Vangelo alla mano

Un letto, un tavolo, una sedia, una lampada… e delle mani | Vangelo del giorno, 28 giugno

da 24 Giugno 2026Giugno 26th, 2026No Comments

Vangelo secondo San Matteo 10,37-42:
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.

Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Un letto, un tavolo, una sedia, una lampada… e delle mani

Luis CASASUS Presidente delle Missionarie e dei Missionari Identes

Roma, 28 giugno 2026 | XIII Domenica del Tempo Ordinario

2Re 4, 8-11.14-16a; Romani 6, 3-4.8-11; Matteo 10, 37-42

Ho un ricordo affettuoso di Suor Nagasé, una religiosa giapponese delle Sorelle del Bambino Gesù, che gestiva il Centro di Accoglienza della Diocesi di N'Djamena. Lì arrivavano i missionari e i volontari che atterravano in Ciad, un paese prevalentemente musulmano, con una storia difficile, nel quale la nostra comunità ha lavorato fino al 2008.

Questa suora accoglieva con un sorriso e una premura proverbiali chiunque arrivasse dall'aeroporto per iniziare una missione in qualsiasi parte del paese. Non parlava molto bene le lingue locali, ma la sua ospitalità superava ogni barriera linguistica. Nel leggere la Prima Lettura, la donna sunamita mi ricorda la diligenza di questa religiosa nel soddisfare ogni richiesta dei viaggiatori, che si sentivano a casa e ben accolti nonostante i pochi mezzi del Centro. Sono sicuro che lei abbia incarnato le parole che Gesù ci dice oggi: “Chiunque avrà dato da bere anche solo un bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, in verità vi dico che non perderà la sua ricompensa”.

Certamente, ognuno di noi ha ora una missione da compiere per il regno dei cieli, ma oggi Cristo ci dice fino a che punto sia sublime prendersi cura della missione di qualsiasi fratello o sorella, perché lo Spirito Santo può compiere miracoli attraverso un bicchiere d'acqua fresca.

Per esempio, chi si sforza di servire il prossimo attraversa spesso stati di apatia, aridità o vacillazione, poiché ciò che vede e sente non sempre coincide con le sue aspettative, né è proporzionale al suo sforzo; tuttavia, sentendosi accolto, anche solo da una persona, riceve senza parole la conferma della presenza di Dio nella propria vita. Questo dicono le parole della donna sunamita al marito, quando si riferisce a Eliseo: “Ora so che quest'uomo, che passa sempre da noi, è un santo uomo di Dio”.

Inoltre, questa Lettura è uno dei testi più raffinati dell'Antico Testamento su come Dio agisca nel nascondimento e trasformi la generosità in vita nuova, ciò che era sterile nella nostra esistenza in un terreno di fecondità inaspettata. Eliseo scopre che la donna non ha figli e sa che il marito è anziano. Lei non lo aveva chiesto — forse per una rassegnazione antica — ma Dio conosce le ferite silenziose e attraverso il profeta le annuncia: “L'anno prossimo, in questo stesso periodo, stringerai un figlio tra le tue braccia”.

La nostra umile ospitalità verso il prossimo è una stanza sempre pronta ad accogliere la benedizione divina.

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La Seconda Lettura costituisce un'introduzione molto adeguata per comprendere il messaggio del testo evangelico. San Paolo parla (molto) insistentemente ai Romani del significato del Battesimo: il passaggio da uno stato di morte a una vita “per Dio in Cristo Gesù”. San Matteo raccoglie oggi la fine del cosiddetto Discorso Missionario di Cristo, dove il Maestro precisa esattamente cosa fare con questa vita: perderla per Lui.

Un'interpretazione frequente di questo messaggio è quella di sottolineare la difficoltà e il sacrificio che ci richiede il vivere questo spirito missionario. Tuttavia, non si tratta di mettere alla prova la nostra fede, per quanto esigente sia l'essere discepolo-missionario; si tratta piuttosto di essere fedeli alla capacità ricevuta nel Battesimo di donare la vita come Cristo per ottenere un frutto che il mondo non può produrre.

La storia L'usignolo e la rosa (1888) di Oscar Wilde è una tragica favola sull'amore idealizzato, il sacrificio disinteressato e la superficialità umana.

In un giardino silenzioso, un giovane studente piangeva perché aveva bisogno di una rosa rossa per dichiararsi alla donna che amava… ma era inverno e non ce n'era nessuna.

Un usignolo, che aveva ascoltato il suo lamento, comprese che il ragazzo desiderava qualcosa di vero, qualcosa che valesse la pena. Allora cercò un rosaio e gli chiese un fiore. Il rosaio rispose: “Posso darti una rosa, ma solo se qualcuno mi offre il suo sangue”.

L'usignolo esitò. Era piccolo, fragile, e il canto era la sua vita. Ma vide la tristezza del giovane e decise di donarsi. Conficcò il suo petto in una spina e cantò per tutta la notte. Man mano che il suo sangue cadeva, la rosa si tingeva di un rosso profondo. Quando sorse il sole, la rosa era perfetta. L'usignolo, invece, giaceva senza vita sotto il rosaio.

Il giovane trovò il fiore e corse a offrirlo alla ragazza. Lei lo rifiutò per un regalo più costoso che aveva ricevuto da un altro pretendente. Il giovane, deluso, gettò la rosa nella spazzatura e tornò alla routine dei suoi libri.

Ma la storia non finisce qui, perché anche se il giovane non aveva compreso il sacrificio, l'usignolo aveva comunque trovato la sua pienezza: aveva dato la vita per amore, e in quell'atto la sua esistenza divenne eterna, più vera di qualsiasi successo o riconoscimento. Nella logica del mondo, l'usignolo aveva perso. Nella logica dell'amore, ha guadagnato la vita pienamente.

