
Vangelo secondo San Matteo 18,21-35:
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. A questo proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: ‘‘Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa’’. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.
»Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: ‘‘Paga quel che devi!’’. Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: ‘‘Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito’’. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
»Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: ‘‘Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?’’. E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».
Perdonare di cuore
Luis CASASUS Presidente delle Missionarie e dei Missionari Identes
Roma, 13 settembre 2026 | XXIV Domenica del Tempo Ordinario
Siracide 27,33-28,9; Romani 14, 7-9; Matteo 18, 21-35
Per chi pensa che perdonare sia una debolezza, o qualcosa di inutile, o che si tratti di una “pratica per cristiani”, è utile leggere casi reali e di finzione, come il romanzo Resurrezione di Lev Tolstoj (1828-1910).
In questo racconto, il perdono scatena effetti impressionanti. È forse l’opera in cui questo autore russo esplora con maggiore profondità come il perdono possa risvegliare una coscienza addormentata, riparare un’ingiustizia e trasformare radicalmente una vita.
La storia si ispira ad un caso reale, che un avvocato amico di Tolstoj gli raccontò commosso. Il protagonista è un nobile Dmitrij Nechljudov, il quale scopre che Katjuša Maslova, la donna che aveva sedotto e abbandonato anni prima, è caduta in disgrazia, ed è stata costretta a vivere come prostituta, e quindi giudicata ingiustamente.
Nel vederla, Nechljudov sperimenta uno shock morale: comprende di essere lui il responsabile della sua caduta.
La cosa impressionante è che Katjuša, nonostante il danno subìto, non si chiude nel risentimento. Il suo perdono — prima silenzioso e poi esplicito — agisce come una forza che risveglia in Nechljudov il desiderio di una conversione totale.
Nechljudov abbandona la sua vita comoda e decide di riparare al danno, rinunciando persino ai suoi privilegi. In modo potente, il perdono di Katjuša spezza la spirale di disprezzo verso se stesso e apre in lui una vita nuova. Allo stesso modo Katjuša, perdonando, smette di essere definita dal suo passato e recupera la propria dignità.
In modo convincente, Tolstoj mostra che il perdono è una forza che “resuscita” la persona, la strappa alla morte morale. Questo geniale romanziere non presenta il perdono come un gesto sentimentale, ma come un’energia che riorganizza l’intera vita. Il perdono di Katjuša non solo libera Nechljudov: lo trasforma in un uomo nuovo, capace di amare, servire e riparare; vediamo così chiaramente che il perdono è sempre creatore: apre strade che prima non esistevano.
—ooOoo—
Anche se siamo moralmente disonesti e ingrati, dobbiamo riconoscere che siamo stati perdonati molte volte da Dio e dagli uomini.
Personalmente, ricordo alcuni dei miei peccati — non so se si possano definire molto lievi o molto gravi — ma che “avrebbero meritato” una totale perdita di fiducia da parte di Dio. Meno male che non occupo un posto nella Santissima Trinità… Non devo nemmeno dimenticare le innumerevoli volte in cui sono stato perdonato dalle persone che mi hanno voluto bene, a cominciare dai miei genitori. Come è successo a Nechljudov, ho sperimentato molte volte che ricevere il perdono apre strade, come a Cafarnao Cristo ha voluto insegnare a coloro che gli portarono il paralitico affinché potesse camminare. La prima emergenza di cui il Maestro tenne conto non fu l’evidente disabilità di quella persona, ma il peso dei suoi peccati, che indubbiamente gli impedivano di esprimere il meglio di sé, pur trovandosi in quella difficile situazione fisica.
Cristo non scrive un trattato sul perdono e non si limita a dichiarare a Pietro che deve perdonare più di quanto immagini o creda di essere capace di fare (Mt 9, 1-8).
La richiesta di Cristo — Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno — afferma che molte azioni dannose nascono da una cecità interiore, non da una malvagità pienamente consapevole.
