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Jesús Cevallos

Aerofobia

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Madrid, 21 aprile 2019. Pasqua di Resurrezion                           

At 10,34.37-43; Col 3, 1-4; Gv 20, 1-9

1. Parlando della vita. Man mano che il mondo si è  evoluto, gradualmente sono apparse nuove forme di vita. Possiamo, in modo un po’ semplicistico, parlare di vita vegetale, vita animale, vita umana. Parliamo anche di vita virtuale, vita sintetica… e vita eterna. 

La maggioranza delle volte, si considera la vita eterna come qualcosa del futuro. Ma nel vangelo di San Giovanni leggiamo: 

In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita (Gv 5, 24). 

E lo stesso evangelista, nella sua prima Lettera, specifica, inoltre: Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte (1 Gv 3, 14). 

Queste due citazioni ci portano ad una considerazione inevitabile: Come influisce oggi la Resurrezione sulle nostre vite? 

Papa Benedetto XVI aveva riflettuto su questo nella sua omelia della Veglia Pasquale del 2006: 

Ma in qualche modo la Resurrezione è collocata talmente al di fuori del nostro orizzonte, così al di fuori di tutte le nostre esperienze che, ritornando in noi stessi, ci troviamo a proseguire la disputa dei discepoli: In che cosa consiste propriamente il “risuscitare”? Che cosa significa per noi? Per il mondo e la storia nel loro insieme? Un teologo tedesco disse una volta con ironia che il miracolo di un cadavere rianimato – se questo era davvero avvenuto, cosa che lui però non credeva – sarebbe in fin dei conti irrilevante perché, appunto, non riguarderebbe noi. In effetti, se soltanto un qualcuno una volta fosse stato rianimato, e null’altro, in che modo questo dovrebbe riguardare noi? Ma la risurrezione di Cristo, appunto, è di più, è una cosa diversa. Essa è – se possiamo una volta usare il linguaggio della teoria dell’evoluzione – la più grande “mutazione”, il salto assolutamente più decisivo verso una dimensione totalmente nuova, che nella lunga storia della vita e dei suoi sviluppi mai si sia avuta: un salto in un ordine completamente nuovo, che riguarda noi e concerne tutta la storia.

2. La nostra Resurrezione. Nella parabola del Figlio Prodigo, Gesù spiega come si relaziona intimamente la resurrezione con la realtà della vita quotidiana. Il giovane prese la sua eredità, fuggì dal paese e scialacquò la sua fortuna, cadendo nell’umiliazione e nella povertà. A tutti gli effetti, era come se fosse morto. Come sappiamo, infine il giovane ritornò a casa e fu ricevuto da suo padre: Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato (Lc 15, 23-24). In questo modo, il giovane fu riportato alla sua famiglia e a Dio. Il ritorno del Figlio Prodigo è in realtà una parabola della resurrezione. Come la parabola del Figlio Prodigo, la storia della resurrezione di Cristo riflette gli schemi delle nostre vite. In questa nostra vita ci sono tutti quei cambi e ritorni che conducono dalla vita attraverso la valle delle ombre della morte verso una nuova creazione ed un felice ritorno a casa. 

Una delle lezioni che si possono estrarre da questa straordinaria parabola è che, oltre alla sua importanza nel futuro, possiamo sperimentare oggi stesso il potere della resurrezione. C’è una resurrezione del corpo ed una resurrezione del cuore. La resurrezione del corpo succederà l’ultimo giorno, quella del cuore succede, o può succedere, tutti i giorni. 

Possiamo illustrarlo con qualcosa che successe ad un bambino di circa sette anni che soffrì  un cancro fatale, aggressivo e in rapida crescita.

Era stato trattato con ogni tipo di terapia conosciuta. Niente più si poteva fare. Non c’era speranza reale di recupero. Cosicché la famiglia ed i medici si riunirono nella stanza dal bambino per una decisione finale sul suo trattamento. Avevano tentato quasi tutto, che cosa avrebbero potuto pensare ancora? Alla fine, il ragazzo disse con voce alta e chiara: Quello che realmente voglio fare è andare a casa e imparare ad andare in bicicletta. 

La bicicletta era stata un regalo di Natale. Aveva montate quelle due piccole ruote dell’apprendistato. Ma prima che il bambino avesse guadagnato sufficiente fiducia per togliere le ruote dell’apprendistato, il cancro l’attaccò e fu rimandato all’ospedale. Imparare ad andare in bicicletta era l’ultima cosa che potevano pensare i medici o i genitori. Il bambino era già fisicamente indebolito, perché incoraggiarlo a fare qualcosa che chiaramente non avrebbe potuto fare per molto tempo, anche se avesse potuto cominciare con successo? Ma il bambino insistette e la resistenza dei medici e dei suoi genitori si sciolse davanti alla sicurezza dei suoi chiari occhi castani. 

E tornarono a casa. Appena trenta minuti dopo essere arrivato, uscirono nel cortile, il bambino insistette che suo padre gli togliesse le ruote di apprendistato e lo lasciasse andare. Ubbidiente, ma con ansia, suo padre tolse le ruote di apprendistato e, con sorpresa, dopo solo due tentativi falliti ed una caduta, il bambino poté guidare la bicicletta, anche se in modo ancora un po’ instabile per essere tranquilli…. Ed ora, disse con voce sicura, ora voglio circolare da solo attorno all’isolato. Prima che qualcuno potesse fermarlo, era fuori, per strada, girando l’angolo. Ci furono alcuni minuti di suspense mentre i genitori e sua sorella piccola, aspettavano di vederlo apparire all’altro estremo del blocco, e dopo quello che sembrò un’eternità, lì apparve, dirigendosi verso casa, con una gigantesca espressione di trionfo e soddisfazione stampata in viso. 

Quando si calmò l’emozione, il bambino si ritirò nella sua stanza e domandò se poteva rimanere solo con sua sorella piccola. Volle che suo padre portasse la bicicletta azzurra brillante nella camera da letto. Era seduto in un angolo, un simbolo brillante della vita. Poi, il bambino si girò verso sua sorella piccola e le disse: Non avrò più bisogno della bicicletta. Voglio che la prenda tu per il tuo compleanno. Spero che te la possa godere tanto quanto me. 

Normalmente si dice che Dio ci chiede fare cose straordinarie quando siamo nel momento più basso della nostra vita spirituale. In quei momenti, siamo realmente morti, lontano da Dio, vivendo una vita che neanche merita il nome di vita. Al contrario di quello che uno potrebbe pensare a prima vista, questo non è molto raro nella nostra esperienza mistica e ascetica. Come nella parabola del Figlio Prodigo, questo può succedere in due modi. 

Un modo è agire come il fratello minore: allontanarsi dall’amore del Padre ed andare via verso un paese lontano. Vogliamo libertà per esplorare le seduzioni (legittime o no) del mondo. Questo primo atteggiamento rimane ben descritto come attaccamento al mondo, alla vita mondana. 

La seconda è ancora più pericolosa e profonda. Si tratta del nostro attaccamento all’ego e alla fama. 

Quando pensiamo all’attaccamento alla fama, generalmente ci riferiamo a quello che gli altri pensano di quello che facciamo, ma possiamo essere realmente morti proprio a causa della nostra auto-immagine di perfezione. Siamo orgogliosi del fatto che compiamo sempre il nostro dovere. Il nostro orgoglio ci fa sentire che il Padre ci deve qualcosa. Allora, aspettiamo solo di usare Dio per ottenere quello che vogliamo, celebrare la nostra festa con i nostri amici. In quelle circostanze, inevitabilmente, disprezziamo e non vogliamo avere niente a che vedere con quelli che sono affondati a causa del loro peccato. Vogliamo che Dio li giudichi e ci separiamo da essi. Non siamo misericordiosi, né con i non misericordiosi… né con le loro vittime. 

I due figli della parabola erano morti per il loro padre, ma solo uno si rese conto di ciò. 

Credo che Dio desidera approfittare di questi momenti per mostrarci la sua fiducia e vicinanza e, contemporaneamente, dare una chiara testimonianza della sua capacità di resuscitare coloro che sono morti in vita. 

Tale cambiamento in qualunque persona è possibile solo perché Gesù Cristo morì per i nostri peccati e risorse alla vita. Per fortificare la fede nei cristiani rispetto alla prossima trasfigurazione del corpo, San Paolo si riferisce ad un fatto ben conosciuto: Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?». Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. (1Cor 15, 35-38). 

Appoggiando la stessa idea, i Padri della Chiesa segnalano il fatto che in realtà niente si distrugge, né sparisce, ma si trasforma in qualcosa con nuove proprietà e,  certamente, Dio ha potere per restaurare e trasformare tutto quello che creò. Trovarono in ciò molte similitudini con la resurrezione: la germinazione di una pianta a partire da un seme sepolto nella terra che si decompone; la rinnovazione annuale della natura durante la primavera; la formazione iniziale dell’uomo dalla polvere; ed altri fenomeni simili. 

Nel nostro esame ascetico-mistico, è nella Supplica Beatifica dove probabilmente si manifesta più chiaramente la resurrezione del cuore. 

Il supplicare normalmente non è qualcosa di allegro. Quando chiediamo un aumento di stipendio, o quando ci scusiamo per qualche errore, normalmente non godiamo di quella esperienza. Ma nella nostra relazione con le persone divine è quello che forse meglio definisce la nostra condizione filiale, la nostra natura di essere un figlio o una figlia di Dio: abbiamo un bisogno costante della grazia, abbiamo l’esperienza di avere ricevuto sempre una risposta, (generalmente inaspettata) e, pertanto, ci vediamo sospinti a continuare gioiosamente il nostro atto di supplica. 

Le due manifestazioni della Supplica Beatifica sono l’Espirazione e la Stigmatizzazione.  Abbiamo sempre qualche esperienza di questo, ma la maggioranza delle volte non la identifichiamo adeguatamente e, di conseguenza, perdiamo il suo prezioso potere trasformatore. 

* L’espirazione (= esalazione, dal latino exhalare = espirare) si manifesta come Beatitudine nella nostra supplica, una pace immutabile, la sicurezza della vittoria di Dio in mezzo alle difficoltà più gravi: Cristo sta con noi nella barca durante il temporale. 

* La stigmatizzazione (dal latino stigma = segno, marchio) si manifesta come una Afflizione, un sentimento intimo di dolore (non amarezza), di malinconia causata dalla coscienza che Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. (Gv 1, 11). Questa coscienza è alimentata dalla mia mediocrità, dall’ignoranza di Cristo in molte persone, dalla sofferenza del mio prossimo. Ma questo segno registrato a fuoco nel mio spirito è capace di svegliare tutti i miei talenti nascosti e metterli al servizio di Dio e degli altri. 

Questa Beatitudine e questa Afflizione ci incoraggiano ad accogliere la grazia di contemplare la nostra necessità disperata del Suo amore incondizionato, a lasciare il nostro peccato e ritornare al Padre per lavorare con Lui e con i fratelli, nonostante la mia mediocrità e la mediocrità degli altri. Allora, Egli ci accoglie con allegria. Quell’allegria non si trova in un paese lontano, festeggiando con gli amici mondani. La vera gioia non si trova lavorando come schiavo nelcampo per Dio, mentre sei arrabbiato ed amareggiato perché pensi che Lui o il tuo prossimo non ti trattano bene. La vera allegria si trova quando ritorni dal Padre con vero pentimento. Allegramente egli dà il benvenuto al banchetto ad ogni peccatore pentito. 

Una delle cose che ci succedono quando cominciamo a camminare con Cristo o quando accettiamo la triste realtà del nostro orgoglio è un cambiamento sostanziale. Ci sentiamo come una nuova persona, in un senso reale. È una genuina resurrezione. Non è che prima di Cristo io fossi estroverso ed ora sono introverso. Non è che prima mi piacesse divertirmi ed ora divento serio e parlo del cielo. Ci succede che le cose che desideriamo fare cambiano drasticamente. Sperimentiamo il desiderio di conoscere Dio e la sua volontà… servirlo … fare cambiamenti nel mondo… usare i nostri talenti per Lui… e non voler cadere in tutto quel peccato che ha diretto la nostra vita. È una forma completamente nuova di esistenza. In poche parole, vediamo tutto il nostro essere inquieto per Dio e camminando con lui. 

