Una radiografia della nostra anima

di p. Luis CASASUS, Superiore Generale missionari Identes

Isaia 55, 10-11; Lettera ai Romani 8, 18-23; S. Matteo 13, 1-23

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Una parabola è come lo stoppino di una candela: è qualcosa di molto piccolo, e, tuttavia, benché la sua luce sia tenue, può far sì che uno trovi un tesoro. 

La Parabola del Seminatore ha, senza dubbio, molti tesori nascosti, perché Gesù si preoccupa di spiegarla dettagliatamente a suoi discepoli. Benché sia inesauribile, tra le altre cose, ci invita a conoscere meglio la nostra anima, il terreno dove cade il seme. 

La Parabola del Seminatore non si riferisce a quattro categorie di persone, bensì a quattro disposizioni interiori che ognuno di noi ha in differenti momenti e misure diverse. 

Gesù spiega come sprechiamo la maggioranza dei messaggi che lo Spirito Santo c’invia. In tutti e ciascuno, la buona terra, le spine, le rocce e la terra arida staranno sempre insieme. 

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In quanti modi ci parla Dio?

Ovviamente, non c’è limite. Lui non è soggetto alle leggi della comunicazione o al linguaggio. Ma, secondo la nostra prospettiva ed esperienza, possiamo dire che la sua voce ci arriva attraverso tre canali: le facoltà della nostra anima, gli avvenimenti che ci circondano e, soprattutto, attraverso i nostri simili. 

La prima cosa degna di nota, in questa parabola, è che il seme è lanciato dal Seminatore in abbondanza, per le strade, tra le rocce, sui rovi… in ogni tipo di terreno. Questa è sicuramente la prima osservazione da fare: l’abbondanza di segni e segnali che Dio c’invia, il che è contrario a quello che a volte sentiamo e diciamo, come quando affermiamo che si è dimenticato di noi. 

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Poi, c’è da ricordare che un seme, quello che ci viene normalmente da Dio, è qualcosa di molto piccolo. In genere non è nulla di spettacolare. Perfino la vita di Gesù passò inosservata per molta gente. Senza dubbio, Giovanni Battista era più conosciuto di Lui. 

Questo suggerisce che la Parola, quella seminata da Dio nei nostri cuori, merita un’attenzione speciale e dettagliata.  

In primo luogo, come nell’osservazione scientifica, dovremmo essere coscienti che ci sono dettagli, cose inaspettate o “illogiche” che invece sono la chiave di nuove scoperte, di nuove strade. È quello che succede ad un musicista che realmente aspira a dominare il suo strumento. Un famoso violinista, Fritz Kreisler, confessava: 

Il cammino che porta alla vita di un violinista è stretto. Ora dopo ora, giorno dopo giorno e settimana dopo settimana, per anni, vissi col mio violino. C’erano tante cose che volevo fare e a cui dovevo rinunciare; c’erano tanti luoghi in cui volevo andare e a cui non dovevo pensare se volevo dominare il violino. Il cammino percorso era una strada stretta ed il sentiero era difficile. 

Perché dovrebbe essere differente nella nostra vita spirituale, nella nostra relazione con Dio? Che cosa può impedirci di essere coscienti di queste esperienze chiave? Essenzialmente, le distrazioni, la superficialità e l’ambizione. 

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Quanto mi propongo oggi è una diagnosi della nostra disabilità, della nostra limitazione a ricevere i messaggi dello Spirito Santo, i quali non si limitano al Vangelo scritto ed alla dottrina della Chiesa. 

Innanzitutto va detto che queste disabilità spirituali ed emozionali possono essere superate; non sono assolute, né permanenti. Il primo passo è diventarne più consapevoli, per identificarle e sapere come ci paralizzano e c’impediscono di ascoltare la voce di Dio. 

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Distrazione della nostra mente. Abbiamo detto che lo Spirito Santo tocca le facoltà della nostra anima. Non c’è niente di magico o spettacolare qui, benché alcune persone, a volte, hanno esperienze sorprendenti.

