
Vangelo secondo San Matteo 18,15-20:
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
»In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Correggermi, correggere, custodirci
Luis CASASUS Presidente delle Missionarie e dei Missionari Identes
Roma, 6 settembre 2026 | XXIII Domenica del Tempo Ordinario
Ezechiele 33, 7-9; Romani 13, 8-10; Matteo 18, 15-20
Sebbene sia evidente che Gesù voglia istruirci oggi su come agire di fronte a un conflitto, in particolare a chi sente di aver ricevuto un’offesa, Egli finisce per dare la chiave per trattare qualsiasi conflitto che sorga nella Chiesa, nella famiglia, in qualsiasi comunità.
Normalmente si consiglia a tutti di ascoltarsi, di cercare una maggiore comunicazione, di trascorrere del “tempo di qualità” insieme e di avere molta pazienza. Chi potrebbe negare che tutto questo sia positivo? Ma la novità, il contributo essenziale di Cristo, si rivolge a qualcosa di ancora più importante della nostra fragile pazienza, anche se fossimo capaci di perdonare 70 volte 7: la promessa che, se siamo riuniti nel suo nome, Egli rimane in mezzo a noi.
Crediamo che questo sia vero? Lo abbiamo sperimentato?
Dire che è “in mezzo a noi” è diverso dall’affermare che è nel tuo o nel mio cuore. In questo modo, Egli è capace di custodire la nostra unità, nonostante i malintesi e le discrepanze che sorgono inevitabilmente. Nei momenti di tensione, di relazioni difficili, lascia in ciascuno dei protagonisti un sentimento che non possiamo negare (sebbene siamo capaci di rifiutarlo con furore e collera). È come se ci dicesse:
Ti rendi conto che, tra non molto, né questa persona, né tu, sarete più in questo mondo?
Comprendi che né il suo giudizio, né il tuo portano alla soluzione completa del problema in discussione?
Ricordi che sia tu che lui siete chiamati a condividere un’eternità e che i piani di mio Padre non si possono rovinare con le vostre ragioni, preferenze o passioni?
Così, come un’umile candela in mezzo alla tavola, proietta la stessa luce su due persone che si sentono distanti e ferite, dandoci la possibilità non solo di calmare la nostra irritazione, ma di continuare a camminare e lavorare insieme. È Lui che rende possibile il perdono, l’autentico perdono che ci rivela come non allontanarci dal prossimo nelle situazioni che ci travolgono.
Non ci dà ragioni, ma mette in noi un sentimento che supera tutte le nostre sicurezze e le nostre paure. Come dice Fernando Rielo in Trasfigurazione:
Ogni volta che dubiti… lascia che sia il tuo cuore a comandare.
Non possiamo essere ingenui e dobbiamo accettare che ci accade ciò che Sant’Agostino descriveva in modo ironico e azzeccato: Noi, uomini, siamo come vasi di terracotta, che non appena si urtano tra loro si rompono.
Sicuramente, accettare che i conflitti non smetteranno di sorgere nelle comunità, nelle famiglie, nella Chiesa e nel mondo, è la prima misura intelligente che ci libera dalla disperazione e — soprattutto — ci permette di ricorrere a Gesù.
A volte, una persona si sente profondamente impotente nel correggere, istruire e condurre sulla buona strada il proprio coniuge, i figli o i suoi fratelli. E questo può portare a una vera e propria disperazione.
Tempo fa, una donna intelligente, equilibrata e gentile, che stava attraversando momenti particolarmente difficili, mi disse: L’unica cosa che ho imparato, nelle relazioni con la mia famiglia, è che tutti gli uomini sono prepotenti e insensibili e tutte le donne manipolatrici e invidiose.
Mi colpì così tanto che ricordo letteralmente le sue parole; ma insieme meditammo l’avvertimento di Cristo, che ci mette in guardia dal non condannare, lasciando chiaro che condividiamo tutti la fragilità, la debolezza, la confusione: Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? (Mt 7, 3). Grazie alla sua fede sincera, poté superare gradualmente questa visione pessimistica e aggressiva del prossimo.
