane di orzo, il più economico di tutti i pani, e due pesci. Nella sua umile offerta, Gesù trovò la materia prima per un miracolo. E questo sta succedendo continuamente oggi. Cristo dice che possiamo riconoscere la sua voce. Prestiamo attenzione; Egli ha sempre molte cose da dire.

A meno che sia disposto a ricevere scherzi a causa della mia fede, a fare sacrifici per la missione e ad accettare l’umiliazione ed il fallimento, è poco probabile che il mio prossimo mi veda come uno dei piccoli pastori che accompagnano Cristo.

Avete qualcosa da mangiare?

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di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei Missionari Identes
Commento al Vangelo dell’15-04- 2018 Terza Domenica di Pasqua , New York. (Atti Apostoli 3, 13-15.17-19; 1° Lettera Giovanni 2, 1-5a; Luca 24, 35-48)

La nostra tendenza è cercare Cristo nelle cose straordinarie, in ciò che è  spettacolare, in ciò che è impressionante. Nel famoso film, quando Superman rivela per la prima volta al mondo i suoi super-poteri, una signora sta penzolando da un cavo, nella parte alta di un grattacielo, gridando con tutte le sue forze. Giusto quando comincia la sua lunga caduta a terra, appare Superman con la sua inconfondibile tenuta e si lancia in picchiata per prenderla al volo in aria.  Non si preoccupi, giovane – la rassicura – l’ho presa. Proprio in quel momento l’elicottero che era posato sul bordo dell’edificio comincia a cadere direttamente verso di loro e la folla che sta sotto. Ma Superman semplicemente l’afferra col suo braccio libero e delicatamente posa la signora e l’elicottero in modo sicuro sulla piattaforma di atterraggio. Quando sta per partire, la signora, attonita, domanda: Chi sei? Un amico, risponde affettuosamente Superman, e subito sale nell’aria facendo una specie di mezza rovesciata.

Questo è il modo in cui a volte ci piacerebbe che Cristo venisse a noi. Al contrario, il Vangelo ci racconta oggi una storia nella quale Cristo si rivela come ha fatto sempre. Come fa? Possiamo comprenderlo a partire dal Nuovo Testamento, dall’esperienza dei santi e dalla nostra esperienza.

  1. Questo può avere luogo sotto l’apparenza esterna di una persona che apparentemente non ha niente a che vedere con la nostra missione, la nostra vita spirituale o i nostri piani: Un pellegrino (il Vangelo di oggi), un giardiniere (che Maria Maddalena credeva avere visto), un compagno di lavoro, un compagno di classe o una persona qualsiasi in un giorno qualunque della nostra vita. Presto o tardi, ci renderemo conto che era Lui. A volte, come nell’incontro di Emmaus, questo succede quasi immediatamente, ma, nella maggioranza dei casi, siamo ciechi e non comprendiamo l’importanza del momento e le conseguenze delle nostre decisioni. Il giusto mai ricorderà di averlo visto in una situazione disperata: affamato, assetato, come straniero, nudo, malato, incarcerato. Ovviamente, questo è l’aspetto che ora ci interessa di più: realizzando questo umile servizio a persone umili, partecipando ad atti che probabilmente dimenticheremo e a cui non daremo importanza, stiamo realmente facendo un lavoro per il Regno dei cieli, dando onore e gloria a Gesù.

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  1. Dio risveglia la nostra sensibilità e cambia la nostra visione degli avvenimenti quotidiani, delle parole del Nuovo Testamento e della vita dei nostri simili. Nella nostra mente, ha luogo questo Raccoglimento Mistico, un raccolto sempre nuovo nel deserto della nostra routine, della nostra sofferenza.

Cleofa ed il discepolo che l’accompagnava, erano scoraggiati e delusi e perciò non potevano comprendere quello che stava succedendo loro. Ma, improvvisamente, ogni cosa ebbe senso. Gesù, come Maestro sperimentato, che in questa occasione ci ricorda Socrate, fa uso della visione distorta e limitata dei discepoli, per portarli gradualmente a vedere la vera prospettiva delle loro vite e degli avvenimenti della Passione. Li conduce ad una comprensione più profonda del mistero pasquale e della loro vocazione più elevata in questa vita; come ascoltiamo oggi: Allora aprì loro la mente per capire le Scritture. 

