Vangelo alla mano

Nessuno ci ha preso a lavorare | Vangelo del giorno, 20 settembre

da 16 Settembre, 2026No Comments

Vangelo secondo San Matteo 20,1-16:
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono.

»Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

»Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Nessuno ci ha preso a lavorare

Luis CASASUS Presidente delle Missionarie e dei Missionari Identes

Roma, 20 settembre 2026 | XXV Domenica del Tempo Ordinario

Isaia 55, 6-9; Filippesi 1, 20c-24.27a; Matteo 20, 1-16

Nel 1853, lo scrittore nordamericano Herman Melville pubblicò in una rivista un racconto considerato come una delle sue opere migliori. Porta il titolo del protagonista di quel racconto, Bartleby, un copista che, in un ufficio pieno di attività, rimane sempre più invisibile, silenzioso, non richiesto.

La sua risposta ripetuta, “preferirei non farlo”, non era una ribellione ai suoi capi, bensì l’espressione di qualcuno che non si sentiva chiamato a nulla, che non trovava un luogo in cui la sua esistenza avesse senso. Finisce per rifiutarsi di abbandonare l’ufficio, nonostante sia stato licenziato. Viene arrestato come vagabondo e muore d’inedia in carcere.

Il personaggio è stato analizzato in molteplici occasioni e ha dato origine a interpretazioni psicologiche, antropologiche e sociologiche di ogni genere, sicuramente perché Bartleby riflette tanti esseri umani che vivono in un’attesa vuota, senza essere convocati da alcun legame significativo. In questo modo, la loro identità si va spegnendo perché non c’è uno sguardo che li riconosca. Bartleby è il volto letterario del bracciante che dice: “Nessuno mi ha preso a lavorare”.

È la confessione di una profonda vulnerabilità, poiché l’essere umano dipende dall’essere chiamato in qualche modo; non può darsi da sé il proprio valore. Ha bisogno di essere accolto per esistere pienamente. È l’antropologia del “sé” ricettivo, non autosufficiente.

Nel Vangelo di oggi, “Nessuno ci ha preso a lavorare” è l’auto-descrizione di una persona che non trova posto, valore, né riconoscimento nel tessuto sociale e simbolico della vita.

Nel mondo biblico, essere chiamati significava essere visti, essere scelti, essere valorizzati. Dire “nessuno ci ha preso a lavorare” equivale ad affermare che “nessuno ci ha considerati degni” o “la nostra esistenza non è necessaria per nessuno”.

È l’esperienza dell’invisibilità sociale, potremmo dire, la ferita della mancata scelta; è la condizione del soggetto scartato, che non rientra nella logica del rendimento.

Quando Cristo descrive i braccianti che aspettano in piazza, non parla solo di un problema lavorativo, ci sta dicendo che l’attesa è qualcosa di fondamentale per l’essere umano; poiché viviamo in tensione verso una chiamata e la nostra identità si configura in una relazione che convoca, qualcosa che a volte, nella vita spirituale, chiamiamo “vocazione”. Senza chiamata, l’essere umano rimane sospeso, senza forma.

Così, ora siamo capaci di comprendere le differenti reazioni di coloro che non si sentono chiamati, né necessari per qualcuno, qualcosa che tutti possiamo contemplare intorno a noi:

֍ Reazioni di isolamento e ritiro, nelle quali la persona si allontana da amici e familiari partendo dal presupposto “perché disturbare se non interesso a nessuno”. In casi estremi, questo può sfociare in fenomeni di isolamento totale, come il fenomeno degli hikikomori, parola giapponese che descrive una condizione che comporta il rinchiudersi nella propria casa e il non partecipare alla società per sei mesi o più. Questo si verifica con una frequenza allarmante nella popolazione giovanile.

Altri cadono nell’apatia, in una profonda mancanza di motivazione. Le attività che prima generavano gioia smettono di farlo, poiché l’individuo sente che le sue azioni non hanno alcun impatto sul mondo.

In altri ancora si osserva una sorta di auto-invisibilizzazione, l’adozione di una postura sottomessa o passiva nei gruppi, cercando di “non fare rumore”, né di attirare l’attenzione, dando per scontato che la propria presenza sia irrilevante.

֍ Reazioni difensive e di compensazione, come un’iper-indipendenza radicale, che porta la persona ad adottare la filosofia del “non ho bisogno di nessuno perché nessuno ha bisogno di me”. Rifiutano di chiedere aiuto e costruiscono spessi muri emotivi per evitare di essere vulnerabili.

Altri cercano rifugio nel rendimento o nel lavoro, tentando di compensare la mancanza di connessione emotiva cercando di rendersi indispensabili in ambito lavorativo o accademico. Si cerca il riconoscimento esterno per colmare il vuoto interno.

Infine, c’è chi si dedica ossessivamente a prendersi cura degli altri (o di una qualunque causa, o di un animale domestico) per forzare la sensazione di essere necessari, spesso trascurando i propri bisogni primari.

֍ Reazioni di ostilità, risentimento o cinismo. A volte, la persona “non chiamata” sviluppa un atteggiamento amaro verso la società e le relazioni umane. Tende a criticare l’ipocrisia degli altri come meccanismo di difesa per giustificare il proprio isolamento.

In alcuni casi, specialmente nei giovani, il dolore di essere invisibili si trasforma nel bisogno di essere visti a tutti i costi, ricorrendo alla provocazione o alla ribellione.