La nostra testimonianza di vita dovrebbe essere l'argomento più convincente per spingere coloro che conosciamo a seguire Cristo. Egli menziona oggi la croce che ognuno di noi deve portare, ma bisogna dire ancora una volta che non si tratta di una “prova”. Il modo in cui portiamo quella croce produce nel prossimo una sorpresa e un vero coraggio nel vivere dedicandosi agli altri nonostante la propria sofferenza. Nel caso dei primi discepoli, è evidente che furono contagiati da Cristo in questo modo, anche se non comprendevano tutto ciò che il Maestro trasmetteva loro con la parola.

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Gesù ha parlato in molte occasioni dell'amore che prova per suo Padre e di come egli stesso cerchi di compiacerlo in tutto. Oggi però cambia il suo discorso, per farci comprendere che è Lui la misura dell'amore; infatti, il nostro amore per i genitori — qualcosa già richiesto dal quarto Comandamento — non può essere completo, né santo senza amare profondamente Lui, vale a dire, mostrando una profonda gratitudine per averci liberati, per averci mostrato il cammino verso la nostra casa del cielo e anche il modo di amare i nostri genitori con libertà, senza dipendenza affettiva, senza differenze, senza possesso, né paura, senza le condizioni che a volte l'amore mondano impone.

Effettivamente, quando non amiamo profondamente Cristo, il nostro amore per il prossimo è condizionato dalla risposta che ci dà, dalla nostra paura e dal nostro modo di guardare. Tuttavia, dopo aver ricevuto il dono della pietà, possiamo dire: “Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo” (1Gv 4, 19).

Per questo motivo la gratitudine è, in un certo senso, la prima virtù, perché riconosce il bene come dono, e questo riconoscimento è il punto di partenza di tutta la vita morale e spirituale.

Sappiamo bene, però, che i discorsi astratti sull'amore e sulla carità sono spesso inutili e talvolta pericolosi. Cristo ha descritto e definito il suo amore per noi come amicizia, secondo quanto ricorda il Concilio Vaticano II: “Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (Dei Verbum, 2).

Cristo ci chiama “amici” quando passiamo da una relazione di servi a una di intimità, fiducia e obbedienza. Questo momento cruciale avviene durante l'Ultima Cena, quando Gesù rivela ai suoi discepoli il profondo amore sacrificale che ha per loro.

Oggi è il giorno adatto per fare un esame molto preciso e molto evangelico, in sole tre domande, per sapere se siamo sulla linea di questo amore di autentica amicizia con Cristo e con il prossimo. Si tratta di ricordare tre momenti in cui Gesù parla della sua amicizia con ciascuno di noi:

► Gesù ci chiama amici perché ci confida i segreti e i disegni di Dio. Non desidera più nasconderci nulla, poiché abbiamo accesso alla sua verità. “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15). Condivido davvero TUTTO con Lui, compresi i miei sogni, i miei dubbi, le mie frustrazioni e le mie mancanze? Ci sono questioni che non possiamo o non dobbiamo comunicare ai nostri genitori, ma non ci sono eccezioni a ciò che dobbiamo condividere con Cristo.

► Gesù, nel versetto precedente, ci fornisce un indicatore preciso: “Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando” (Gv 15,14). La vera amicizia con Lui si dimostra attraverso l'obbedienza nell'amore per il prossimo che ci chiede di manifestare. Mi preoccupo di FARE SAPERE al mio prossimo che desidero davvero vivere un'amicizia con lui?

Il fariseo Simone, che aveva invitato Cristo a mangiare a casa sua (Lc 7,36-50), non mostrò verso il Maestro la cortesia elementare di quel tempo; al contrario, la donna peccatrice si affrettò a lavare e baciare i suoi piedi con un profumo costoso, dimostrando così la possibilità di un'amicizia tra persone molto diverse, tra coloro che hanno opinioni distinte, tra l'uomo e Dio. Gesù stesso spiega perché questo sia possibile: se dimostra tanto amore, è perché le sono stati perdonati i suoi molti peccati.

Come affermava San Giovanni Bosco, non basta amare i giovani, è necessario che essi si accorgano di essere amati. In questo modo il mio prossimo si sente valorizzato, sicuro e compreso, e così si spiana il suo cammino verso il cielo, come fece Gesù con il criminale che aveva accanto a sé sul Golgota.

► Infine, l'amicizia di Gesù è un'amicizia incondizionata. Subito prima di rivelare la sua amicizia, Gesù esprime ai discepoli la grandezza del suo dono: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Ci chiama “amici” nonostante la nostra mediocrità, persino nonostante i nostri tradimenti, come fece con Giuda Iscariota: “Amico, per questo sei qui!” (Mt 26,50). Questa amicizia era inconcepibile per chiunque riflettesse sulle relazioni umane nelle culture dell'epoca (…e ancora meno ai giorni nostri). La mia amicizia e il mio affetto per le persone dipendono dalla loro simpatia, dalla loro affinità con me?

In verità, la nostra amicizia con Cristo è sempre in costruzione, in crescita, proprio come la vera amicizia con il prossimo, che non è spontanea. Per fare ciò, dobbiamo mettere a frutto l'amore ricevuto con il perdono di Dio e la generosità di alcune (o molte) persone, partendo così dalla gratitudine, come abbiamo ricordato prima.

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Nei Sacri Cuori di Gesù, Maria e Giuseppe,

Luis CASASUS

Presidente