Di fatto, questa trasformazione della nostra intelligenza è qualcosa di permanente, tranquillo e discreto. Per questo motivo il nostro Padre Fondatore lo chiama Canone (= norma, regola) e per questo attribuiamo allo Spirito Santo la missione di scolpire e modellare la nostra anima con la pazienza della brezza: Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito (Gv 3, 8).

Possiamo approfittare di qualunque evento dentro e fuori di noi per fortificare la nostra fede, purché siamo disposti ad ammettere che lo Spirito Santo sta compiendo la sua missione in modo permanente… e noi compiamo la condizione essenziale, di conoscere la volontà di Dio non solo in forma intellettuale: la forma in cui possiamo essere sicuri che lo conosciamo è custodire i suoi comandamenti, i comandamenti minori che sussurra al nostro orecchio. Chi dice: «Io l’ho conosciuto», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente completo. Da questo conosciamo che siamo in lui (Seconda Lettura).

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  1. Cristo ci dona sempre la sua pace. E quella sua pace non significa che staremo sempre saltando con allegria. La pace di Cristo significa: Io sono qui e starò con voi sempre. Questo è quello che Egli disse ai discepoli quando erano afflitti e dubbiosi. Ed è per questo motivo che ci salutiamo nella Sacra Eucaristia dicendo La pace sia con te. Questo è un promemoria della presenza di Cristo nelle nostre vite, nei momenti allegri, difficili o “normali”: Dio non è un Dio di confusione bensì un Dio di pace (1Cor 14, 33). Una volta di più, questa pace è un dono, manifestato in primo luogo nella nostra volontà con la Quiete Mistica che è estremamente stimolante. È un preludio della nostra unione intima con Dio; quando odoriamo un buon aroma di un cibo squisito, ci sentiamo fortemente attratti e siamo portati ad avvicinarci al saporito piatto, alle cose di Dio, per trasformarci nei suoi strumenti di cura e di grazia.

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  1. Gesù sparì silenziosamente dalla vista dei due apostoli quando comprese che erano pronti per cominciare la loro missione. Anche quando gli altri discepoli si allarmarono e rimasero terrorizzati e pensarono che stavano vedendo un fantasma, Egli permise loro di vedere che potevano già fare qualcosa per gli altri: . Avete qualcosa da mangiare? Questo è solo un esempio di come la nostra estasi, la nostra capacità di uscire da noi stessi, può essere educata, migliorata e perfezionata. E questo è portato a termine principalmente dallo Spirito Santo attraverso i suoi doni spirituali.

Ogni volta che vinciamo le nostre paure, ci troviamo con Cristo Risorto, perché sappiamo bene che non è alla nostra portata vincere le nostre debolezze, ma lo facciamo solo per Cristo ed il Suo Spirito in noi. Quando l’anima è ferita, la mente e la volontà sono in disaccordo, agendo l’una contro l’altra. La nostra mente crede che un’azione è buona, ma la nostra volontà ci trascina ad un’altra: sappiamo che dobbiamo essere pazienti con tutti, ma rimaniamo senza forza di volontà e malediciamo il povero conduttore che si dimentica di segnalare che fa un giro senza avvisare.

Quando cresciamo in generosità verso gli altri, diventiamo sempre di più come Dio. Come conseguenza, ci identifichiamo veramente col nostro prossimo. È per questo che Gesù disse ai discepoli che avrebbero ricevuto la ricompensa dell’unione con una famiglia più grande, quello che in realtà è il dono di pietà. Con le parole di Papa Francesco: Il dono di pietà ci fa crescere nella nostra relazione e comunione con Dio e ci porta a vivere come figli suoi; contemporaneamente, ci aiuta a spargere questo amore anche negli altri e a riconoscerli come fratelli. Pertanto, il frutto dell’estasi è sempre l’unità e la comunione: E chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi a causa del mio nome, ne riceverà cento volte tanto, ed erediterà la vita eterna (Mt 19, 29).

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Dopo il nostro incontro intimo con Cristo Risorto, naturalmente, (e soprannaturalmente) sentiamo la necessità di condividere la Buona Notizia. Non dobbiamo e non siamo capaci di conservarlo per noi, perché la conversione ed il perdono risultanti da questo incontro sono davvero essenziali: il peccato non è tanto fare cose scorrette, ma, innanzitutto, il peccato significa la separazione tra Dio e l’uomo ed anche tra persona e persona, qualcosa che non possiamo sopportare per molto tempo, perché contrasta con la nostra natura.