Tuttavia, il seme che cade nei nostri pensieri (come per esempio un’iniziativa) o nella nostra volontà (a esempio, lo slancio a perdonare) è portato via dagli uccelli o dal diavolo (Mc 13, 4-15). Potremmo immaginarcelo in modo drammatico: la lotta titanica contro la tentazione, un lancinante dilemma tra bene e male. Ma raramente è questo il caso. 

Gesù, infatti, ci parla di passerotti, uccelli che non sembrano essere pericolosi; e, invece, non sono che strumenti del diavolo che finiscono divorando i semi. 

Gesù non dice che i semi sono distrutti da qualche evento catastrofico, o da qualche animale messo lì, nella parabola, come simbolo di qualcosa di terribile o negativo nella Bibbia. Non si tratta di draghi, serpenti o scorpioni, bensì di passerotti apparentemente inoffensivi. 

Ovviamente, una strada non è il migliore luogo per seminare, perché passano persone, animali, veicoli… perfino una piccola brezza può trascinare via quello che cade lì. Il diavolo non deve fare molti sforzi. Così come lo Spirito Santo semina idee generose nelle nostre menti e possibilità di imitare Gesù, il diavolo invia una nuvola di pensieri inutili, ricordi e curiosità che sono come i passerotti di questa parabola: in modo discreto e silenzioso, letteralmente affascinante, avvincente, uccidono il seme.  Cristo non parla di leoni o mostri che ci divorano. Sono idee, pensieri in apparenza innocenti, che occupano il posto che lo Spirito Santo desiderava avere in noi. 

Potremmo dire che, questo, è il primo ostacolo che mettiamo sul cammino dello Spirito Santo, il primo sintomo della nostra sordità spirituale: la distrazione. Questa è la più grande vittoria del diavolo: non c’è combattimento, non siamo neanche coscienti della sua presenza. Siamo capaci di considerare esagerato, ossessivo o fanatico chiunque ci parli dell’azione del diavolo in quei momenti. La nostra immagine del maligno è, a volte, quella che girava tra le persone, le più incolte, del Medioevo: ci immaginiamo un essere di aspetto terribile, con corna e un tridente… mai un passerotto, come suggerisce Gesù in questa Parabola. 

Probabilmente, è la figura di Marta che mostra, soprattutto, questo atteggiamento. Era distratta da tutte le cose che doveva fare. In realtà, doveva solo sedersi ai piedi di Gesù. Era distratta da attività che non erano negative o immorali, ma che l’assorbivano completamente. (Lc 10, 38-42).

Sottolineiamo che le distrazioni NON devono per forza condurre a cattive azioni. La loro esistenza è sufficiente per separare la nostra mente da Dio e così rendere impossibile il compimento della sua volontà in noi. 

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La superficialità nella nostra volontà è probabilmente la nostra seconda disabilità spirituale. Gesù lo dice chiaramente: ci sono semi, messi dallo Spirito, ma che non hanno radici profonde. Sono le occasioni in cui riconosciamo da dove viene l’ispirazione, ma ci rifiutiamo di fare uno sforzo per accoglierla. È la superficialità come mancanza di volontà, pigrizia spirituale, inconsistenza o infantilismo. Questo è il terreno non profondo. 

È da notare, qui, che Cristo non parla di conflitti, di possibilità o alternative. Qui non c’è lotta, bensì una logica superficiale, semplicemente istintiva, che mi porta quasi inconsciamente a dire: No. Questo è troppo. Oppure, ho altre cose da fare. Oppure: lascio che la mente dica qualunque cosa. 

Da qui, la paura dell’impegno, di qualunque tipo di sforzo, di perdere la mia comodità, il mio tempo, le mie abitudini. 

Non c’è un conflitto apparente, bensì una mancanza di stima, mancanza di prospettiva, un non apprezzare il momento. In molti di noi, questo si manifesta con azioni che non hanno un proposito reale: conversazioni che non insegnano, né inspirano, capricci sul cibo o sull’orario e, soprattutto, la ricerca di affetto a qualunque prezzo. 

