Vangelo alla mano

Non siamo prigionieri dei nostri peccati | Vangelo del giorno, 27 settembre

da 23 Settembre 2026Settembre 24th, 2026No Comments

Vangelo secondo San Matteo 21,28-32:
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò.
»Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Non siamo prigionieri dei nostri peccati

Luis CASASUS Presidente delle Missionarie e dei Missionari Identes

Roma, 27 settembre 2026 | XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Ezechiele 18, 25-28; Filippesi 2, 1-11; Matteo 21, 28-32

Un uomo dimenticò incustodita la sua fiammante bicicletta nuova al mercato mentre faceva la spesa e se ne tornò a casa a piedi. La mattina seguente si ricordò della bicicletta che aveva lasciato lì e corse al mercato pensando che gliel’avessero rubata, poiché quel luogo era un abituale punto di ritrovo di malviventi. Ma la bicicletta era esattamente dove l’aveva lasciata. Pieno di gioia, l’uomo si recò immediatamente in una vicina parrocchia per ringraziare Dio di averla mantenuta al sicuro ma, uscendo dalla chiesa, si rese conto che qualche parrocchiano aveva rubato la bicicletta che aveva lasciato appoggiata vicino al fonte battesimale.

Nella parabola di oggi, Gesù parla di un padre e dei suoi due figli. Naturalmente, al contrario di quanto si potrebbe immaginare con la nostra logica maldestra e diretta, non ce n’è un terzo che dica al padre: “Sì, vado a lavorare nella vigna” e che si metta subito a zappare. Non è così; la parabola è rivolta a esseri umani come te e me, come i pubblicani, le prostitute, i dottori della Legge, i primi discepoli… tutti perfettamente capaci di compiere il bene e il male, ognuno con la propria mediocrità e le proprie incongruenze.

Ciò che importa è la conclusione finale: pur essendo così, con un cuore che tende a essere diviso, possiamo compiere la volontà del Padre.

La parabola è un vero gioiello di insegnamento e di pedagogia. In primo luogo, Gesù non comincia accusando i corrotti Dottori della Legge, ma fa in modo che essi stessi si vedano rispecchiati nel secondo figlio, quello che è ipocrita con suo padre. Inoltre, notiamo che Cristo non dice ai suoi perversi ascoltatori che “non entreranno nel Regno dei cieli”, bensì che vi sarebbero arrivati dopo i pubblici peccatori e gli odiati esattori delle tasse. Questo significa che Dio Padre continuerà a perdonarci fino alla fine, perché il perdono è il suo strumento più potente per attirarci a Sé. Ciò spiega perché Gesù si rivolgesse preferibilmente a lebbrosi, emarginati e malati disprezzati da tutti: per natura, erano più disposti ad accogliere il Vangelo rispetto a coloro che si consideravano giusti.

Naturalmente la parabola non è moralista; è una diagnosi del cuore umano e dei suoi meccanismi di autoinganno, conversione e resistenza.

Tutti noi siamo continuamente esposti al pericolo di creare scuse, giustificazioni, pretesti e motivazioni per non affrontare la dolorosa realtà che non siamo perfetti, e neppure migliori degli altri (chi potrebbe fare un paragone? chi potrebbe misurarlo?). Accettare la realtà del nostro modo di essere può risultare molto doloroso, poiché comporta lo smantellamento del “costrutto” irreale che abbiamo creato di noi stessi. Invece di accettare come motto il socratico “Conosci te stesso”, è più comodo seguire come motto non confessato “Disconosci te stesso”. Questo ricorda la vecchia favola di Esopo, che visse nell’Antica Grecia intorno al VI secolo a.C.:

C’era una volta una volpe che passò vicino a una vigna dove l’uva era appena maturata, con grappoli grandi e splendidi, e provò un desiderio terribile di assaggiarla. Sembrava davvero molto dolce.

La volpe si allungò, ma non riuscì a raggiungere il grappolo perché era troppo in alto. Provò a saltare, ma non era ancora abbastanza. Provò ad arrampicarsi sulla recinzione, ma era ormai vecchia e le assi si rompevano. La volpe saltava, si arrampicava in mille modi, ma alla fine si ritrovava sempre a terra.

La volpe, ormai completamente esausta, cominciò a sbuffare come se avesse appena corso una maratona. La lingua le pendeva dalla bocca mentre ansimava, il pelo era tutto arruffato, ma era tutto invano. Alla fine, la volpe abbassò la coda e se ne andò senza aver ottenuto nulla.

Beh, che importa? – disse la volpe tra sé e sé – in ogni caso quell’uva era sicuramente molto aspra. Anche se fossi riuscita a salire, non me la sarei goduta comunque.

Ma la volpe si sbagliava. L’uva era dolce. In fondo alla sua anima lo sapeva benissimo, ma la criticò di proposito per non sentirsi male per non essere riuscita a raggiungerla.

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Un’analogia cinematografica di questa parabola è il famoso film Mission (1986), che riflette la lotta tra le monarchie assolute europee per il potere e l’influenza in America del Sud nel XVIII secolo. Non si tratta di una semplice analogia: la pellicola drammatizza in modo straordinario la tensione tra il dire e il fare, tra l’identità dichiarata e l’identità trasformata, tra l’obbedienza verbale e la conversione reale.

Il personaggio di Rodrigo Mendoza — mercenario, trafficante di schiavi, violento e orgoglioso — rappresenta il figlio che dice “no”. La sua vita è una negazione pratica della volontà del Padre. Rappresenta l’essere umano la cui prima parola esistenziale è rifiuto, resistenza, chiusa auto-affermazione. Ma, come il primo figlio della parabola, non rimane bloccato nel suo primo “no”.