Per questa ragione, quando finisce la Messa, il sacerdote dice: Potete andare in pace, cioè, siamo testimoni, come lo fecero gli apostoli, annunciando con le nostre vite la presenza di Dio in mezzo a noi. Di fatto, la parola Messa proviene dal verbo latino mittere che significa inviare; tutti siamo inviati, in modi diversi, ad una missione comune, per annunciare o vivere la presenza e l’opera di Cristo nelle nostre vite. Come era stato indicato prima, questa è la pace di Cristo.

Quando siamo realmente guariti, quando realmente sentiamo che la nostra vita comincia ad essere differente, abbiamo il desiderio di condividere questo incontro con gli altri. Forse tu ed io possiamo identificarci col protagonista della seguente storia:

Un missionario viveva in un paese che aveva un accesso controllato. Per molti anni, il governo di questo paese aveva insegnato alla gente che non esisteva nessun Dio. Il missionario ebbe l’opportunità di parlare regolarmente con un non credente di quel paese che era un professionista altamente educato. Dopo avere sviluppato un’amicizia con questa persona, il missionario ebbe l’opportunità di condividere il Vangelo con lui. Il missionario rimase sorpreso dalla risposta di quell’uomo: Quello che mi dici non può essere certo. Se fosse certo, è una notizia tanto buona che qualcun altro me l’avrebbe detta molto prima. 

Al contrario, quando abbiamo un incontro profondo con Gesù Cristo, niente può fermarci. Le nostre vite si trasformano ed abbiamo un profondo desiderio di annunciare Gesù come la Buona Notizia, il vero Salvatore di tutta l’umanità. Essere apostolo non è solo un obbligo, semplicemente non possiamo promettere di smettere di proclamare quello che abbiamo visto e sentito. 

Venerdì scorso abbiamo letto la storia di come Gesù chiama Simone ed Andrea per farne pescatori di uomini. La pesca miracolosa è un simbolo dei frutti inaspettati ed abbondanti dei nostri umili sforzi. Quando vedremo come si risvegliano la compassione e la generosità dei nostri simili, esclameremo con gli apostoli: È il Signore! La nostra orazione, parola e servizio sono strumenti inseparabili, capaci di produrre il miracolo della conversione se ascoltiamo accuratamente il suo consiglio: Gettate la rete dall’altro lato della barca. 

Di più ancora, se non condividiamo la nostra esperienza spirituale con altri, con la nostra comunità più vicina o nella Sacra Eucaristia, cominceremo a dubitare ed a domandarci se vale la pena continuare la nostra lotta. E quello che è anche più importante, oltre il fattore psicologico ed emozionale, Gesù manterrà la sua promessa e starà tra noi, anche quando non lo vediamo.

Questo ci aiuta a comprendere il valore del nostro Esame Ascetico-mistico ed il fatto che nessuno può camminare solo. È più facile dirlo che farlo, ma dobbiamo incoraggiare tutte le persone a trovare una comunità ed una direzione spirituale, qualcosa che non tutti oggi capiscono. Ma gli effetti della sua presenza in mezzo a noi sono sufficientemente chiari: le nostre esperienze sono convalidate e confermate, e ci trasformiamo in suoi testimoni perché stiamo condividendo ciò che abbiamo di più prezioso: la Sua vita.

Credi e Spera

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di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei Missionari Identes
Commento al Vangelo dell’08-04- 2018 Seconda  Domenica di Pasqua (o della Divina Misericordia), New York. (Atti Apostoli 4, 32-35; 1° Lettera Giovanni 5, 1-6; Giovanni 20, 19-31)

Alcune persone non credono ai motti o agli slogan. Ovviamente, un motto deve essere utile come promemoria personale e/o come uno strumento per trasmettere un messaggio e relazionarsi con le persone. Forse il gran matematico tedesco Carl Friedrich  Gauss non utilizzò sempre correttamente il suo motto, Ut nihil amplius desiderandum relictum sit = Che non rimanga niente da fare. Quando l’interruppero mentre stava risolvendo un problema e gli dissero che sua moglie stava morendo, egli rispose: Ditele di aspettare fino a che io non abbia terminato questo.

In un altro contesto, alcune compagnie ed imprese sono ben conosciute per i loro motti. Uno di quelli che più hanno avuto successo: Just Do It!  (Semplicemente, fallo) (Nike). E, ovviamente, anche le istituzioni accademiche ed i paesi hanno i loro motti ufficiali.