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Il testo evangelico di oggi non si riferisce solo a un’offesa personale, ma a un “peccato” del prossimo, qualcosa che tutti considerano, e lo è visibilmente, una mancanza, un errore. Correggere una persona è una questione talmente delicata, che Gesù ci fornisce molti dettagli su come farlo.
In primo luogo, proteggendo per quanto possibile la reputazione di chi ha agito male: Ammoniscilo fra te e lui da solo. In questo modo, la persona non vedrà danneggiata la sua reputazione, ma avrà l’opportunità di prendere l’iniziativa, chiedere perdono e riconoscere apertamente la sua cattiva azione.
Purtroppo, sappiamo che non sempre va così e Cristo ci insegna il secondo passo, “prendere con sé una o due persone” e fargli comprendere l’errore. Vedendo che sono diverse le persone rimaste colpite o dispiaciute dalla mia condotta, è più facile che io non pensi male di chi desidera correggermi, constatando gli effetti delle mie azioni inappropriate su più persone.
Il passo finale, di carattere più formale e giuridico, è che “la comunità” ascolti chi ha commesso un errore. Di fronte alla possibile ostinazione della persona, Cristo propone di trattarla come “un pagano o un pubblicano”. Questo potrebbe sembrare una forma di esclusione, ma ricordiamo come il Maestro tratta pagani, pubblicani, farisei e peccatori pubblici: si tratta di anime amate da Dio e attese da Lui nel suo ovile.
Un esempio letterario eccezionale che dimostra come l’amore abbia necessariamente un contenuto di responsabilità si trova ne Il Piccolo Principe (1943) di Antoine de Saint-Exupéry, in particolare nella famosa e indimenticabile metafora della rosa e della volpe.
All’inizio dell’opera, l’amore del Piccolo Principe per la sua rosa è immaturo. Lei è orgogliosa, capricciosa ed esigente, il che satura il protagonista e lo spinge ad abbandonare il suo asteroide. Tuttavia, il vero apprendimento sulla natura dell’amore avviene quando il Piccolo Principe arriva sulla Terra e incontra la volpe.
La volpe chiede al Piccolo Principe di “addomesticarla”. Nel linguaggio del libro, addomesticare significa creare legami. La volpe gli spiega che, prima di conoscersi, entrambi erano indifferenti l’uno all’altro (uno è un bambino comune e l’altra è una volpe uguale a centomila volpi). Ma creando un legame, diventano unici al mondo l’uno per l’altro.
Quando il Piccolo Principe vede un giardino con cinquemila rose identiche alla sua, si sente profondamente triste perché pensava che la sua rosa fosse l’unica nell’universo. La volpe lo fa riflettere con una verità fondamentale: È il tempo che hai passato con la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante.
L’amore cresce con la cura quotidiana, lo sforzo e il tempo dedicato all’altra persona. La massima allora è questa: sei responsabile di ciò che hai addomesticato, della persona che hai amato… poco o tanto.
Il culmine di questo insegnamento arriva quando la volpe gli regala il suo grande segreto prima di congedarsi: Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non devi dimenticarla. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…
A questo punto del romanzo, il Piccolo Principe comprende che l’amore non è solo un sentimento passivo o un’emozione piacevole. L’amore è un impegno etico. Sebbene la sua rosa sia fisicamente uguale alle cinquemila del giardino, il Piccolo Principe è responsabile di lei perché l’ha protetta dal vento con un paravento, l’ha coperta con una campana di vetro, ha ucciso i bruchi per lei, ha ascoltato i suoi lamenti e i suoi silenzi.
Il Piccolo Principe decide di ritornare sul suo pianeta, non perché gli manchi il profumo della rosa, ma perché capisce che lei ha bisogno di lui e lui si è assunto il dovere di prendersene cura. L’amore maturo si spoglia dell’egoismo e si trasforma nell’atto consapevole di proteggere la vulnerabilità dell’essere amato. Non possiamo abbandonarlo; se lo facciamo, il dolore suo e nostro può essere dissimulato, ma non guarito.