Nella sua vita apostolica, Gesù si trova spesso davanti a atteggiamento. Per esempio, quando lamenta amaramente la cecità spirituale e la bassa stima degli abitanti di due paesi nei quali sta compiendo molti miracoli: Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere (Mt 11, 21)

Le conseguenze di questa superficialità sono drammatiche, perché persone come noi, che in molti modi abbiamo ricevuto ed accolto la grazia, facciamo un passo indietro, o abbandoniamo la nostra missione o compiamo un tradimento. 

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La nostra terza disabilità spirituale è rappresentata dal terreno roccioso. Cristo parla in questo caso del desiderio di essere ricco. Si tratta dell’Ambizione.

Non dobbiamo pensare che si riferisca semplicemente all’ambizione di molto denaro o di una vita agiata. Non significa neanche solo potere politico. Questi sono esempi di ambizione, ma i più frequenti, quelli che minacciano me e te, ogni giorno, sono gli attaccamenti, vere assuefazioni alle mie opinioni, alle mie preferenze o al mio desiderio di successo. 

C’è qui una collisione, uno scontro diretto con la parola di Dio. Si tratta di scegliere tra la libertà e la schiavitù. Tutti abbiamo opinioni, preferenze e il desiderio di trionfare, che non è essenzialmente cattivo. Ma spesso ci trasformiamo in loro schiavi. Nostro Padre Fondatore, Fernando Rielo, chiama questa schiavitù “attaccamento al mondo, ai giudizi, ai desideri e all’istinto di felicità”. 

Particolarmente potente è l’istinto di felicità: vogliamo soddisfazione, vedere frutti immediati in tutti i nostri sforzi, vogliamo gratitudine, accettazione, vedere come cambiano gli altri, vogliamo essere capiti… 

Tutto questo combacia bene con la parola “ambizione”, una delle nostre limitazioni più potenti per ascoltare Dio.

Possiamo chiamarlo peccato, vizio, predisposizione o quello che vogliamo, ma Cristo ci dà sempre un modo di superarlo. Paradossalmente, abbiamo paura di smettere di essere schiavi. Questa è “paura della libertà”, come disse un famoso filosofo del secolo XX. L’ambizione è capace di distorcere ed inquinare tutta la nostra capacità di unione con Dio e col prossimo, capacità che risiede nella facoltà unitiva. 

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Come detto all’inizio, lo Spirito Santo ci parla attraverso le nostre facoltà, gli eventi che vediamo e il nostro prossimo.

In quanto per gli eventi attorno a noi, la distrazione, la superficialità e l’ambizione ci rendono ciechi a quanto Dio, a volte paradossalmente, vorrebbe dirci di nuovo attraverso di loro. In questi mesi, abbiamo visto molta gente ritornare a Dio in mezzo agli effetti devastatori della pandemia. 

Ma ci sono molte realtà quotidiane – come avere qualcosa che riguarda la salute o vedere sorgere il sole o qualcuno che ci fa un favore – che ci dovrebbero portare a Dio, con un atto di gratitudine, per esempio.

Vorrei concludere ricordando il canale più importante che Dio usa per comunicare con noi: il nostro prossimo. 

Tutti abbiamo sentito che dobbiamo amare i nostri simili, perfino i nostri nemici. Lo spieghiamo spesso dicendo che sono figli di Dio e meritano compassione, come quella che ognuno di noi riceve da Dio. Ma c’è qualcosa di più. È che lo Spirito Santo vuole dirci qualcosa di importante attraverso le vite di amici e nemici. Ignoriamo questo messaggio più e più volte. 

Più di una persona sensibile ha affermato di aver imparato molto dalle persone che l’hanno amata, ma ancora di più da coloro da cui ha ricevuto odio e malintesi. In questi casi, attraverso questi esseri umani, Dio ci fa vedere che c’è sempre qualcosa che Egli spera da noi, qualcosa che possiamo fare, perfino da persona che sembra insensibile, egoista e spiacevole.  Forse, attraverso i miei nemici, attraverso gli scandali di molte persone, Dio vuole mostrarmi i cambiamenti più importanti che devo fare nella mia vita. 

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