Anche nella vita spirituale e religiosa, un motto è rilevante. Nell’epoca di Gesù, non esisteva questo concetto, ma Cristo stesso riassunse molte volte la sua missione, l’obiettivo della sua venuta al mondo in pochissime parole: Servire e non essere servito…. Curare … Cercare e salvare coloro che si sono persi…. Mostrarci l’amore del Padre…

Per qualche buona ragione, il nostro Padre Fondatore ci diede un motto di tre parole, Credi e Spera, circondato dall’anello dorato della Carità. Questa è una chiave per comprendere il significato e la portata della Fede e della Speranza. Nel testo del Vangelo di questa domenica, Gesù elogia coloro che credono senza vedere e, sia detto di passaggio, il Papa Benedetto XVI dice in Spe Salvi che la Fede è la sostanza della Speranza. Tanto la Fede come la Speranza possono essere viste anche come condizioni affinché la carità sia possibile in noi, dopo essere stata concessa come grazia di Dio.

Permettetemi di proporre una metafora marina: la Fede è il timone e la Speranza è la vela. Questo illustra il fatto che entrambe sono dinamiche ed interattive. È difficile pensare alla Fede senza Speranza e viceversa. I due doni sono così inseparabili come la Croce e l’amore di Dio. Sono più che tratti di una personalità, piuttosto essenzialmente sono regali, frutti dello Spirito Santo (Gal 5, 22-23) che dobbiamo accettare ed ai quali dobbiamo rispondere.

In che cosa dobbiamo credere? Tutti conosciamo la risposta: non è credere in qualcosa, bensì in qualcuno, nella persona di Gesù Cristo. Ma queste non possono essere solo parole vuote, accuratamente elaborate. Se dici che credi in Gesù Cristo, le tue azioni non dovrebbero essere conseguenza di ciò? Come posso dire che lo seguo se non faccio mai uno sforzo per imitarlo esplicitamente nelle mie decisioni e nel mio comportamento? San Giovanni parla oggi su questo punto col suo stile diretto: Il segno che amiamo i figli di Dio è che amiamo Dio e ne osserviamo i  comandamenti. 

Nel nostro Esame Ascetico e Mistico, la prima cosa che dichiariamo è la nostra risposta al dono della Fede (Raccoglimento) e al dono della Speranza (Quiete). Questo è così perché la fede e la speranza sono condizioni affinché la carità sia possibile. Se sfruttiamo la nostra metafora marina precedente, dobbiamo ricordare che l’amore dello Spirito Santo si concepisce e rappresenta come il vento nelle nostre vele. Ho la mia vela spiegata?

Il primo (e permanente) indicatore della mia accoglienza e risposta, generalmente incompleta, al dono della fede è la natura inutile, negativa od ossessiva dei miei  pensieri. Dobbiamo essere diligenti; perfino Gandhi, con la sua gran visione  spirituale, disse che un uomo non è altro che il prodotto dei suoi pensieri. Finisce  trasformandosi in quello che pensa.

D’altra parte, vista da una prospettiva positiva, la fede implica il credere in quello che abbiamo tra le mani, il credere che continuamente stiamo ricevendo una missione. Questo spiega perché il Papa Francesco descrisse la Chiesa come un ospedale da campo, nel quale si curano i malati e i feriti sul campo di battaglia. Così, il Papa ci sta spingendo a pregare ed a servire, a guardare in faccia la realtà della sofferenza intorno a noi. A poco a poco, ci viene dato il cuore e la mente di Cristo, per essere capaci di diagnosticare i preoccupazioni e le speranze che ogni persona nasconde nel cuore. Allora, sembra naturale farsi le quattro seguenti domande:

Credo in questa missione?

Credo che quella cura è indispensabile ed urgente per tutti ed ognuno dei miei simili?

Voglio guarire il mio nemico ferito?

Realmente sto andando al campo di battaglia per cercare le persone, là dove stiano, per conoscere il loro dolore, la loro lotta, la loro sofferenza e camminare con loro?

Se veramente vogliamo aiutare a guarire le ferite degli altri, dobbiamo accettare il fatto che anche noi siamo profondamente feriti. Questo è uno dei frutti del Sacramento della Riconciliazione e della nostra direzione spirituale in comune. questa è la ragione per la quale il commento del Papa Francesco circa la Sacra Eucaristia risulta molto certo: la Sacra Comunione non è un premio per i perfetti.