3. Ostacoli alla nostra Resurrezione. 

Nel nostro Esame Ascetico-mistico o, se mi permettete questo paragone, negli Alcolisti Anonimi, dove i partecipanti realizzano un “inventario morale audace ed intrepido” di se stessi, consideriamo tutti gli ostacoli per la resurrezione o una vita di completa  pienezza ed unione manifesta, precisamente quando la nostra vita morale o il nostro stato d’animo si trova nel suo punto più basso. La domanda si traduce così: che cosa deve morire affinché il mio vero essere viva in pienezza? 

Quando consideriamo con coscienza questa domanda, le nostre risposte sono abbastanza superficiali. C’è una lunga lista di ostacoli mentali ed emozionali che impediscono un risveglio totale. Menzioniamo solo tre: 

Le nostre ferite che determinano come ci relazioniamo con le persone con le quali ci  risulta difficile convivere.

La nostra memoria. Che può essere un mondo ideale che vogliamo ricreare o il mondo corrotto che vogliamo cambiare. Ambedue sono una distrazione della pace sempre presente della resurrezione, che è sempre viva nel momento presente. 

La nostra presunta Identità; chi penso di essere. Così è come ci differenziamo dagli  altri, uno dei passatempi favoriti dell’ego. Percepiamo e valutiamo automaticamente, per metterci contro, o sotto, o sopra agli altri.

L’essere un risuscitato è uno stato al quale siamo invitati. Ma sappiamo che ci sono cose che dobbiamo abbandonare se vogliamo morire alla vita come lo fa Cristo. Temiamo queste morti perché immaginiamo che la distruzione dei nostri piani emozionali per essere felici ci renda disgraziati. Possiamo chiamarlo aerofobia spirituale, la paura o la forte avversione a volare. 

Le persone con aerofobia non diventano ansiose solo volando. Subito, sperimentano un sentimento estremo ed opprimente di paura associata a stare in un aeroplano, elicottero o un altro veicolo volante. Spesso le persone con questa fobia evitano di volare o, se non hanno un’altra opzione, sperimentano un forte panico durante i voli. Questa fobia fa sì che le persone temano qualunque volo ed evitino di volare, perfino quando ciò interferisce con la loro capacità di vedere amici e familiari o di fare il loro lavoro.

In una delle sue omelie (9 aprile 2019), riflettendo sulla Prima Lettura del giorno,  presa dal Libro dei Numeri, Papa Francesco osservò che a volte i cristiani  “preferiscono il fallimento”, lasciando spazio per il lamento e l’insoddisfazione. Un terreno perfetto, disse, affinché il diavolo semini i suoi semi. 

Secondo la Lettura, il popolo di Dio non poteva sopportare il viaggio: il suo entusiasmo e la speranza al fuggire dalla schiavitù in Egitto svanirono gradualmente, la sua pazienza si esaurì e cominciarono a mormorare e lamentarsi con Dio: Perché ci hai tirati fuori dall’Egitto? Per farci morire in questo deserto? 

Papa Francesco si dispiacque del fatto che questa è la vita di molti cristiani: vivono  lamentandosi, vivono criticando, mormorano e sono insoddisfatti. Il popolo di Dio non poteva sopportare il viaggio. Noi cristiani spesso non possiamo sopportare il viaggio. Preferiamo il fallimento, cioè, la desolazione. Questa è l’aerofobia spirituale alla quale mi riferivo. Il nostro Padre Fondatore illustrò questo atteggiamento con l’esempio di una persona che ha l’opportunità di essere architetto, ma la respinge, scegliendo di essere un lavoratore della costruzione non qualificato. 

4. Il Cammino verso la nostra Resurrezione. 

Ovviamente, Cristo non ebbe contatto col peccato, ma sperimentò alcuni momenti di esigenze estreme da parte di suo e nostro Padre Celestiale, occasioni nelle quali -come  uomo – dovette condividere la sofferenza e l’afflizione della Prima Persona della Santissima Trinità. La sua risposta fu, come sappiamo, il rinnegamento. Invece di fuggire e fare la sua volontà, Gesù si diresse al Padre in orazione. 

Inoltre, non decise di lottare da solo; nell’Orto del Getsemaní, chiese a Pietro, Giacomo e Giovanni di pregare con lui. Te lo immagini essere Pietro, Giacomo o Juan ed avere questo peso su di te? I discepoli avevano pregato per altre persone; non erano lontani dall’orazione. Ma pregare per Gesù in una situazione di crisi era qualcosa di completamente nuovo e, senza dubbio, terrificante per loro. Questa è l’afflizione, questa è la nostra migliore orazione, l’orazione più importante che mai abbiamo pregato, alla quale ci chiama lo Spirito Santo. La cosa più lontana da noi in quel momento sarebbe fare un pisolino. Tuttavia, quando Gesù ritornò da loro dopo essere andato via un po’ a pregare, trovò tutti addormentati. 

Non perdiamo queste opportunità per sperimentare questo vincolo profondo tra la vita  ascetica e mistica, questa esperienza di resurrezione, che ci viene presentata quando siamo  stanchi o scoraggiati come i discepoli in Emmaus, come le sorelle del morto  Lazzaro o gli apostoli nel Getsemaní. 

La vita eterna di Dio, la vita divina posseduta unicamente da Lui, è letteralmente una vita che va oltre il biologico. Io sono la resurrezione e la vita

Quando Gesù dice che venne affinché noi abbiamo vita e l’abbiamo in abbondanza, stava  parlando di questa altra idea di quello che è la vita. 

La Resurrezione di Gesù colpisce il nostro destino finale, ma riguarda anche enormemente ogni cambio e vicissitudine della nostra vita nel nostro viaggio verso l’unione beatifica. Il Papa Francesco, in una delle sue udienze giornaliere (3 aprile 2013) , disse che la Resurrezione di Gesù ci porta a vivere la nostra vita quotidiana con più fiducia, ad affrontare ogni giorno con coraggio e impegno. La resurrezione di Cristo getta  nuova luce sulle nostre realtà quotidiane. La resurrezione di Cristo è la nostra forza! 

Chi di noi non ha bisogno di più forza per amare le persone nella nostra vita, per  perdonare a coloro che ci hanno feriti, per compiere le esigenze dei nostri doveri quotidiani nel lavoro e nella casa, per combattere con la malattia, la tristezza, il dolore e la sofferenza? Per lasciare da parte i risentimenti e l’odio, per centrarsi sulle necessità degli altri prima che sulle nostre e, in ultima istanza, amare Dio ed il prossimo in maniera più profonda e completa? 

Siamo chiamati a seguire Gesù attraverso la croce della nostra umiliazione delle false idee sulla nostra vita e delle nostre false aspettative sul futuro, compresa l’identità del Messia. P Solo così potremo conoscere per propria esperienza la resurrezione, una esperienza abbastanza sorprendente. Sì, la resurrezione è la tremenda esperienza di essere completamente vivo, nonostante e grazie a questa morte completa delle nostre bugie. 

Che cos’è la Croce

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di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei missionari Identes

Domenica delle Palme (Isaia 50, 4; Filppesi 2, 6-11; S. Luca 22, 14 -71.23, 1-56)

Per una buona ragione, la croce è il simbolo della nostra fede. Fede in quello che Cristo fece per noi e fede nel nostro programma di vita come cristiani. 

Oggi, la lettura della sua Passione dovrebbe essere una sfida per abbracciare questa Croce, il maggiore segno di salvezza per tutta l’umanità. Approfittiamo di questa opportunità, ricordando che perfino un Santo come Pietro negò Cristo tre volte in un’ora.                                        

1. La vera pace ha un alto prezzo. Quando Adamo ed Eva tradirono il Signore mangiando il frutto nel giardino, Dio provvide a coprire la loro nudità. Essi sapevano che il loro peccato doveva essere coperto. Dio stesso provvide la copertura. Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì. (Gen 3, 21). Sì, Dio fece le loro tuniche di pelle: il primo sangue versato nella creazione non fu per un assassinio, bensì il sacrificio di un animale innocente. Il Nuovo Testamento conferma la Legge: Secondo la legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue e senza spargimento di sangue non esiste perdono. (Eb 9, 22). 

Non pensiamo che questa realtà si riferisca solo all’ambito della morale o della religione. 

Ad Atene, poco dopo la grande battaglia di Maratona, un uomo è condannato a morte. In quella famosa battaglia gli ateniesi avevano preservato, con prodezza, la libertà del loro piccolo stato, contro le poderose milizie dei persiani; e tra coloro che si erano distinti eroicamente, c’era il fratello del condannato che era stato gravemente ferito nel combattimento. Dietro il giudizio, l’evidenza contro il condannato era incontestabile; non c’era possibilità che il detenuto si liberasse della condanna. Improvvisamente apparve qualcuno che chiese di essere ascoltato. Era suo fratello. Quando gli domandarono che prove aveva da presentare per dimostrare che il prigioniero non doveva essere dichiarato colpevole, alzò semplicemente le sue braccia mutilate: non erano che moncherini, le mani erano sparite completamente; rimanevano solo i moncherini feriti. Era conosciuto come qualcuno che, nella battaglia di Maratona, aveva fatto prodigi di valore ed aveva perso le sue mani. Quelle ferite erano l’unica evidenza che presentò, l’unica supplica che mostrò per dire che suo fratello doveva essere  liberato. E la storia dice che, a causa di quelle ferite, a causa di tutto quello che suo fratello aveva sofferto, il prigioniero fu assolto. Immediatamente, l’imputato ottenne la libertà. 

Questo è il prezzo della vera pace. Tutti abbiamo bisogno di questa pace. Nella nostra anima che  soffre sempre i conflitti delle passioni; nelle nostre relazioni, deteriorate dai nostri attaccamenti; nella nostra relazione con Dio, turbata dal nostro peccato ed dall’ignoranza. Una delle differenze tra questa pace e la pace di questo mondo è che la pace che viene da Gesù è contagiosa e può essere trasmessa. Questo spiega perché diciamo nella Santa Messa: Vi lascio la pace, vi do la mia pace.

La pace di questo mondo è cangiante ed instabile, per questo motivo il popolo di Gerusalemme ricevette Gesù quando entrò nella città santa, acclamandolo come Re d’Israele ed alcuni giorni dopo, la stessa moltitudine lo respinse: Crocifiggilo, crocifiggilo! La pace che Cristo ci porta ha necessariamente il prezzo del sangue. Nella tradizione ebraica, il sangue rappresenta la vita e spesso lo si denomina “sangue della vita”. Sì, la vera pace richiede una nuova vita, cioè, offrire la propria vita… non semplicemente cercare di convincere gli altri. La Croce è stata chiamata a ragione l’Albero della Vita. La Prima Lettura ci dice come Dio darà, a quelli che donano la loro vita, una lingua ben allenata, ma anche la forza per non togliere il viso e non fuggire da sputi e spintoni. 