Mendoza ha ucciso suo fratello in un impeto d’ira. A quel punto, la sua identità di mercenario, schiavista e violento crolla. Cerca espiazione e padre Gabriel gli propone una penitenza che non è un castigo, bensì un cammino di verità: legare al proprio corpo un enorme fardello che contiene la sua armatura, la sua spada, i suoi strumenti di schiavitù, tutto ciò che simboleggia il suo vecchio io.

La corda gli stringe il petto e ogni passo è un atto di umiliazione volontaria. Un gruppo di gesuiti e guaraní avanza nella foresta umida, ripida, quasi verticale. Mendoza va dietro, trascinando il pesante fardello che si impiglia in radici, pietre e tronchi. In quella lunga scena non ci sono parole, ma solo sforzo, sudore, goffaggine, cadute.

I guaraní osservano e non giudicano, non lo umiliano; lo guardano solo con una miscela di stupore e compassione. Loro, che erano stati schiavizzati da Mendoza, sono ora testimoni della sua discesa al fondo di se stesso.

In un punto della salita, il carico rimane incastrato in una roccia. Mendoza tenta di liberarlo, ma non ci riesce. Si dispera, ed è proprio in quel momento che la penitenza rivela la sua verità: non è capace di salvarsi da solo.

Uno dei guaraní si avvicina, guarda Mendoza, prende un coltello e taglia la corda. L’armatura cade nel precipizio, Mendoza è libero e scoppia in pianto. Questo gesto è la grazia: la liberazione che viene dall’altro, non dal proprio sforzo.

La scena della penitenza, nella quale Mendoza trascina la sua armatura nella foresta, è una metanoia visiva estremamente potente. Quell’atto è il suo “andare nella vigna”; non è un gesto verbale, ma corporeo; non è un discorso, ma un’obbedienza concreta.

Ma la somiglianza con la parabola non si ferma qui. I “religiosamente corretti”, i diplomatici, i burocrati, i rappresentanti del potere e alcuni membri della potente gerarchia ecclesiastica rimangono fuori dalla verità del Regno. Non proteggono i guaraní e non agiscono secondo la verità che proclamano, bensì secondo i propri interessi.

Al contrario, i guaraní accolgono il Vangelo con purezza, come dimostra il loro perdono e il loro aiuto a Rodrigo Mendoza. Questo lo spinge a donarsi come padre Gabriel, ed entrambi offrono la vita, travolti da una situazione di interessi politici delle nazioni europee e delle loro colonie.

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Conviene tenere presente che Cristo oggi fa riferimento a San Giovanni Battista perché la sua testimonianza mette in evidenza l’ipocrisia e la resistenza al cambiamento di molti. Di fatto, Erode lo imprigionò e gli tolse la vita perché sia lui che la sua sposa illegittima, Erodiade, non potevano sopportare la sua autorità morale, basata sull’umiltà e sulla modestia, che per loro due era una luce puntata sulla loro condotta perversa.

Conviene anche riconoscere che noi reagiamo con la critica, la tristezza o l’odio non appena ci sentiamo accusati da un commento o dal buon esempio di qualcuno. Il primo figlio, mediocre e spiritualmente pigro come te e come me, illumina oggi il cammino da seguire: abbiamo la grazia per cambiare, ci è stata concessa l’opportunità di andare nella vigna e collaborare al Regno dei Cieli. Come ricordava il Vangelo di domenica scorsa, non è mai troppo tardi per vivere la fedeltà, per mettersi al lavoro, come i braccianti che furono assunti all’ultima ora.

Un solo atto di bontà, compiuto nel nome del padrone della vigna — cioè con passione, amore, dedizione e spirito di fedeltà — può meritare ricompense molto più grandi di quelle di cui ci privano, invece, tante opere di bene compiute con freddezza e solo a scopo di esibizionismo e vanità.

San Paolo, parlando oggi ai Filippesi, ci offre il rimedio evangelico per vincere l’ipocrisia e l’autoinganno: vivere autenticamente uniti, in comunione. Questa comunione è il vero antidoto contro la superbia e l’orgoglio per due ragioni: primo, scompare il bisogno di dimostrare che “sono qualcuno di speciale” e — cosa ancora più importante — essendo in comunione riceviamo una grazia che è speciale: la presenza di Cristo tra noi, secondo la Sua promessa (Mt 18,20).

Questo non è un “supplemento” alla vita del discepolo, ma un elemento proprio del cammino che ci offre Gesù Cristo: la santità, in un modo o nell’altro, si vive insieme.

Paolo arriva a dire una cosa che per molti cristiani è difficile da accettare, come mi confessava una religiosa: Considerate gli altri sempre superiori a voi stessi. Insistiamo: non si tratta di paragonare la vita di un altro con la mia, ma di riconoscere come lo Spirito Santo stia lavorando nella sua anima, rendendo possibile in quella persona ciò che Cristo stesso ha manifestato: In verità vi dico: anche chi crede in Me compirà le opere che Io compio, e ne farà di più grandi di queste, perché Io vado al Padre (Gv 14,12).

Anche numericamente, un esempio chiaro è avvenuto il giorno di Pentecoste, quando l’apostolo Pietro predicò e migliaia di persone si convertirono in un solo giorno.

Voglia il Cielo che ci rallegriamo nel ricordare il Vangelo di oggi, perché è l’annuncio di questa buona notizia: non sei condannato dal tuo passato, non sei prigioniero del tuo peccato, non sei ostaggio dei tuoi errori.

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Nei Sacri Cuori di Gesù, Maria e Giuseppe,

Luis CASASUS

Presidente