C’è una tendenza umana naturale a sentirsi indegni alla presenza del Signore. Quando San Pietro si incontra con Gesù e si rende conto di chi sia, si inginocchia di fronte a Lui e gli dice: Allontanati da me, Signore, perché sono un uomo peccatore. Ma invece di lasciarlo, Gesù lo invita ad essere un apostolo.

Forse, la prima cosa che dobbiamo fare è vedere il figlio prodigo, la pecora perduta, le persone difficili ed i nostri nemici come esseri feriti e malati. Principalmente, perché né loro né noi siamo a casa nostra. Questo mi ricorda gli ospedali che si costruirono per i pellegrini del Cammino di Santiago (anche in Terra Santa e a Roma). Erano necessari, non solo perché la strada era dura e pericolosa, ma anche perché molte persone che facevano il pellegrinaggio erano già malate quando cominciarono. La malattia era parte della vita, sorgeva da condizioni insalubri ed una dieta insufficiente. Ma la malattia interna ed esterna è, oggi e sempre, parte inevitabile delle nostre vite.

Come Paolo incoraggia i Corinzi: Pertanto, miei amati fratelli, siate fermi, perseveranti, abbondando sempre nell’opera del Signore, sapendo che il vostro lavoro nel Signore non è invano. 

In primo luogo, perché lo Spirito Santo farà la sua parte (quello che si può sempre chiamare un miracolo). Se con fede ci arrendiamo al suo potere, lo Spirito darà testimonianza, come ci dice oggi San Giovanni.

Tutti ricordiamo la storia della povera vedova che donò due piccole monete, tutto quello che aveva. Forse il dettaglio più significativo è che la povera vedova non fu cosciente di niente, neppure del fatto che il suo gesto fosse lodato. Gesù non le dice niente. La gratuità del suo gesto diventa ancora più evidente. Gesù indica ai suoi discepoli questa donna che non sa nulla della sua grandezza. Li incoraggia a vivere il rinnegamento di coloro che non agiscono per essere lodati dagli uomini. Questa immagine rimase impressa nei loro cuori ed entrarono più a fondo nel modo di vedere di Gesù: Allora i giusti splenderanno come il sole nel Regno del Padre loro (Mt 13, 43). Nel cielo, si possono avere sorprese. I posti d’onore più elevati possono essere occupati da anime semplici il cui lavoro in questo mondo è stato appena notato.

In secondo luogo, perché ogni piccolo sforzo, come respingere un pensiero negativo o uno sguardo lussurioso, ha sempre una risposta divina: un nuovo ed incoraggiante segno di fiducia, una nuova missione che arriva poco dopo. Questo fu il caso dei primi discepoli, in tale misura che poterono fare quello che il loro Maestro non poté fare. Per esempio, Tommaso viaggiò verso l’Est per diffondere il vangelo tra i Parti, in Persia ed India. San Giacomo predicò il vangelo in Iberia (la Spagna di oggi), ed ambedue soffrirono il martirio.

In altre parole, l’esperienza divina ed umana è che chi fa bene e tutto il possibile nel poco che gli è affidato all’inizio, farà anche bene e continuerà sforzandosi al limite, quando gli sarà dato molto di più (Lc 16, 10).

Ed anche in senso contrario, risulta certo. Colui che è ingiusto su temi piccoli sarà ingiusto anche su temi maggiori. Pertanto, non si può donare a quella persona più cose, e Dio non affiderà a quel tipo di persone nessuna altra missione.

Giovanni ci dice la ragione per la quale scrisse il suo vangelo: Affinché credano che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio; ed affinché, credendo, abbiano vita nel suo nome. Giovanni scrisse il suo vangelo a persone, come te e come me, che non videro mai Gesù stesso. Quelli che ricevettero il vangelo di Giovanni non ebbero mai l’opportunità di vedere i suoi miracoli. Non arrivarono mai ad ascoltare quello che Gesù disse. Ma Giovanni scrisse tutto affinché le persone sapessero chi era Gesù, affinché credessero in Lui e affinché avessero vita in Lui.

Ci sono due tipi di scettici: quelli che hanno domande oneste e vogliono credere e quelli che vogliono solo discutere. Tommaso aveva una tendenza a dubitare, ma voleva credere. Questa è la vera apertura. Altre persone si nascondono dietro i loro dubbi. Prendono la decisione di non credere e di imporsi costantemente agli altri, ma sentono la necessità di continuare a fare domande per sembrare di avere una mente aperta.

San Tommaso di Aquino affermò che per colui che ha fede, non è necessaria nessuna spiegazione, e per colui che non ha fede, non c’è spiegazione possibile.