2. Il cammino della croce. Nella domenica delle Palme acclamiamo Gesù che ci indica il cammino verso questa pace e gli chiediamo che ci porti con lui in quel cammino. Nel nostro Esame Ascetico si riflettono le condizioni stabilite da Cristo per convertirsi in uno dei suoi discepoli: rinnegare se stessi, prendere la croce e seguirlo. Per ciò, Gesù diede l’esempio e promise che coloro che perderanno la loro vita per causa Sua, la troveranno (Mt 16,25). Questa atteggiamento è più che uno sforzo, rappresenta l’atteggiamento di aprirci completamente all’azione divina. Come ci dice la Seconda Lettura di oggi: “… spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome…”

Cristo dice ai suoi discepoli che devono rinnegare se stessi. Nel Vangelo, la parola che si traduce come “rinnegare” è la stessa che si usa per descrivere l’azione di Pietro quando lo riconoscono come uno dei seguaci di Gesù. Quando gli si domanda, Pietro dice di non conoscere Gesù; nega di avere alcun contatto con Lui. “Rinnegare” è l’opposto di riconoscere. Coloro che ascoltano la parola di Gesù sono chiamati a rinnegare se stessi invece di rinnegare Cristo. Devono smettere di essere la massima priorità o il centro del loro universo. Invece di cercare di essere Dio, devono lasciare che Dio sia Dio. Siamo chiamati a mettere il lavoro del regno di Dio davanti ai nostri desideri. Piuttosto, dobbiamo mettere da parte la nostra attenzione a noi stessi, i nostri giudizi (scorretti o corretti), i nostri desideri di controllare. Dobbiamo essere disposti a riconoscere la presenza di Dio nel nostro prossimo ed essere continuamente guidati dall’amore di Dio per il mondo e, in particolare, verso coloro che sono poveri e vulnerabili. 

Il rinnegamento intellettuale ed emozionale (o rinnegamento dell’io) è qualcosa di   estremamente esigente, perché richiede che ricorriamo al Vangelo precisamente nei momenti critici, quando siamo vittime delle nostre passioni o quando non abbiamo tempo per riflettere. Come dicono alcune persone, agiamo in modo automatico. 

Questo è certo per tutti noi. Non accogliamo facilmente le persone che sfidano i nostri piani e le nostre decisioni. Tendiamo a prendere come un’offesa personale le loro opinioni e, come conseguenza, invece di soppesare il valore dei loro argomenti, dedichiamo più tempo a trovare la forma di resistere alle loro obiezioni. Non siamo pronti ad ascoltare o vedere dal punto di vista dell’altra persona. La nostra insicurezza e i meccanismi di difesa ci accecano. Quando sentiamo una violazione della giustizia contro di noi o specialmente contro i nostri cari, ci sentiamo indignati. Cosicché l’autodifesa è la risposta abituale verso coloro che ci feriscono. Pertanto, dobbiamo accettare che, in riferimento al rinnegamento, siamo e saremo sempre discepoli, apprendisti di quella materia. 

Se siamo fedeli all’accettazione intellettuale del Vangelo, stimandolo come la nostra guida giornaliera, come il nostro piano o manuale per la vita quotidiana (Unione Formulativa) saremo pronti ad affrontare le difficoltà più concrete del nostro Difetto Dominante, Attaccamento al mondo e la divinizzazione del nostro ego (Unione Purificativa). 

San Luca aggiunge un dettaglio che non si trova nel racconto di Matteo o Marco sulle parole di Gesù: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. (Lc 9, 23). Seguire Gesù è un compito della nostra vita quotidiana. Questo è lo Spirito del Vangelo. Essere un discepolo fedele esige il prendere decisioni tutti i giorni per vivere alla maniera di Gesù, non alla nostra. Questo presuppone fare numerose scelte e prendere decisioni, anche molto piccole, per servire i nostri fratelli e sorelle bisognosi, anche quando ciò implica rinunciare alle nostre necessità e preferenze. Per prendere la croce, spesso dobbiamo morire a noi stessi di queste forme apparentemente banali e quotidiane. 

Portare la croce non è un atteggiamento passivo. Non significa essere schiacciato o essere distrutto, bensì riuscire a camminare come Cristo sul cammino della croce. 

Portare la croce non significa solo sopportare le tribolazioni della vita o la sofferenza della malattia, perché questo sarebbe in fin dei conti un guardare se stessi. Inoltre, tutti, cristiani o non cristiani, in un momento o in un altro, soffriamo malattie. E molte persone non religiose sanno come soffrire con vera pazienza. Portare la croce significa piuttosto poter aiutare altri nei loro momenti di malattia, quando anche noi siamo malati e le nostre forze non sono nel loro momento migliore. 

Portare la croce non significa che, quando una tragedia colpisce la mia vita, sia quella la mia croce. Ogni essere umano si scontra e sbatte con la tragedia in un momento o in un altro nella sua vita. Piuttosto, portare la croce significa riuscire ad aiutare le persone che si vedono colpite da disastri nella loro vita, (riuscire) a rialzare altre persone schiacciate dal peso del dolore, (riuscire) ad asciugare le lacrime di coloro che piangono, a mostrar loro la speranza di una nuova vita attraverso la donazione del nostro amore. E tutto questo in mezzo alla mia mediocrità, ai miei peccati e ai miei limiti… o ai limiti imposti dall’invidia, dalla persecuzione e dai malintesi. 

Cristo poté portare la croce perché era sempre cosciente di essere accompagnato da suo Padre e nostro Padre in ogni passo di questo viaggio che chiamiamo vita. Questa è una grazia estremamente importante che condividiamo come figli battezzati di Dio. Complementa l’aspirazione profonda di ogni essere umano, sia credente o no, cosciente o no: dare la vita per il prossimo. 

Quando le truppe comuniste entrarono in Cina, guidate da un tenente addestrato all’estero, un vecchio amico gli disse: Come puoi pensare di catturare la città questa notte? Non sai che hanno 10 volte più truppe di te, che devi attraversare quel fiume ed affrontare le armi nemiche che sono molto più letali delle tue? Il tenente comunista rispose: Sarò felice se il comunismo potrà avanzare anche solo di un chilometro.  Ho io la stessa dedicazione a Gesù Cristo? 

Viviamo in un mondo imperfetto con persone imperfette che prendono decisioni imperfette. Dovuto a questo, ogni persona condivide ugualmente una natura caduta ed imperfetta. E questo significa che ognuno di noi porta una croce di qualche tipo. Portare la croce e seguire Cristo significa seguire Dio e fidarsi di Lui, nonostante le deficienze che tutti abbiamo, che sono più facili da accettare in molti sensi se possiamo incolpare qualcuno, ed è Dio che spesso incolpiamo. Prendere la croce e seguirlo significa continuare confidando e glorificando Dio, nonostante le nostre difficoltà. 

Seguirlo significa permettere che Cristo stia alla testa. Dove Egli ci guida… non sempre lo sappiamo; né dove né perché. I discepoli non esistono per guidare, proteggere o possedere Cristo, devono seguirlo. In questo tempo di Quaresima, ci viene chiesto di riflettere su quello che significa seguire Gesù Cristo, qual è il vero costo dell’essere discepoli. Gesù ci chiama ad offrire letteralmente tutto quello che abbiamo. E l’esperienza dei santi e la nostra esperienza dimostrano che offrire meno di questo non basta. Ma prendere la nostra croce richiede un sacrificio che può essere difficile da ascoltare quando siamo troppo fiduciosi e sicuri di noi stessi… o quando non è il momento migliore della nostra energia ed entusiasmo. 

Qual è l’alternativa? Proteggere la mia vita e la mia fama, non donarli a Dio, giocare sul sicuro, guadagnare il mondo… questo significa perdere l’anima. Quanto vale la tua anima? Che cosa puoi dare in cambio della tua anima? Siamo chiamati a decidere se stiamo con Lui, o fuggire, ed essere semplicemente spettatori della sua morte. 

La gente vide in Gesù chi viene veramente in nome del Signore e porta la presenza di Dio tra noi. Questa è la sua vittoria e la nostra vittoria, questa è la sua testimonianza e la nostra testimonianza. Non solo avere successo in un’attività o un progetto, bensì avvicinarsi agli altri in nome del Signore, con un solo proposito ed una sola intenzione: mostrare la realtà del suo regno di pace in questo mondo lacerato. 

La croce è il segno più eloquente del suo amore misericordioso, l’unico segno di salvezza per tutta l’umanità. Che la nostra croce personale sia, in maniera simile, un segno piccolo ma espressivo di quello che Cristo annunciò: Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me (Gv 12, 32). 

L’insegnamento finale di Gesù è seguimi. In esso ricordiamo il nostro ruolo come seguaci di Gesù. Dobbiamo osservarlo, ascoltarlo e poi seguirlo, dobbiamo imparare da Lui. Per questo motivo l’orazione, la Parola di Dio e l’Eucaristia sono il nostro alimento spirituale. 

Ci sono momenti in cui ascoltiamo la chiamata di Gesù per metterci in marcia ed altri momenti in cui dobbiamo attendere. Ci sono molte occasioni in cui Cristo invia operai affinché ci accompagnino nel nostro lavoro. Egli non ci chiede di prendere la nostra croce da soli. Abbiamo l’opportunità di essere come Simone di Cirene, come nostra Madre Maria, sempre al suo fianco. 

                                                                           

In quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto

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New York, 17 marzo 2019
Seconda Domenica di Quaresima

Genesi 15, 5-12.17-18; Filippesi 3, 17-21.4,1; Luca 9, 28b-36.

Come descrivere la Trasfigurazione? Non è facile. Forse è per questo che Gesù chiese agli apostoli di non raccontare a nessuno quello che avevano visto. Deve essere vissuta. Di fatto, nella nostra vita mistica possiamo avere un’esperienza trasfigurativa permanente, che niente ha a che vedere con luci o apparizioni. Ma dobbiamo imparare a  condividerla nella nostra comunità e con la testimonianza delle nostre vite.                          _____________________________________

1. Paradossalmente, per capire che cosa successe a Cristo sulla montagna, dobbiamo capire quello che sta succedendo a noi. Durante l’invasione della Russia, Napoleone si separò momentaneamente dai suoi uomini e fu scoperto dai cosacchi russi. Lo inseguirono per alcune strade tortuose. Temendo per la sua vita, Napoleone alla fine si nascose in un’officina di pelli. Pregò il padrone di salvarlo. Il pellicciaio disse: Presto, si nasconda sotto quel mucchio di pelli dell’angolo. Poi rese il mucchio ancora più grande, ammucchiando più pelli sopra Napoleone. 

Aveva appena finito quando i cosacchi irruppero nel negozio: Dov’è? Il pellicciaio disse di non sapere di che cosa stessero parlando. Nonostante le sue proteste, i cosacchi perquisirono l’officina cercando di trovare Napoleone. Infilarono le loro spade nel mucchio di pelli, ma non lo trovarono. Alla fine si diedero per vinti ed uscirono dall’officina. 

Dopo un momento, Napoleone uscì dal mucchio di pelli, illeso. Poco dopo, la guardia  personale di Napoleone entrò nell’officina. Prima che Napoleone andasse via, il pellicciaio domandò: Mi scusi se faccio questa domanda, ma come si sentì sotto le pelli, sapendo che forse il prossimo momento avrebbe potuto essere l’ultimo? 

Napoleone si indignò: Come osi fare una simile domanda all’Imperatore? Immediatamente ordinò alle sue guardie di bendargli gli occhi e di fucilarlo. 

Il povero uomo fu trascinato fuori dell’officina, con gli occhi bendati e messo contro la parete. Il pellicciaio non poteva vedere niente, ma poteva sentire le guardie mettersi in fila e preparare i fucili. Poi sentì Napoleone rischiararsi la gola e gridare: Pronti! Mirate! In quel momento, le lacrime scorrevano sulle sue guance. 

Improvvisamente, gli tolsero la benda dagli occhi. Napoleone era davanti a lui e gli disse: Ora sa la risposta alla sua domanda. 

La trasfigurazione si riferisce a qualcosa che succede dentro i nostri cuori e le nostre menti. In  poche parole, significa una crescita irresistibile della nostra fede, speranza e carità, le  virtù teologali che si chiamano così perché il loro obiettivo immediato è la nostra unione con Dio, si relazionano immediatamente con Dio. Con le parole del nostro padre Fondatore: 

Il processo trasfigurativo è preparare l’asceta psicologicamente, fare una trasfigurazione dell’anima, far sì che le funzioni dell’anima cambino di figura, e lì dove io abbia operato in una maniera, alla maniera umana, ora opero in una maniera opposta, alla maniera di Cristo (15 Dic. 1974). 