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Certamente, ci sono persone che sembrano superare questa situazione di non essere chiamate creando un proprio scopo, costruendo un cammino attraverso l’arte, la filosofia, un hobby, la spiritualità o nuovi progetti di vita; tuttavia, queste alternative sono necessariamente limitate e a volte molto individualiste, come accadde al figlio minore della parabola (Lc 15, 11-32), il giovane chiamato “prodigo”, che poi si pentì di aver cercato un progetto di vita in modo insensato.

Naturalmente, la parabola che oggi il Maestro ci offre illumina l’unica possibilità di uscire da questa spirale di chi non si sente chiamato, né utile, né – soprattutto – sinceramente amato. Il nostro Padre celeste è il padrone della vigna, che non si stanca di uscire nelle piazze a cercare braccianti.

Sappiamo bene che una vigna richiede molte cure e un’attenzione continua, poiché i funghi, gli animali e i parassiti insidiano costantemente; Cristo scelse questa immagine affinché gli ascoltatori comprendessero bene che il regno dei cieli, qui in questo mondo, esige di accompagnare ogni essere umano con dedizione e senza stancarsi, affinché i suoi talenti, le sue qualità, il meglio di sé stesso, possano dare il massimo dei frutti.

Tutto ciò che chiamiamo “vita mistica” può essere inteso come questo sforzo del padrone della vigna affinché accogliamo la sua chiamata: ci ispira misericordia, ci va convincendo del vuoto dei nostri idoli, ci libera dalla nostra brama di autosufficienza.

In questo modo lo Spirito Santo, unito al Padre e al Figlio, ci spinge continuamente a compiere qualcosa di generoso per il prossimo, il che, al tempo stesso, è un cammino di libertà; ciò spiega perché Gesù promise ai primi discepoli che avrebbe fatto di loro dei “pescatori di uomini”, vale a dire strumenti gioiosi, capaci di riscattare gli altri dalla schiavitù del mondo, del demonio e della carne.

Questa esperienza è così forte che san Paolo la descrive oggi come un dilemma tra la suprema gioia di accompagnare Cristo in cielo o il godimento di vivere una paternità o maternità spirituale con coloro che la Provvidenza ci pone davanti, per quanto esigente ciò possa essere.

Nella Prima Lettura, Isaia ripete che i piani di Dio, le sue vie, sono più alte delle nostre, il che significa – tra le altre cose – che non possiamo immaginare né la grandezza del perdono divino, né la grazia che ha riservato per i “criminali e i malvagi” disposti ad aprire il loro cuore. Per questo la parabola di oggi termina affermando che gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi.

Lo stesso Cristo ne fece esperienza, vedendo la fede della donna cananea angosciata per la figlia (Mt 15, 21-28) o dell’ufficiale romano (Mt 8, 5-13) in pena per la malattia del suo servo; al contrario di alcuni farisei e dottori della Legge, che non sembravano essere “ultimi”, bensì “primi”.

A volte lo verifichiamo essendo testimoni di pentimenti inaspettati o della nostra stessa determinazione ad accettare l’invito del padrone della vigna per fare qualcosa di nuovo: un gesto di amore disinteressato, un gesto di perdono avvolto in una nuova pazienza e in un’inaspettata empatia…

Il padrone della vigna mette il dito nella piaga della nostra malizia: “Sei invidioso perché io sono buono?”. Qualche settimana fa ho avuto l’occasione di ascoltare due persone sensibili, intelligenti ed efficienti nel loro lavoro professionale. Ma la visione che ciascuno aveva dell’altro era la medesima: credevano di percepire una persona insopportabile, rigida e orgogliosa… vi era nelle loro percezioni una simmetria perfetta e deplorevole. Entrambi consideravano l’altro “impossibile”, un vero caso perso.

Alla luce del Vangelo di oggi, questo mi ricorda la nostra profonda tendenza a essere in disaccordo con Dio e con il prossimo. Ciò si può chiamare in vari modi, ma si manifesta sotto forma di diffidenza, invidia e – nella vita delle persone nobilmente spirituali – con quella che il nostro Fondatore chiama controverberazione, che può essere intesa come l’antagonismo più profondo tra anima e spirito, la divisione più dolorosa dentro di noi, di cui lo Spirito Santo approfitta per attrarci a sé.

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Naturalmente, noi siamo capaci di disprezzare la misericordia del Padre, come accadde con i lavoratori che avevano passato tutta la giornata sotto il sole, o come il fratello maggiore del Figlio Prodigo: “Da tanti anni ti servo e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici”.

Né lui, né i lavoratori chiamati avevano goduto di ciò che era già stato loro concesso: il regno dei cieli; avevano perso l’opportunità di dare una testimonianza di generosità lungo tutta la vita, il che non equivale al gesto eroico di un momento. Certamente, noi non siamo capaci di paragonare il gesto di un martire e la lunga vita di dedizione di una persona che ha lasciato tutto per Cristo e non si è mai voltata a guardare indietro.

Il Vangelo di oggi ci invita a meditare molto seriamente sulla nostra vita apostolica. Siamo davvero convinti che “l’altro” è cercato dal nostro Padre celeste per lavorare nella vigna, e non solo per essere assolto dalle sue mancanze? Questo ha a che fare con la lamentevole indifferenza che manifestiamo a volte, non solo per un essere umano che patisce la fame per strada, ma per chi abbiamo accanto e qualifichiamo istintivamente come un “ostacolo”, e non come una “missione”.

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Nei Sacri Cuori di Gesù, Maria e Giuseppe,

Luis CASASUS

Presidente