In realtà, la maggior parte degli atti crudeli nasce da un cuore che non vede. Persino gli atti più disumani provengono da una persona che è stata ferita, deformata, oscurata. Qualcuno in questa condizione, in molte occasioni, quando riceve un perdono immeritato, comprende per la prima volta il male che ha compiuto e diventa capace di scegliere il bene.
In verità, spesso non sappiamo quello che facciamo, perché agiamo segnati dall’odio, dalla frustrazione e dalla disperazione. Il nostro cuore è cieco.
—ooOoo—
Spesso si paragona il perdono che Cristo ci chiede di vivere come l’opposto della famosa Legge del Taglione, che ebbe diverse versioni, la più celebre delle quali fu il Codice di Hammurabi, re di Babilonia, scritto 18 secoli prima della nostra era. Tuttavia, un principale valore positivo della Legge del Taglione (famosa per la frase “occhio per occhio, dente per dente”) fu quello di porre un limite alla vendetta smisurata nell’antichità. Sebbene oggi appaia come una punizione brutale, nel suo contesto storico servì a stabilire il cosiddetto principio di proporzionalità nella giustizia.
Prima della sua comparsa, se il membro di una tribù feriva qualcuno di un’altra tribù, la risposta era solitamente una guerra totale o il massacro di intere famiglie. In questo modo si pose un freno all’escalation, evitando che un reato minore scatenasse conflitti interminabili tra clan. Inoltre, garantiva che la pena inflitta non potesse essere maggiore del danno originale subìto e introduceva uno standard fisso per il castigo, indipendentemente dalla rabbia della vittima.
Curiosamente, possiamo esprimere l’esortazione che Gesù ci dà oggi ricorrendo alla stessa esperienza utilizzata nella Legge del Taglione: Il tuo concittadino ti ha fatto questo, e allora tu fai lo stesso a lui. Cristo oggi ci dice qualcosa di più profondo ed essenziale: Lo stesso perdono che Dio ha fatto scendere su di te, riversalo su chi ti ha offeso.
Questo ricorso all’esperienza è un elemento essenziale e necessario per perdonare davvero: se nessuno mi ha mai amato, come posso sapere in che modo amare gli altri? Se non sono mai stato perdonato, come posso riuscirci quando mi sento offeso?
Gesù termina oggi la sua parabola del servo spietato con un finale durissimo: quell’uomo viene gettato in prigione e sottoposto a tortura. Certamente i suoi ascoltatori, abituati al linguaggio dell’Antico Testamento, avranno colto bene il messaggio. Forse per noi richiede una traduzione: se non perdoni, non sarai mai capace di collaborare alla missione del Regno, ti sei escluso da solo. Questo può sembrarci ancora una punizione, una condanna, ma prima di tutto è un invito a essere consapevoli, a risvegliarsi alla realtà del perdono che ho ricevuto direttamente da Dio e attraverso il prossimo. Proprio come il servo spietato, non ho una reale percezione di cosa significhino diecimila talenti… Gesù usa una cifra intenzionalmente esagerata per evidenziare che quel servo non si lasciò commuovere dalla misericordia ricevuta, mentre i suoi compagni si rattristarono molto per la sua crudeltà.
Ma noi, siamo sensibili al perdono ricevuto? Normalmente no, per diversi motivi:
A volte il perdono si riferisce alle opportunità di fare il bene che ho disprezzato, davanti alle quali sono stato indifferente o cieco. Tuttavia, il perdono si manifesta nel fatto che non mi viene tolta la fede. Non posso dare questo per scontato; forse mi sono abituato e dò per scontato che la mia scarsa sensibilità meriti una comprensione permanente e incondizionata.
In altre occasioni, si tratta di un perdono continuo delle mie goffaggini (sempre le stesse) nel mio modo di compiere la missione (individualista, prepotente, privo di riflessione…) e certamente non sono più sensibile agli effetti negativi del mio “stile”, che non cambia e grava pesantemente sulla pazienza e sulla comprensione del mio prossimo.