La maggior parte delle volte, quando riceviamo queste grazie, non siamo completamente coscienti del loro potere trasformatore. Ignoriamo quel potere, così come i tre apostoli non sapevano quello che stava succedendo quando Gesù li portò sulla cima della montagna per essere presenti alla sua Trasfigurazione. 

Questo segno indica il proposito apostolico e l’obiettivo della nostra Trasfigurazione: invece di terminare in me stesso, cerca di fare di me, gradualmente, una testimonianza della presenza di Cristo. Come sempre, è una grazia da condividere. Due esempi emblematici: 

* Santo Stefano nel suo martirio irradiò la gloria di Dio quando si vide che il suo viso  risplendeva: E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo. (At 6, 15). 

* A Pentecoste, si dice che i visi di alcuni discepoli erano tanto splendenti che alcuni credettero che avessero bevuto in eccesso. Pietro li corresse: Questi uomini non sono ubriachi come voi sospettate, essendo appena le nove del mattino.(At 2,15). 

Lo Spirito Santo significa trasfigurarci, cambiarci, ad immagine di Cristo. Che noi  ci trasformiamo internamente tanto e così gli altri possano vedere il viso di Cristo nel nostro viso e nelle nostre vite. Ci viene data un’identità ed un proposito completamente nuovi. Per fare sentire la presenza divina in un mondo ferito. Il Papa Francesco lo dice chiaramente: 

Se noi stiamo vicini al Signore, avremo quella fortezza per essere vicini ai più deboli, ai più bisognosi e consolarli e dare forza a loro. Questo è ciò che significa. Questo noi possiamo farlo senza autocompiacimento, ma sentendosi semplicemente come un “canale” che trasmette i doni del Signore; e così diventa concretamente un “seminatore” di speranza. E’ questo che il Signore ci chiede, con quella fortezza e quella capacità di consolare e essere seminatori di speranza (U.G. 22 Marzo 2017). 

Ma i frutti e gli effetti della nostra trasfigurazione sono generalmente discreti e, allo stesso tempo, potenti. Forse abbiamo avuto un’esperienza simile a quella di un  sacerdote che assistette alla morte di un uomo anziano. Il figlio del malato passò un tempo col sacerdote dopo che suo padre era morto. Si sedettero nel corridoio dell’ospedale, ed il figlio aprì il suo cuore al sacerdote. E pianse, posando la sua testa sulla spalla del sacerdote. Il sacerdote disse appena una parola in tutto il tempo. Infine, il figlio, dopo aver espresso tutte le sue emozioni, si sollevò, guardò il sacerdote, e disse: Grazie, padre, mi ha aiutato molto. Grazie per avermi aiutato a capire che cosa devo fare ora. Tuttavia il sacerdote non aveva detto quasi niente. Il sacerdote era presente e vicino e, per quanto possibile, si fece come colui, il cui padre era morto, si sedette, ascoltò, offrì la sua spalla e, facendolo, senza parole, si trasformò in guida per quell’uomo. 

Al contrario, (solo) quando siamo coscienti dell’impatto della nostra vita sul nostro  prossimo, siamo in forma e ben disposti ad accogliere i cambiamenti che la trasfigurazione c’invita a vivere. Un uomo era schiavo della nicotina. I suoi genitori gli dissero, quando era ragazzino, di smettere di fumare, ma egli non se ne curò. Quando era già padre di famiglia, anche la sua sposa gli chiese di smettere di fumare, ma neanche allora acconsentì. Poi si scoprì che suo figlio aveva un cancro al polmone, come fumatore passivo. Questo fu il punto di inflessione della sua vita, un’esperienza di metanoia (conversione radicale). Si distaccò dalla sua vecchia abitudine. 

La presenza divina si manifesta quando germoglia dalla trasformazione interiore fatta dallo Spirito Santo. Questo è testimoniato in tutto l’Antico Testamento: Il cuore dell’uomo cambia il suo volto o in bene o in male. (Sir 13, 25). La sapienza dell’uomo ne rischiara il volto, ne cambia la durezza del viso.  (Qo 8,1). 

E San Giovanni Paolo II ci ricorda: E non è forse compito della Chiesa riflettere la luce di Cristo in ogni epoca della storia, farne risplendere il volto anche davanti alle generazioni del nuovo millennio? La nostra testimonianza sarebbe, tuttavia, insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto. Il Grande Giubileo ci ha sicuramente aiutati ad esserlo più profondamente. (Novo Millennio Ineunte, 16). 

Il cambiamento non è un’esperienza “una volta per tutte”, bensì una questione di trasfigurazione continua, man mano che cambia la situazione e c’è sempre una sfida permanente per scegliere tra il bene e il male. Deplorevolmente, ci sono abbondanti esperienze di persone che all’inizio seguirono Cristo con entusiasmo e poi si allontanarono da lui. San Paolo menziona Dimas come suo compagno di lavoro. Nella sua ultima menzione di lui (2 Tim 4, 10) Paolo commenta che Dimas si è innamorato del mondo attuale e l’ha abbandonato. Egli normalmente era parte del circolo degli amici di Paolo, ma si allontanò. La maggioranza di noi conosce persone come lui, che una volta seguirono Cristo al nostro fianco, ma poi l’abbandonarono. 

2. E’ importante tener conto che la Trasfigurazione sul monte Tabor fu,  letteralmente, un’esperienza culmine. Sì, la nostra trasfigurazione personale ha anche momenti speciali, chiamati Regime dal nostro padre Fondatore. Il termine latino regime deriva da un’altra parola latina, il verbo regere, che significa dirigere rettamente o governare. E, di fatto, queste esperienze culmine hanno un effetto duraturo e regolatore nelle nostre vite. 

Generalmente, si tratta di esperienze brevi che Dio concede in certe occasioni, specialmente per poter sopportare difficoltà. Nel Vangelo di oggi, dopo che il Padre parla, Gesù dice ai tre discepoli: Alzatevi, non temete. La trasfigurazione dà loro forza e la fiducia che Dio sta operando nella vita di Cristo. Dà loro anche forza per continuare nel loro lavoro, con la sicurezza che Dio è e sarà con loro, specialmente nelle situazioni praticamente impossibili: 

John Ruskin, celebre critico d’arte ed acquarellista, ricevette una signora che gli mostrò un bel fazzoletto di seta delicatamente ricamato. Sfortunatamente, era caduta sul fazzoletto una goccia di inchiostro indelebile, e la padrona disse a Ruskin che il fazzoletto era rovinato. Ruskin glielo chiese in prestito. Alcuni giorni dopo glielo restituì. A partire dalla macchia d’inchiostro, Ruskin aveva fatto un disegno con uno stampo bello e sofisticato. Il fazzoletto di seta era stato trasformato completamente. 

Tutti i momenti dell’unione mistica hanno il fine di renderci capaci di portare a termine l’opera di Dio. Forse Pietro non era completamente cosciente di ciò quando suggerì di costruire tre tende. L’obiettivo della nostra unione progressiva con Dio non è rimanere sulla montagna. Si tratta dell’essere fortificati per servire. 

Non dovremmo smettere di ricordare le grandi cose che lo Spirito Santo ha fatto nelle nostre vite, nelle vite del nostro prossimo, nella Chiesa. Per questo motivo Mosè esorta gli israeliti a ricordare tutto quello che Dio aveva fatto per loro lungo il cammino; il ricordo del viaggio, il perdono che ricevettero, la missione che era stata affidata loro. 

Nel caso della Trasfigurazione, quell’opera dello Spirito Santo è preceduta da una triplice purificazione: Impotenza (mi piacerebbe capire completamente la volontà di Dio, ma non posso) Contrarietà (sono disposto ad ubbidire, ma preferirei altre missioni, altre circostanze) e Svuotamento (né le cose del mondo, né le cose dello spirito mi danno entusiasmo). 

L’impotenza e la contrarietà sono chiaramente visibili nell’atteggiamento di Pietro. Inoltre, gli si creò un forte svuotamento ricevendo l’istruzione di ritornare in pianura. 

Questa purificazione è il preludio della Trasfigurazione. Ed il suo Regime consiste in momenti nei quali la nostra fede, speranza o carità ci portano ad un comportamento inaspettato e vicino a Cristo che, pertanto, chiamiamo estatico (al di fuori dei miei modelli abituali). Questo è quello che passò ad Abramo. Ha 75 anni e sua moglie non era proprio giovane. È chiamato dal Signore a lasciare la sua terra nativa e ad andare in una terra sconosciuta che Dio gli avrebbe mostrato. La Genesi semplicemente dice: Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore (Gen 12, 4). Questa è fede, alimentata dal dono della sapienza. In un modo simile, San Giovanni XXIII aveva già 77 anni quando fu scelto come Papa. 

Per favore, non dimentichiamo che perfino queste esperienze di Regime di trasfigurazione possono essere frequenti, silenziose e non necessariamente spettacolari. Per esempio, questo succede con l’Eucaristia. Benedetto XVI riafferma questo nella sua Enciclica  Sacramentum Caritatis

la vita eterna incomincia in noi già in questo tempo per il cambiamento che il dono eucaristico realizza in noi (…) L’Eucaristia (…) rende possibile, giorno per giorno, la trasfigurazione progressiva dell’uomo, chiamato ad essere per grazia immagine del Figlio di Dio. E utilizza ancora un’espressione di maggior impatto quando dice che l’Eucaristia introduce nella creazione l’inizio di un cambiamento radicale, come una forma di “fissione nucleare”… un cambiamento destinato a suscitare un processo di trasformazione della realtà il cui termine ultimo sarà la trasfigurazione del mondo intero. 

Il tempo di Quaresima è un momento in cui essere particolarmente aperti alla  Trasfigurazione, che non significa un’evasione dalla realtà. Il suo fine è elevare la nostra Credenza, Aspettativa ed Amore naturali al livello santificatore di Fede, Speranza e Carità. In tutte le cose, c’è una gloria nascosta e lo Spirito Santo la rivela nel momento adeguato, perché, come disse Il Piccolo Principe: L’essenziale è invisibile agli occhi.                                                         

Qual è la trave nel tuo occhio?

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di P. Luis Casasus, Superiore Generale dei missionari Identes
New York, 3 marzo 2019
Misioneras y Misioneros Identes
Ottava Domenica Tempo Ord.

Libro Siracide 27, 4-7; 1Corinzi 15,54-58; S. Luca 6, 39-45

1. Lo sguardo accusatore. Quando lavoravo all’università, conobbi una rinomata insegnante con una vera passione per la ricerca; irradiava entusiasmo ed era affascinante… quasi sempre. L’unica cosa che rendeva la vita difficile al suo fianco è che era sempre ansiosa di parlare delle sue esperienze e vantarsi dei suoi successi. In ogni momento, discuteva coi suoi colleghi e dava consigli non richiesti. Non aveva il minimo interesse per la vita e le opinioni degli altri, e molto meno nel riconoscere qualunque risultato degli altri.

Un giorno mi sorprese con un discorso furioso su quanto fossero competitivi ed egoisti i suoi colleghi, su quanto non si prestassero attenzione l’un l’altro e su come volessero sembrare sempre più intelligenti degli altri. La stavo guardando ad occhi spalancati. Mi sarebbe piaciuto domandarle se stava parlando di se stessa, ma mi morsi la lingua.

Ella non è l’unica ad avere questo atteggiamento. Uno dei modi di proteggere il nostro ego da una dura autocritica è proiettare negli altri la nostra personale caratteristica difficile da accettare. Ognuno di noi ha un punto oscuro: non riconosciamo che siamo invidiosi, impuri, ostili o egoisti. Possiamo vedere la pagliuzza nell’occhio di un altro, ma non riusciamo a vedere neanche una trave nel nostro occhio.