La vera fede è più che una semplice aspettativa. Ma l’aspettativa e la fede condividono proprietà simili. Per esempio, entrambe sono contagiose, realmente si trasmettono:

C’è una storia, spesso attribuita a Robert Louis Stevenson, di una nave incappata in un terribile temporale di fronte ad una costa rocciosa. I venti  come di uragano, la pioggia torrenziale e le onde agitate minacciavano di portare la nave ed i suoi passeggeri alla distruzione. In mezzo al terrore, un viaggiatore audace salì su per la scivolosa scala della cantina della nave e andò in coperta, timoroso di quello che avrebbe visto. La nave era scossa bruscamente; gli scricchiolii perforavano il continuo ruggito del mare infuriato. La luce della luna sotto la forte pioggia non permetteva di vedere molto, ma il viaggiatore si aggrappò rapidamente e guardò attraverso la coperta verso il timone dell’imbarcazione. Lì vide il pilota al suo posto che teneva con forza il timone, e a poco a poco portava avanti la nave attraverso il mare. Il pilota vide il passeggero terrorizzato e gli sorrise. Impressionato, il passeggero ritornò alla cantina e diede la notizia: Ho visto il viso del pilota, ed egli mi ha sorriso. Tutto sta andando bene. 

Questo giorno si chiama anche Domenica della Divina Misericordia Celebriamo il potere della misericordia divina ed umana. Gli esseri umani non si convertono semplicemente per la predicazione e le dottrine, bensì per l’esperienza concreta della misericordia e della compassione di Dio.

Questa Misericordia si mostrò in modo spettacolare quando i discepoli stavano insieme, con le porte chiuse, e successe qualcosa di straordinario. Colui che avevano abbandonato la notte del suo arresto, ora stava con loro. Riesci a immaginare la sgridata che avrebbero potuto ricevere?  Invece, Gesù dice loro: Che la pace sia con voi! 

Più tardi, Gesù non condannò neppure Tommaso; al contrario, parla della credenza di Tommaso e loda coloro che possono credere senza vedere. Come un maestro spirituale saggio e misericordioso, diede a Tommaso quello di cui aveva bisogno in quel momento della sua vita, approfittando dell’opportunità per insegnarci a tutti una verità importante attraverso le parole di Tommaso: Signore mio e Dio mio,… non solo mio amato amico e maestro Gesù. Usiamo queste parole in silenzio nella consacrazione del pane ed il vino, quando crediamo che si trasformano nel corpo e sangue di Cristo. Non possiamo vedere Gesù, ma crediamo che Egli é realmente lì.

Un ultimo pensiero. Quando Gesù apparve al gruppo, San Tommaso non era lì. Pertanto, non poté godere della presenza di Cristo. Che cosa stava facendo Tommaso quando Gesù apparve alla comunità di discepoli? Non lo sapremo mai. Ma sappiamo che quello che fece fu allontanarsi dal gruppo. Si separò dalla comunità. Concludiamo che, quando siamo tristi o disincantati dal nostro prossimo, forse dopo uno scandalo o un malinteso, non dobbiamo separarci dalla comunità. La presenza di  Cristo è sempre differente dentro la nostra comunità cristiana. E la prima lettura di oggi è un esempio brillante di ciò.

Molti sentono che Dio li ha abbandonati nelle loro difficoltà, sofferenze, fallimenti nello studio o nel lavoro, malattie, conflitti familiari o nelle sfide di curare gli anziani, genitori con demenza e persone con severe limitazioni. Allora, si domandano, dove sta la misericordia di Cristo? La causa principale di quello ateismo nel mondo è l’esperienza della sofferenza e la mancanza di incontro con la misericordia di Dio.

Ma l’allegria della Pasqua non significa che non abbiamo problemi, sofferenze o sfide nella vita quotidiana. Piuttosto, proviene dal sentimento che Dio sta con noi nelle nostre difficoltà: Sarò con voi fino alla fine dei tempi. La nostra esperienza continua e varia dell’azione dello Spirito Santo conferma che Gesù mantiene la sua promessa.

Ma, inoltre, Egli ci ha resi emissari del Suo perdono e pace: Come il Padre mi ha mandato, così io mando voi. 

Tuttavia, la maggiore prova della sua misericordia è la Resurrezione di Cristo, a motivo della quale sappiamo che la sua sofferenza e la nostra non finiranno in tragedia o nella mancanza di senso.