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Non perdiamo di vista che le tre Letture di oggi sono unite in quanto rappresentano modi di prendersi cura della persona amata:
Ezechiele ci ricorda che siamo sentinelle, che vigilano dalla torre di guardia, in cima alle mura, affinché il nostro fratello non cada vittima del nemico. Sebbene il linguaggio possa sembrarci insolito, essendo tipico dell’Antico Testamento, il messaggio è chiaro: non devo tacere, non posso essere indifferente di fronte a un fratello che si smarrisce, in modo lieve o grave. È la nostra prima forma di responsabilità.
San Paolo ci parla della seconda dimensione di questa cura: non fare del male al prossimo. Per questo ricorda gli antichi comandamenti e la sintesi che ne fa Cristo (Mt 22, 36-40), affermando che il nostro amore per Dio e il nostro amore per il prossimo devono essere “simili”.
Il testo del Vangelo di oggi si riferisce a una cura di “emergenza”, di “pronto soccorso”, poiché Gesù mette in relazione ciò che potremo legare o sciogliere sulla terra con ciò che sarà legato o sciolto nei cieli. È questa la ragione d’essere della correzione fraterna: né più, né meno che salvare il fratello, come dice Cristo stesso. È un modo per affermare che le nostre goffe azioni hanno conseguenze eterne, determinando come sarà la nostra dimora celeste.
Ma, prima di tutto, difficilmente potrò correggere un altro se io stesso, dentro di me, sinceramente e completamente, non accetto la correzione e la interpreto meccanicamente come un attacco, una mancanza di comprensione o un atto errato di chi è, in qualche modo, il mio superiore o la mia guida.
Sicuramente, la nostra esperienza più chiara di essere “custoditi” dalle Persone divine è la crescita della fede, della speranza e della carità che manifestiamo ogni settimana nel nostro Esame di Perfezione: i doni della sapienza, della fortezza e della pietà, insieme a tutti gli altri, sono segni di quella cura, che non mira a eliminare le difficoltà, ma a prepararci a trasformarle in occasioni di cambiamento, in strumenti per la nostra vera partecipazione al regno dei cieli.
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Una nota finale, di interesse per chi non si interessa o diffida della persona di Cristo: la psicologia moderna conferma pienamente l’efficacia del processo di risoluzione dei conflitti che Gesù propone oggi in Matteo 18, 15-20.
Questo brano stabilisce un protocollo di comunicazione assertiva, progressiva e privata che coincide con le migliori pratiche attuali nella mediazione, nella terapia familiare e nella psicologia organizzativa.
La psicologia di oggi sostiene il cammino presentato dal Vangelo per evitare l’escalation del conflitto e proteggere la salute mentale delle parti:
Riservatezza e confronto diretto (Mt 18, 15): Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui da solo… In questo modo si evita la triangolazione (parlare male di qualcuno con un terzo), che genera pettegolezzi e paranoia. Affrontare il problema da soli riduce l’atteggiamento difensivo dell’altra persona, poiché non si sente umiliata pubblicamente, e favorisce l’assertività.
Mediazione di testimoni (Mt 18, 16): Se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone… Quando il dialogo bilaterale fallisce, la psicologia dei conflitti raccomanda la mediazione formale. La presenza di osservatori neutrali aiuta a regolare le emozioni, evita che la conversazione devii e convalida i fatti in modo obiettivo, senza cadere nel confronto distruttivo.
Creare limiti sani e distanza (Mt 18, 17): Se poi non ascolterà costoro… sia per te come il pagano e il pubblicano. Contrariamente alla credenza popolare secondo cui bisogna sopportare tutto, la psicologia clinica sottolinea la necessità di stabilire limiti fermi e, se necessario, applicare una forma di distanziamento dalle persone che rifiutano di assumersi la responsabilità delle proprie azioni (profili narcisistici o fortemente ostili). Ciò non significa abbandonare chi sbaglia o si ribella, ma trattarlo con rispetto umano (come Gesù trattava i pubblicani), sperando di poterlo attirare di nuovo, in futuro, nella cerchia più intima di fiducia.
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Nei Sacri Cuori di Gesù, Maria e Giuseppe,
Luis CASASUS
Presidente