Forse possiamo rispondere alla domanda di Cristo: Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? (Mt 7, 3)dicendo che non vediamo la trave nel nostro occhio perché è precisamente con quella trave minacciosa ed accusatrice che guardiamo l’altro.

Il nostro sguardo accusatore è uno degli esempi più distruttivi di quello che Gesù descrive come i frutti marci di un cuore che non è in dialogo con Dio: Quello che esce dalla persona è quello che la rende impura. Ci convertiamo in vittime, e rendiamo vittima il nostro prossimo quando accettiamo di essere prigionieri dei meccanismi, degli istinti che stanno sempre lì e che furono creati per raggiungere obiettivi molto differenti. Consideriamo, per esempio, il nostro Istinto di Felicità: Provare soddisfazione per aver fatto un buon lavoro non è la stessa cosa che ridicolizzare o degradare gli altri per sentire che sono superiore e potente.

2. La misura del buono e del cattivo. Mi piacerebbe condividere con voi un caso reale, l’esperienza di un giovane ed arrogante seminarista raccontata da lui stesso. Può aiutarci a considerare che non possiamo essere apostoli o guide spirituali se non ci svuotiamo della vanità e della superficialità di questo mondo. Solo della pienezza del cuore può parlare la bocca.

Quando ero un giovane e coraggioso seminarista, cominciai a lavorare in una scuola cattolica come responsabile della disciplina.

Era l’ultimo giorno dell’anno scolastico. Samuel, un bambino di dodici anni, aveva completato con successo il suo primo anno di scuola. Mentre attendeva di ritornare a casa, mi sedetti con lui e parlammo. Dopo pochi minuti di conversazione, apparve da quelle parti Miguel. Era un uomo di circa cinquant’anni, incaricato della pulizia e non avevamo mai avuto l’opportunità di salutarci. Era una persona semplice ed umile che non si faceva notare.

Mentre parlavo con Samuel, Miguel si occupava del suo lavoro, spazzando il piano e mantenendosi ad una certa distanza da noi. In quel momento, colsi l’occasione e cominciai a predicare al giovanetto di successo e fallimento. Gli dissi: Vedi quell’uomo? Quanto spreco di vita. Ha avuto l’opportunità di studiare e non ne ha approfittato. Probabilmente si è perso nella scuola secondaria, ubriacandosi in molte feste e perdendo il tempo con i suoi amici. Forse non avrà mai letto un libro in vita sua. Solo Dio sa a che cosa si dedica ora. Notai che Samuel raccolse il messaggio. Quel ragazzo aveva molto rispetto per me. Dopo tutto, io ero la figura religiosa e morale della scuola.

Quando ci stavamo alzando per andarcene, Miguel alzò lo sguardo e si avvicinò a noi. Sorrise e disse: Salve Padre! Sorrisi anch’io e gli dissi: Oh, Miguel, non sono ancora sacerdote. Sono un seminarista. Pensai dentro di me: Questo tipo non sa neanche che non sono ancora sacerdote. Ripensandoci più tardi, mi resi conto che non lo sapeva perché non mi ero mai disturbato a parlare con lui. Miguel continuò: Scusi, padre, non lo sapevo. Speravo che forse avrebbe potuto benedire la mia famiglia se avesse avuto un momento libero. Le ho mai mostrato una foto dei miei figli? Io risposi: No. Mai. Cominciò a frugare nel suo portafoglio, cercando una foto. Finalmente, ne trovò una. Me la diede e quello che vidi mi sorprese. Miguel e sua moglie erano bianchi. I loro figli non lo erano. Un bambino piccolo era afroamericano; una bimba era asiatica. Ed un altro bambino, nativo americano, era fisicamente handicappato. Non potevo credere a quello che stavo vedendo. Domandai a Miguel: Sono questi i tuoi figli? Egli disse: Sì, padre, sono belli, vero? Mia moglie ed io li abbiamo adottati tutti e tre. Siamo stati molto benedetti.

Tutto quello che potei rispondere fu: Non lo sapevo. In quel momento, sentii un nodo alla gola e pensai: Che idiota sono. Chi sono io per giudicare gli altri? Mi guardò e sorrise: Bene, magari l’anno che viene possiamo sederci e parlare qualche volta. Mi piacerebbe raccontarle la mia storia. Si allontanò e continuò a spazzare il piano. Avrebbe dovuto spazzare via anche me!

Probabilmente, Miguel non saprà mai l’impatto che ebbe nella vita di quel seminarista e nella vita di tutti i bambini che pregano per lui. È un buon esempio del compimento della Seconda Lettura di oggi: Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

Quello che è certo è che oggi Gesù ci dice: Un albero si conosce dai suoi frutti. Ci sta insegnando non solo a “come giudicare correttamente”; ma piuttosto, ci ricorda che probabilmente l’albero del nostro prossimo non è stato irrigato perché potesse dare frutti abbondanti. Quale esperienza lasciò il segno più profondo nella sua vita? Quali erano le persone che l’hanno amato? Oppure, qual è il rimorso più grande di quella persona? Gesù ebbe il potere di resuscitare ai morti e guarire i malati. Ebbe anche il potere di attivare i doni e le migliori virtù nascoste di Pietro o Paolo. Se siamo i suoi discepoli, si aspetta da noi che irrighiamo pazientemente, potiamo, vanghiamo e concimiamo il terreno dei nostri simili. Come dice oggi la Prima Lettura, il frutto dimostra come è coltivato l’albero.

Lo Spirito Santo è sempre attivo… oltre le apparenze, e oltre le nostre limitazioni:

Nel vagone di un treno, una donna cercava disperatamente di calmare un bebè che non smetteva di piangere. Il bambino disturbava vari passeggeri, e alla fine una persona non ne poté più e disse: Non può far tacere quel bambino? La donna disse gentilmente: Sto facendo quello che posso. Il bambino non è mio. L’uomo gridò: E dove sta la madre del bambino? La donna rispose: Nella sua bara, signore, nel vagone dei bagagli che è davanti a noi. Gli occhi d’acciaio dell’uomo si riempirono di lacrime. Si alzò, prese il bebè tra le sue braccia, lo baciò, e si mise a camminare nel corridoio per consolarlo.

D’altra parte, dobbiamo poter discernere ed identificare i nostri punti oscuri, le nostre debolezze, principalmente il Difetto Dominante e la nostra mancanza di sensibilità, non solo per giudicarli, ma anche per aiutare il nostro rettore, e lo stesso Spirito Santo, a guidarci come buoni maestri di cui abbiamo sempre bisogno.

Tutti i grandi maestri spirituali consigliano di utilizzare tutti i mezzi possibili per progredire nel nostro cammino spirituale: Mediante tre metodi possiamo acquisire la sapienza: in primo luogo, attraverso la riflessione, che è il più nobile; secondo, attraverso l’imitazione, che è il più facile; e terzo attraverso l’esperienza che è il più amaro (Confucio).

La nostra crescita spirituale non si misura da quello che impariamo o sentiamo. Queste messe a fuoco intellettualiste o sentimentaliste assomigliano poco alla lotta di un vero discepolo.

Santa Teresa d’Avila ebbe molte emozioni e sentimenti spirituali e chiaramente imparò cose grandi ed utili nell’orazione, nell’imitazione di Cristo e nelle sue esperienze di vita, ma disse con una chiarezza eccezionale: Dobbiamo curare i fiori, le virtù, e vedere come progrediscono. Dopo tutto, l’acqua è per i fiori; la devozione non è l’obiettivo di una buona vita di orazione. È un mezzo per la crescita delle virtù. Se le virtù sono vive e fioriscono in noi, perfino in assenza di devozione e consolazione, allora la nostra vita di orazione è salutare nonostante la secchezza.

È specialmente attraente il “modo compatto” che usa il nostro Fondatore per esprimere questa verità in una delle sue Trasfigurazioni: L’amore è un trattato di virtù, mai di ragioni.

I nostri pensieri e le nostre parole sono il primo indicatore e il primo frutto della nostra vita spirituale. Questo è l’insegnamento della Prima Lettura di oggi: La fornace prova gli oggetti del vasaio, la prova dell’uomo si ha nella sua conversazione. Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela il sentimento dell’uomo. Non lodare un uomo prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini. Quando le nostre parole sono arroganti, sarcastiche o superficiali, è difficile credere che stiamo vivendo nel raccoglimento e nella pace.

E, rispetto alle mancanze ed errori del nostro prossimo, dobbiamo ricordare quello che consiglia l’antica massima: Non possiamo condannare il peccatore, ma possiamo e dobbiamo condannare il peccato. Qui radica il problema della “tolleranza”, oggi tanto popolare: quando smettiamo di giudicare se le parole e le azioni sono buone o cattive, smettiamo anche di occuparci del significato del buono e del cattivo. Contrariamente a quello che la gente crede circa la tolleranza, essa non è riuscita ad unire le persone, né ci ha illuminati, né ha creato nessun tipo di pace. Piuttosto, come testimoniano le notizie attuali, la tolleranza ha fomentato la divisione e l’isolamento, ha promosso l’ignoranza, l’inquietudine e l’instabilità a tutti i livelli.

Un secondo indicatore della salute della nostra vita spirituale sono le azioni concrete, i piccoli e sempre nuovi gesti di generosità e perdono, nati dalla nostra unione con Dio: senza preferenze né distinzione di persone, in qualunque circostanza e in maniera incondizionata. Le opere di misericordia sono una dimostrazione delle azioni concrete che devono essere visibili nel nostro comportamento quotidiano. Molti di noi facciamo cose buone per ragioni mescolate, forse per dimostrare agli altri e dimostrare a noi stessi che siamo compassionevoli, ma solo un amore che sgorga dal nostro desiderio di glorificare Dio, può parlare della sua presenza e misericordia.

Se ci proponiamo di vivere in questo stato continuo di orazione e misericordia, specialmente quando siamo calunniati, ingiustamente accusati, malcompresi o perseguitati, solo allora potremo guidare e portare altri a Cristo. Questo spiega perché Gesù conclude il suo elenco di Beatitudini con questo segno supremo di fedeltà al loro spirito: Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

La vita dei santi e la nostra stessa esperienza, ci offrono un terzo indicatore preciso della nostra fedeltà: Quando cerchiamo di compiere pienamente la nostra missione, sia come sia, allora ci verrà affidato un compito nuovo e probabilmente più difficile. Questo va oltre la nostra vita puramente ascetica. Si tratta di un atto divino di fiducia che ci dice chi è Lui e chi siamo noi.

Sì; solo quando affrontiamo le tempeste della vita, particolarmente quando ci sentiamo defraudati, traditi, o quando le persone che amiamo si rivoltano contro di noi, abbiamo l’opportunità di dare una testimonianza unica di fiducia in Dio e di dire in modo forte col salmista: Signore, È bene ringraziarti. Niente ci succede senza la sua conoscenza e la sua provvidenziale sapienza.

Il Perdono: la libertà per continuare a camminare insieme

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di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei missionari Identes
New York, 24 febbraio 2019
Settima Domenica Tempo Ord.
Libro dei Re 26,2.7-9.12-13.22-23; 1Corinzi 15,45-49; S. Luca 6, 27-38

Giuda Iscariota aveva ricevuto da Cristo sempre un segno di fiducia, un gesto di perdono, una conferma della sua misericordia. L’atteggiamento di Cristo verso questo discepolo traditore è l’esempio più estremo dell’attiva e saggia misericordia evangelica. 

Quali sono le caratteristiche del perdono cristiano? Oggi le Letture ci danno molte risposte. Riflettiamo su alcune di esse. 