Ancora peggio, sminuisco i miei errori più seri, pensando solo che devo “riprendermi dal mio cattivo atteggiamento”, senza guardare alle mie vittime, senza essere capace di fare come Zaccheo, il capo dei pubblicani nella città di Gerico, che restituì con gli interessi ciò che aveva rubato o estorto. Questa dovrebbe essere sempre una conseguenza immediata del perdono.
Il perdono a cui si riferisce Gesù oggi è un “perdonare di cuore”, non semplicemente dimenticare o non vendicarsi. Perdonare di cuore significa avvicinarsi a chi offende o ha agito male. Questo lo posso fare se ho sperimentato veramente il potere del perdono, la sua capacità di aprire strade, come dicevamo prima. Gesù “si avvicinò” a Giuda Iscariota, che stava derubando la comunità, affidandogli la gestione economica del gruppo. In questo modo, ci mostra la strada per imitarlo nel perdono:
֍ Gesù, sapendo cosa c’era nel cuore di Giuda e conoscendone le debolezze, non lo espose pubblicamente davanti agli altri discepoli, né lo destituì. Al contrario, lasciandolo a capo dell’economia del gruppo, gli concesse il livello più alto di fiducia umana all’interno della comunità. Questa non fu negligenza; fu un atto di amore estremo. Gesù “si avvicinò” alla sua ferita (l’avidità o l’attaccamento al denaro) mettendolo di fronte a essa, dandogli fino all’ultimo minuto l’opportunità di riflettere, pentirsi e vincere la sua debolezza. La sua arma fu mostrargli una generosità sproporzionata.
Fece qualcosa di molto simile con Pietro, il quale seppe invece cogliere e abbracciare il perdono ricevuto. Sulle rive del mare di Tiberiade, dopo la Risurrezione, Gesù non solo assolve la colpa di Pietro per averlo rinnegato tre volte durante la Passione; va molto oltre. Perdonare di cuore, per Gesù, significa restaurare completamente la dignità dell’altro.
Nella logica del mondo, quando qualcuno tradisce una fiducia grande quanto quella tradita da Pietro, il perdono è solitamente accompagnato da un periodo di prova, da un ridimensionamento delle mansioni o da un rimprovero. Gesù non gli impone una penitenza umiliante, né lo allontana dal gruppo. Il perdono di Gesù consiste nel restituirgli intatta la guida che gli aveva promesso (Mt 16,18).
֍ Questo avvicinamento di Gesù non è mai impositivo, né manipolatorio. Consegnare la borsa a Giuda dimostra che Dio rischia la sua stessa missione affidandosi alla libertà umana. Gesù non legò le mani di Giuda perché non rubasse, ma fece appello alla sua coscienza.
֍ Infine, Cristo agisce in modo totalmente coerente con il suo stesso insegnamento.
Nel medesimo Vangelo, Gesù insegna ad amare i nemici e a perdonare senza limiti. Se Gesù avesse emarginato o sorvegliato strettamente Giuda per i suoi piccoli furti quotidiani, avrebbe contraddetto il suo stesso messaggio di misericordia. Il “perdonare di cuore” che ha richiesto a Pietro si traduce qui nel non trattare Giuda in base ai suoi peccati attuali, ma in base alla sua dignità e al suo potenziale di conversione.
____________________________
Il perdono è anche un cammino, qualcosa che dobbiamo imparare. Potremmo utilizzare il modo di esprimersi di Gesù per dire: Chi non perdona il poco, non perdonerà neanche il molto. Le goffaggini, le dimenticanze, la mancanza di sensibilità di chi ci sta accanto richiedono un “perdonare di cuore” che va oltre il non tenere conto degli errori; deve includere il cooperare con il nostro fratello nel coprire i suoi errori, imparando a evitarli in futuro. Solo l’orazione può dirmi come fare in ogni singolo caso.
____________________________
Nei Sacri Cuori di Gesù, Maria e Giuseppe,
Luis CASASUS
Presidente