1. Il perdono è qualcosa di profondo nella nostra vera natura. Ogni volta si dice che ci sono due modi “naturali” di reagire davanti ad un’aggressione: o lottare o fuggire. Ma noi siamo stati creati ad immagine e somiglianza di un Dio misericordioso. Quando parliamo di Adamo ed Eva, ci riferiamo sempre al peccato originale, ma ugualmente originale e fondamentale fu il perdono che i nostri primi genitori ricevettero da Dio. Adamo ed Eva furono perdonati da Dio, ma, ad ogni modo, furono espulsi dal Giardino dell’Eden. Il Libro dell’Esodo descrive Dio come compassionevole e misericordioso, disposto a perdonare la nostra iniquità e la trasgressione ed i peccati. Ma, aggiunge anche che “…. castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli….“ (Es 34, 7). 

La Seconda Lettura di oggi dice: “…come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste”. Questa natura misericordiosa, ricevuta all’inizio, è più profonda e più potente dei nostri istinti. Non possiamo dire che un cocco è duro. Questo è impreciso ed inesatto. Il cocco è molto duro all’esterno, ma l’interno è un tessuto delicato con un liquido chiaro e delizioso. 

Un anziano religioso indù normalmente meditava tutte le mattine sotto un grande albero sulle rive del fiume. Una mattina, dopo aver finito la sua meditazione, vide un grosso scorpione che stava galleggiando nella forte corrente del fiume, senza riuscire a salvarsi. Lo scorpione era rimasto intrappolato nelle lunghe radici di un albero che si stendevano fino al letto del fiume. Quanto più lottava per liberarsi, più si impigliava nelle fini e contorte radici. L’anziano allungò il suo braccio per liberare la creatura prigioniera ma, non appena la toccò, lo scorpione alzò la coda e lo punse. Ma l’uomo cercò ancora di liberarlo. Un giovane stava passando e vide quello che stava succedendo. Gli gridò: Senta  signore, che cosa fa? Lei mi sembra pazzo! Perché si disturba a rischiare la vita per salvare una creatura tanto brutta ed inutile? L’anziano si girò verso il giovane e nel suo dolore gli domandò: Amico, dato che la natura dello scorpione è il pungere, perché io dovrei rinunciare alla mia natura che è salvare? 

A volte, il danno sofferto è tanto orribile che forse non vogliamo che nessuno perdoni quello che ci hanno fatto. In altri casi, abbiamo nemici che non possiamo allontanare dalla nostra vita. Una donna lottava con l’esperienza di sua madre prevaricatrice ed ammetteva che, benché sua madre fosse già morta, ella continuava ad essere ossessionata da quel ricordo traumatico. Probabilmente, in quel caso il perdono non aveva trionfato. Un’altra donna adottò un figlio e si rese conto che avrebbe dovuto sopportare indefinitamente le visite dei suoi nemici: alcuni parenti dal bambino che erano disfunzionali, manipolatori e, a volte, crudeli. È precisamente in questi casi dove dobbiamo ricordare che non siamo soli nello sforzo di perdonare quello che sembra imperdonabile. 

2. Il perdono è LA strada verso la libertà e l’unità spirituali. Perdonare è abbandonare la storia che ci costruiamo, per poter sperimentare così la verità che ci rende liberi. Solo allora potremo toglierci le catene del passato ed essere liberati per fare un viaggio fruttuoso nel nostro cammino spirituale. Non solo quello; il perdono mantiene unità nei momenti buoni e cattivi e ci permette di crescere nell’amore mutuo. Esiste sempre la tentazione di aggrapparci all’odio verso i nostri nemici e così sentirci definiti come gli offesi e i feriti da loro. Il perdono, pertanto, libera, non solo l’altro, ma anche noi stessi. È la strada verso la libertà dei figli di Dio. Il dono del perdono è creatore di una comunità, che  vive ed estende questo dono. 

Un pellegrino viaggiava in un territorio devastato dalla recente guerra appena terminata, e crudelmente diviso dalle lotte del dopoguerra tra le forze ribelli e quelle leali al governo. Arrivando in un paese, un anziano chiamato Leo gli diede ospitalità. La casa di Leo era stata incendiata, per cui accolse il suo invitato sotto la tettoia che ora era la sua casa. 

Il pellegrino ascoltò la storia di Leo. I suoi due figli maggiori si erano uniti alle forze ribelli. Ma alcuni vicini rivelarono il loro nascondiglio; furono catturati e mai più li tornarono a vedere. Quasi contemporaneamente, sua moglie morì di fame. Dopo la guerra, Leo viveva solo con una delle sue figlie sposate ed il suo bebè. Ella aspettava un secondo figlio tra poche settimane. Un giorno, ritornando a casa, la trovò in fiamme, incendiata dai lealisti: Arrivai in tempo per vedere come trascinavano mia figlia che poi l’ammazzarono; scaricarono tutte le sue pallottole nel suo ventre. Quindi ammazzarono il bambino di fronte a me. 

Quelli che commisero questi crimini non erano stranieri, ma erano i suoi vicini. Leo sapeva esattamente chi erano, e doveva trovarsi con loro tutti i giorni. Mi domando come non sia diventato pazzo, commentò al pellegrino una delle donne del paese. Ma realmente Leo non perse la sua saggezza. Al contrario, parlò coi vicini della necessità di perdono. Chiesi loro che perdonassero, e dissi loro che non c’è un’altra strada, disse al pellegrino. La loro risposta, aggiunse, fu una risata in faccia. Tuttavia, quando il pellegrino parlò col figlio sopravvissuto di Leo, questo non rise di suo padre, ma lo descrisse come un uomo libero: È libero perché ha perdonato. 

Sono da sottolineare due frasi in questa storia: 

* Non c’è un’altra  strada. Certe situazioni umane sono tanto complesse ed intrattabili che esiste solo un’uscita: perdonare. Come osservò il Mahatma Gandhi, la frase “occhio per occhio” lascia tutto il mondo cieco. Solo attraverso il perdono possiamo rompere la catena di rappresaglie mutue ed amarezze autodistruttive. Senza perdono, non ci può essere la speranza di un nuovo principio. Le sue parole si applicano sicuramente anche a molte altre situazioni di conflitto. 

* È libero perché ha perdonato. Sì, dove c’è perdono… c’è libertà. Se solo arrivassimo a perdonare, se almeno volessimo perdonare, allora ci troveremmo in un ambiente di libertà celestiale. Questa è la lezione della Prima Lettura di oggi. 

Quando sentiamo che non riusciamo a perdonare quello che ci hanno fatto, possiamo pronunciare le parole di Cristo: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno. Possiamo chiedere a Dio che Egli sia il primo a perdonare…. Vedremo allora che la nostra ira, il nostro senso di “povero me”, diminuirà gradualmente da solo, senza dover fare molto più sforzo. 

Questo mi fa ricordare il proverbio del nostro padre Fondatore: Il perdono degli uomini non ha lo stesso successo di quello di Dio. (Trasfigurazioni). Gesù perdonò la donna adultera e il ladrone pentito. Neppure io ti condanno è il lato passivo dell’atteggiamento del nostro Cristo verso la contrizione. Oggi sarai con me in Paradiso, è il lato attivo. 

Il perdono precede la conversione. Dio non ci perdona perché ci pentiamo; piuttosto ci pentiamo perché Dio ci perdona. Il Figlio Prodigo poté pentirsi perché ricordava suo padre che amava perfino i suoi dipendenti: Riflettendo su questo, pensò: “Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!(Lc 15, 17) È l’amore del padre quello che lo spinse a “tornare a casa”, a pentirsi. 

Questo è anche quello che, prima o poi, succede quando perdoniamo: 

Anni fa, in una piccola città, una coppia cristiana perse il suo unico figlio, investito da un giovane guidatore ubriaco. Nonostante la loro profonda tristezza, sapevano che il loro figlio era con Dio perché egli era stato sempre vicino a Dio. Con pena andarono alla prigione per visitare il giovane che aveva ammazzato il loro figlio. Scoprirono che proveniva da una famiglia rovinata e che non aveva mai ricevuto un vero amore. Decisero di andarlo a visitare quotidianamente e di condividere il Vangelo con lui. Passato un certo tempo, l’adottarono come loro figlio. Il giovane era molto commosso. Non solo si convertì alla fede, ma più tardi si dedicò pienamente all’apostolato. Questo giovane non aveva ricevuto amore dalla sua propria famiglia, ma ricevette l’amore perfetto dalla famiglia che, per colpa sua, aveva perso l’amato figlio. 

3. Il perdono è creativo ed è un frutto della nostra vittoria sulla paura. 

Madre Teresa, la santa dei quartieri poveri di Calcutta, andò con un bambino piccolo da un panettiere del quartiere e gli chiese un po’ di pane per il bambino affamato. Il panettiere sputò sul viso di madre Teresa. Senza scoraggiarsi, ella rispose con calma: Grazie per questo regalo per me. Ora, ha qualcosa per il bambino? 

Ella non rispose né con aggressività, né con la fuga, bensì con un gesto provocatorio, destinato a portare il suo aggressore ad una vera coscienza spirituale. 

Perdonare non è solo dire: non ti preoccupare per quello, non fa niente; non è semplicemente il non serbare rancore. 

Il perdono crea un nuovo modo di stare insieme. Non è centrato in me stesso, bensì nella missione che devo discernere, nella giungla quotidiana di malintesi, opposizione e resistenze. La nostra esistenza sarà più piena quando ci renderemo conto che la vita – soprattutto la vita spirituale – non è centrata in me. 

In particolare, il perdono di Dio è creativo: a chi si è convertito in colpevole lo rende libero da ogni colpa. Dio accoglie l’uomo colpevole nella sua divina santità, lo fa  partecipare di Lui  e gli dà l’opportunità di ricominciare di nuovo. È a questo mistero che l’uomo ricorre quando riconosce i suoi peccati, si pente di essi e cerca il perdono. 

Perché non abbracciamo il rischio di perdonare? Precisamente perché temiamo le cose nuove, la vita nuova che il perdono ci esige. La fede è il contrario della paura. L’amore perfetto respinge la paura, e la fede ci unisce con quell’amore perfetto. Quando Gesù calmò il temporale, domandò ai suoi discepoli: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» (Mc 4, 40). Sì, il contrario della paura non è il coraggio, bensì la fede. La paura in molti modi è una delle principali barriere all’amore. Jalal Uddin Rumi, il mistico sufí del secolo XIII, disse: La tua missione non è cercare l’amore, bensì semplicemente cercare e trovare tutte le barriere che hai costruito dentro di te contro di lui. 

Strettamente parlando, è paradossalmente il timore salutare o timore reverenziale verso Dio quello che supera le altre paure ed è intimamente connesso con la fede. È un tipo di timore risanante che fa sì che la nostra fede in Dio sia valorosa. Per i cristiani, è la fede quella che porta oltre la paura, la morte e le minacce del mondo. È una fede che trasforma in speranza le circostanze impossibili. Ed è la fede che fortifica i credenti di fronte agli attacchi e all’umiliazione. Questa è l’esperienza dei santi: 

San Giovanni Climaco (579-649) scrisse: Chi si è fatto servo del Signore teme solo il suo Maestro. Ma chi non ha il timor di Dio, spesso teme perfino la  propria ombra. La paura è figlia dell’incredulità. 

Sant’ Efrem il Siro (306-373), un vero maestro del pentimento, dice: Chi teme Dio sta al di sopra di ogni tipo di paura. Si è convertito in straniero a tutta la paura di questo mondo, l’ha lasciato lontana da se stesso, e nessuna forma di tremore lo colpisce. 

Gioventù Idente statunitense in campeggio

By | America del Nord, Gioventù idente, Stati Uniti | No Comments

Taconic Retreat & Conference Center, Milan, NY

Lunedì 2 luglio, 56 giovani, dai 12 ai 17 anni, con sogni e tante emozioni, provenienti da Manhattan, dall’Ecuador e dalle nostre quattro parrocchie, San Luca a Brentwood, Ns. Signora di Loreto in Hempstead, Santa Maria, Ns. Signora della Consolazione nel Bronx, sono saliti sull’autobus per un viaggio di tre ore con destinazione il Taconic Retreat and Conference Center, al nord della città di New York. Qui ha avuto luogo il loro campeggio di 6 giorni. Il tempo di disfare i bagagli, e il campeggio ha inizio con il primo atto simbolico: l’issata delle bandiere.

Il capo- campeggio, Yerania Gálvez m.id, anche presidente nazionale della Gioventù Idente negli Stati Uniti, ha dato il benvenuto ai giovani, invitandoli a vivere gli ideali più alti, ad aprirsi alle nuove amicizie, a servire gli altri, a spalancare i cuori al nostro Padre Celeste che li ama e, in definitiva, a creare un cielo in terra in questo campeggio. Dopo aver spiegato il significato delle tre bandiere e l’importanza del cerchio sacro, al centro del quale c’è la bandiera azzurra che rappresenta il Padre Celeste, al suono dell’inno della Gioventù Idente, due giovani professori, Marilyn Joanna Martínez e Uriel Velasco, giovani adulti della Famiglia Idente, hanno issato le bandiere. E a seguire, laboratori, giochi, seminari: tutto con l’obiettivo di imparare a lavorare in gruppo.

Il tema del campeggio era “Tribolato, ma non distrutto” (II Cor 4, 8). Perché? Molteplici sono le difficoltà che questi giovani devono affrontare a casa, con i vicini e nella società in generale. Con questa settimana abbiamo voluto aiutare i nostri giovani amici a rinnovare e scoprire una speranza nuova e a vedere il loro Padre Celeste come Colui che li ama incondizionatamente e non li abbandona mai.

Il primo seminario, dato da Kristallynn Leonard e Uriel Velasco, giovani professori della IY e da Yerania Gálvez, è stato dedicato, infatti, a condividere e guardare queste difficoltà che li fanno sentire “tribolati”. Nel secondo seminario, dato da Marilyn Martínez, Mariana Martínez e Pjeter Nilaj m.id, hanno parlato di che cosa significa ‘sentirsi tribolati’ per i figli di un Padre Celeste. L’ultimo seminario, dato da Joseph Mendoza, Roland Pereira m. id. e Patricia Paz Camacho m. id., è stato sulla nostra relazione con le Persone Divine e sul nostro Padre Celeste che ci ama incondizionatamente, nonostante tutto il male che possiamo ricevere o fare.

I seminari, i laboratori, pensati sempre con scenette, dialoghi, testimonianze (i ragazzi hanno riflettuto e lavorato sul quadro di Rembrandt, il Padre misericordioso; hanno disegnato con acquerelli, collages e tanto altro ancora) hanno aiutato a creare un senso di unità nel campeggio, ad aver fiducia gli uni negli altri e a lavorare insieme … anche grazie alla corsa a staffetta. L’Inno al fuoco poi è sempre il momento più bello e speciale: per molti era la prima volta che si trovavano di sera davanti ad un fuoco per cantare, leggere poesie, ballare. Quanto ha fatto bene fare esperienza della libertà, mano mano che capivano che non stavano recitando, ma solo condividendo il meglio di sé.

Dolce-triste è stato il saluto finale e tanta speranza di vedersi di nuovo.

Sei troppo giovane, o troppo vecchio, o troppo ignorante o troppo malato per lanciare le tue reti?

By | Vangelo | No Comments

 di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei missionari Identes,
New York, 10 febbraio 2019,
Quinta Domenica Tempo Ord.                              

Isaia 6,1-2a.3-8; 1Corinzi 15,1-11; S. Luca 5,1-11.

* L’orazione, non importa come la si definisca, implica sempre un incontro amoroso tra Dio e te, nel quale ti rendi conto di chi sei tu e chi èil tuo prossimo

* Questi incontri hanno come conseguenza una nuova missione, una nuova forma di vedere e trattare gli altri. 

* E la cosa più sconcertante è che tutto questo normalmente succede quando meno ce l’aspettiamo e nella maniera più inaspettata.

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1. Gli incontri di oggi con Dio. 

Il profeta Isaia oggi ci dice che la sua esperienza d’incontro fu qualcosa di concreto e storico: Nell’anno della morte del re Ozia, io vidi il Signore.… «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito…. ».

In modo simile, San Paolo dichiara: Inoltre, apparve a Giacomo e di nuovo a tutti gli Apostoli. Infine, apparve anche a me che sono come il frutto di un aborto. 

Infine, alla presenza schiacciante di Dio nella persona di Gesù, Simone esclama: Allontanati da me, Signore, perché sono un peccatore. 

Ma questo è un modello universale. Anche Giobbe protesta in pubblico: Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e ne provo pentimento sopra polvere e cenere (Gb 42, 5-6). 

L’esperienza di Dio mi rivela le mie debolezze nascoste. Vengono alla luce e io tendo ad allontanarmi da quella luce. Questo illustra il significato dell’Aborrimento di me stesso e di Dio nella vita mistica. Non si tratta di una tentazione, bensì di una purificazione dolorosa: le mie buone opere non sono sufficienti, il mio amore ancora non è l’amore di Cristo. La tua presenza mi esige qualcosa. E non sono pronto per questo; ancora no. 

Questa auto-conoscenza è possibile solo in un incontro con Dio e invita all’umiltà, non allo scoraggiamento, perché Dio mi sta inviando il messaggio: Non avere paura. Camminerò con te. Ti darò una nuova luce per vedere tutti gli eventi della tua vita. E questo è quello che chiamiamo Ispirazione, una forma profonda di unione con la Santissima Trinità. 

Ma questa non è solo una questione di conoscenza, questa purificazione mi dà la forza per riconoscere il mio vero essere. Questo è quello che ascoltiamo da San Paolo nella Seconda Lettura: Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo … Siamo realmente trasformati: Saulo si trasforma in Paolo (Atti 13, 9), Simone si trasforma in Pietro (Mt 16, 18). E questa trasformazione è opera dello Spirito Santo…: Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.

La reazione spontanea di Pietro fu di dire: Allontanati da me, Signore, che sono un peccatore. E Cristo lo ignora totalmente. Non gli dice: Oh no, tu non sei peccatore… perché in realtà lo era. Semplicemente lo ignora; questo è qualcosa che potranno considerare insieme più tardi. 

I cambiamenti necessari nella mia vita morale sono possibili solo quando mi rendo conto che tutti i miei pensieri, desideri, parole, atti ed omissioni colpiscono il mio prossimo, nel bene o nel male. E l’altro elemento di questo risveglio è vedere ogni essere umano come il tesoro più prezioso di Dio mi ha affidato. 

Il giovane greco, Damon, domandò una volta all’oracolo di Delfo: Chi ha il tesoro più grande della terra? Dove si può trovare? La risposta del dio fu: L’hai posseduto tu per molto tempo. Lo troverai davanti alla tua porta. Si affretta a ritornare a casa e trova lì vicino il suo amico Pitia. Mio caro amico, dice, il tesoro più grande sta qui. Scaviamo rapidamente. La metà ti appartiene! Scavarono profondamente da tutte le parti fino a notte. Non appare nessun tesoro. Finalmente, Damon lancia la sua pala ed esclama: Che idiota sono! Abbraccia Pitia e dice: Tu sei il tesoro più grande. Cosa potrei volere di più? 

2. Di conseguenza, Dio c’invia come pescatori di uomini. Quando scopriamo chi è realmente il nostro prossimo, cambiamo radicalmente il nostro comportamento. Mentre passeggiava a Balmoral, la regina Vittoria d’Inghilterra fu sorpresa dalla pioggia. Suonando alla porta di una casa di campagna, le offrirono malvolentieri un ombrello vecchio. Ella proseguì la sua strada ed il giorno dopo, un assistente personale in una splendida carrozza, restituì l’ombrello. Mentre l’assistente personale andava via, sentì il padrone dire: Se avessi saputo chi era quella signora, le avrei dato il mio ombrello migliore. 

Per esempio, quando Cristo incontrò il cieco Bartimeo, la gente pensava che il povero uomo avrebbe dovuto stare in silenzio. Probabilmente anche noi reagiremmo così, come quando interrompiamo quelli che ci disturbano o ci contraddicono ed evitiamo le persone problematiche. Ma Gesù non vede così le persone: ci vede tutti come figli del nostro Padre celeste. Ancora di più, chiede alla moltitudine che condivida con lui un nuovo modo di vedere e trattare gli altri. Portatelo qui, dice Gesù. Portatelo, affinché sia guarito dalla sua cecità e perché anche voi possiate curarvi. 

Pietro era presente e vide come Cristo guarì sua suocera e molti altri malati. Ma osservare non è sufficiente. Ancora non era pronto per essere qualcosa di più di un discepolo di Gesù. Vide i miracoli, ma non si convertì interiormente. Ora, benché tremi, è disposto a prendere il largo. Siamo chiamati a prendere rischi e Pietro fu invitato a fare precisamente quello. Gli fu chiesto di essere più che uno spettatore, più che un ascoltatore; fu chiamato ad essere un apostolo nella proclamazione del Regno, sapendo che non lo avrebbe fatto con le sue sole forze, bensì col potere di Dio. Da questa esperienza seppe che lo Spirito Santo avrebbe operato attraverso di lui. 

L’autentico ascolto di Dio nell’orazione è simile all’ascolto vero di un’altra persona. Se ci fermiamo interiormente e prendiamo un momento per centrarci ed essere coscienti dell’altra persona ed essere davvero aperti a lei, siamo sulla buona strada per ascoltare quello che ci deve dire. Nel vero ascolto riceviamo non solo informazione, ma anche un invito a condividere tristezze ed allegrie, progetti e sogni. Dio ci chiama molte volte durante la nostra vita cercando di liberarci per amare ed essere più disponibili agli altri. Generalmente, non ci spiega i dettagli, ma semplicemente vuole il nostro sincero si, perché poco sappiamo quante benedizioni stanno dall’altra parte della nostra obbedienza. Il mondo dice: Vedere è credere. Dio dice: Credere è vedere. 

Forse la seguente storia potrebbe sembrare infantile, ma credo che trasmetta bene il messaggio di cui stiamo parlando: 

Un uomo entrò in un negozio e trovò Cristo dietro il banco. Gli domandò: Che vendete qui? Cristo rispose: Quello di cui hai bisogno. L’uomo disse: Voglio cibo per tutti, buona salute per i bambini, che ci sia pace tra noi e che finisca l’aborto. Delicatamente, Gesù rispose: Amico, qui non vendiamo prodotti finiti, ma solo semi. Devi piantarli ed irrigarli. Io mi occuperò del resto. 

Sto perdendo le chiamate di Dio? Egli ci chiama quando siamo in mezzo al dolore o alla felicità, in solitudine o tra centinaia di persone. Dio ci chiama molte volte al giorno, e molte volte perdiamo quelle chiamate perché le ignoriamo, intenzionalmente o senza intenzione. A volte succede che siamo sordi a quella chiamata, ma altre volte cerchiamo di ignorarla. 

San Pietro oggi c’insegna che abbiamo bisogno di due virtù per liberarci della nostra sordità. La prima è l’onestà. Finché continuiamo a negare e a razionalizzare, non potremo mai ascoltare. La seconda è l’umiltà. Finché siamo arroganti ed orgogliosi, non potremo mai accettare chi siamo realmente e la situazione patetica nella quale ci troviamo. Perché Pietro chiamò se stesso “uomo peccatore”, se non per il fatto che era troppo presuntuoso nella sua conoscenza? In realtà, giunse alla conclusione che da sola la conoscenza umana non può comprendere il mistero della vita: Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. (1 Cor 1, 25). 

Oggi Dio ci chiama a seguirlo con la stessa certezza con la quale Cristo chiamò Pietro, Giacomo, Giovanni o Paolo. La sua chiamata è più che un invito. La sua chiamata durante la storia è un mandato; a volte sottile e delicato ed altre violento. 

Dedichiamo i nostri sforzi ad essere coscienti delle sue preoccupazioni, della sua afflizione. La risposta a questo stato di orazione è un nuovo livello di coscienza filiale che è più in sintonia con l’amore eterno di Dio: siamo eredi, ci viene affidata sempre una missione nuova. San Francesco di Assisi ascoltò la voce di Dio quando il Signore gli parlò in un crocifisso di legno. Francesco ascoltò le parole di Gesù: Francesco, vedi che la mia casa sta cadendo; Va a ripararla per me. E Francisco rispose semplicemente: Con piacere Signore. Come al solito, si trattava di un’emergenza. 

3. Dio ci chiama quando stiamo bene e quando stiamo male. Poi, ci trascina. Spesso Dio ci chiama quando stiamo compiendo incarichi, facendo i compiti mondani della vita, quando siamo in mezzo alla nostra routine giornaliera. Quando meno ce lo aspettiamo, ci propone una nuova missione. 

Forse stiamo già realmente lavorando per Lui e per il suo popolo. Tuttavia, nonostante tanto sforzo e tempo investito, sperimentiamo solo opposizione, fallimenti, dispiaceri e delusioni… ed Egli ci chiama per una nuova missione… o per cambiare la forma con cui portiamo a compimento l’antica ed abituale missione: Lancia di nuovo! 

Altre volte, Dio ci chiama quando siamo in mezzo ai nostri successi accademici, professionali, artistici, emozionali e mondani. 

Ci chiama anche quando siamo stanchi e finiti e non ci sentiamo qualificati. Allora ci chiama e ci dice di non temere. E dopo riempie le reti delle nostre vite con pesci più che sufficienti per ricordarci che ci darà più di quello di cui abbiamo bisogno se ci fidiamo di lui e seguiamo la sua chiamata. Può essere che non sia facile seguire Gesù. Può essere che si vada dove non pensavamo di andare. È possibile che non abbiamo sempre fiducia nelle nostre abilità. Ma è molto più difficile camminare senza sentire quella chiamata. 

Ci chiama quando siamo peccatori. Ed ancora di più: Quello che vuole è il nostro aiuto per costruire il Regno. Matteo stava riscuotendo imposte per i romani, l’odiata potenza invaditrice. Molti consideravano Matteo come un traditore della sua gente. Ma Gesù lo chiama, non solo per pentirsi, bensì per trasformarsi in un apostolo. Cristo non aspetta di vederci perfetti per chiamarci ad una missione. 

Dio ci chiama quando siamo addormentati. Gesù chiamò Pietro quando si addormentò nell’orto del Getsemaní e Paolo fu chiamato a Damasco mentre era internamente addormentato. Quando ci svegliamo a questa chiamata, ci renderemo conto che è per risvegliare la nostra natura sacerdotale. 

Dio benedice sempre i nostri sforzi per rispondergli. A volte è la benedizione di prendere la mano di una persona malata. e a volte è la benedizione di condividere la tristezza ed il dolore di un’altra persona. Quelle benedizioni sono realmente tanto grandi come la barca di un pescatore traboccante di pesci. La maggioranza delle volte riconosciamo solo alcune benedizioni “in retrospettiva”. Sono grazie, privilegi, a volte ricoperti di lacrime… ma stanno sempre lì. 

L’Ecclesiaste dice: Qualunque cosa che la tua mano possa fare, falla con tutte le tue forze (9:10). Perché Dio dovrebbe mostrarmi la sua volontà per il futuro se non sto facendo la sua volontà al presente? 

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Siamo inclini a pensare che le nostre vite girano intorno a grandi momenti. Ma, nei grandi momenti, spesso siamo impreparati, e sono avvolti provvidenzialmente da Dio in quello che altri possono considerare qualcosa di molto piccolo. 

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Per favore, apprezziamo la testimonianza di un ex-tassista: 

Il viaggio in taxi che non dimenticherò mai. Una volta, arrivai a mezzanotte a raccogliere un passeggero in un edificio che era tutto al buio, eccetto una luce in una finestra del pianterreno. Questo passeggero potrebbe essere qualcuno che abbia bisogno del mio aiuto, pensai. Cosicché mi avvicinai alla porta e chiamai. “Aspetti un minuto”, rispose una voce fragile di anziana. Dopo una lunga pausa, la porta si aprì. Una piccola donna di circa 80 anni stava davanti a me. Portava una vestito stampato ed un cappello con un velo, come in un film degli anni quaranta. Al suo fianco c’era una piccola valigia. L’appartamento sembrava come se nessuno vi avesse vissuto per anni. Tutti i mobili erano coperti con lenzuola. “Potrebbe portare la mia borsa alla macchina?” disse. Portai la valigia al taxi e poi ritornai per aiutarla. Mi prese per un braccio e camminammo lentamente verso il taxi. Ella mi seguiva ringraziando per la mia gentilezza. “Oh, sei un bravo ragazzo”, disse. Arrivando al taxi, mi diede un indirizzo e dopo mi domandò: “Potresti passare per il centro?” “Non è la strada più breve”, risposi rapidamente. “Oh, non m’importa”, ella disse. “Non ho nessuna fretta. Sto andando ad una casa di riposo”. Guardai dallo specchietto retrovisore. I suoi occhi brillavano. “Non ho più famiglia”, continuò. “Il dottore dice che non mi rimane neppure molto tempo”. mi piegai in silenzio e chiusi il tassametro. 

Durante le due ore seguenti, percorremmo la città. Ella mi mostrò l’edificio dove tempo prima aveva lavorato come ascensorista. Passammo per il vicinato dove ella e suo marito avevano vissuto quando erano novelli sposi. A volte mi chiedeva di fermarmi di fronte ad un edificio o un angolo in particolare e rimaneva a guardare l’oscurità senza dire niente. Quando la luce arancione del sole cominciava ad apparire all’orizzonte, improvvisamente disse: “Sono stanca. E’ ora di andare”. In silenzio ci dirigemmo verso l’indirizzo che avevo ricevuto. Era un edificio basso, una piccola casa di riposo, con un’entrata che passava sotto un portico. 

Due infermiere si avvicinarono al taxi non appena ci fermammo. Sollecite ed attente, curavano ogni movimento. Dovevano essere state ad attenderla. Aprii il bagagliaio e portai la valigia piccola alla porta. La donna era già seduta in una sedia a rotelle. “Quanto ti devo?” domandò, mettendo la mano nella sua borsetta. “Niente”, le dissi. “Devi guadagnarti la vita”, rispose. “Ci saranno altri passeggeri”. Quasi senza pensarlo, mi chinai e le diedi un abbraccio. Ella mi abbracciò con forza. “Hai dato un momento di gioia ad un’anziana” disse. “Grazie.” Strinsi la sua mano, poi camminai verso la tenue luce della mattina. Dietro di me, una porta si chiuse. Fu come il suono della chiusura di una vita. 

Non raccolsi più passeggeri nel mio turno. Guidai senza una meta, perso nei miei pensieri. Nel resto di quel giorno, riuscii appena a parlare. Che cosa sarebbe successo se quella donna avesse trovato un autista di malumore, o uno che era impaziente di finire il suo turno? Che cosa sarebbe successo se mi fossi rifiutato di portarla, o avessi suonato il clacson solo una volta, e poi mi fossi allontanato? In una rapida occhiata, non credo di aver fatto niente di più importante nella mia vita. 

Tuo fratello nei sacri cuori di Gesù, Maria e Giuseppe.

Luis Casasús  –  Superiore Generale

Vincere il Male con il Bene

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di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei missionari Identes,
New York, 3 febbraio 2019
Quarta  Domenica Tempo Ord.
Geremia 1, 4-5.17-19; 1Corinzi 12, 31.13,1-13; S. Luca 4,21-30.

Nel 1951, due squadre di calcio universitario (A e B) vennero coinvolte in una  partita particolarmente dura ed energica, con numerose sanzioni per entrambe le parti e varie lesioni. Nei giorni successivi, ognuno dei giornali universitari si schierò ed il conflitto crebbe fino a dimensioni insospettate. 

Affascinati da ciò, due professori, delle università A e B rispettivamente, decisero di intervistare oltre 150 studenti in ogni campus per valutare la loro reazione a quello che realmente era successo.  Fu detto ai partecipanti che dovevano essere i più obiettivi possibili e fu dato loro un insieme specifico di infrazioni che avrebbero dovuto cercare vedendo una registrazione del gioco. Tuttavia, perfino con questi parametri, sapendo che facevano parte di uno studio psicologico e che si chiedeva loro di essere i più obiettivi possibili, le persone non riuscirono a mettere da parte le loro preferenze. I membri di A, compresa una maggioranza che non aveva mai visto neppure un secondo del gioco, dissero che B aveva commesso più mancanze di A. E gli studenti di B, compresi 100 che non avevano mai visto prima il gioco, dissero che A aveva commesso il doppio di infrazioni rispetto alla loro scuola. 

Non è sufficiente dire che differenti persone hanno differenti atteggiamenti rispetto alla stessa cosa. Di tutto quello che succede intorno a sè, ogni persona seleziona solo i dati che hanno qualche significato per lei. Quando abbiamo forti sentimenti su qualche tema, ci è impossibile vedere quello che succede in maniera obiettiva e spassionata. Di fatto, molti studi ed eventi quotidiani dimostrano la nostra incapacità a vedere gli eventi in maniera imparziale; li vediamo invece in modo interessato. 

Questo spiega la collera dei concittadini di Cristo. Erano ciechi per vedere il significato dei suoi miracoli in terre straniere. Neppure potevano credere che una vedova di Sidone ed un comandante lebbroso dell’esercito siriano fossero più degni della grazia di Dio di loro, ebrei e nazareni. Come dice oggi san Paolo: La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.

L’odio è universale ed onnipresente. A volte siamo odiati da persone che ci sono molto familiari, come un membro della nostra famiglia, un amico o un collega (La fiducia genera sdegno). In altre occasioni, l’odio sorge tra persone che sembrano molto differenti (Le differenze causano odio). Ma tu ed io dobbiamo stare all’erta, perché possiamo anche trovarci a manifestare qualche forma di odio attivo o passivo, come rifiutarci di amare gli altri ignorandoli oppure mostrare mancanza di compassione ed un comportamento indifferente verso di loro. Ma la radice dell’odio è il non riconoscere la nostra vera identità e la vera identità del nostro prossimo: Figli di Dio. 

Inizialmente Naaman, nella Prima Lettura, provò perfino ira quando Elia gli chiese di lavarsi nel fiume Giordano sette volte per curarsi, pensando che fosse qualcosa di assurdo ed umiliante. 

Come segnalò il Papa Francesco: Non vogliamo sentir dire che il lebbroso o la vedova sono migliori di noi! Sono paria! (…) Questa è umiltà, il cammino dell’umiltà; sentirci tanto emarginati che abbiamo bisogno della Salvezza del Signore Solo Lui ci salva, non la nostra osservanza della legge (24 marzo 2014). 

I racconti delle Letture di oggi ci permettono di comprendere la necessità permanente di un Raccoglimento ed una Quiete Mistiche. Queste non sono “ricompense” o “capricci” dello Spirito Santo. Senza di esse, non abbiamo una vera prospettiva spirituale, né sufficiente energia per vivere la nostra vocazione. Questa settimana celebriamo la conversione di San Paolo che è descritta in Atti 9 come un incontro personale con Cristo in forma di uno scintillio di luce. In maniera simile, la Quiete Mistica non è riposo né equilibrio, è, piuttosto, una scossa, un impulso, qualcosa che accelera il nostro spirito in una direzione, molto simile ad una bicicletta che cade solo quando smette di girare. La vita di san Paolo si trasformò totalmente a partire da quel momento: «Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo». E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato.

Il Raccoglimento e la Quiete Mistiche sono procedimenti di primo aiuto dello Spirito Santo. Se non accogliamo con entusiasmo i suggerimenti ed i piccoli impulsi dello Spirito Santo, saremo lontano dal vivere in unione con Dio… e questi suggerimenti e piccoli impulsi possono essere i miracoli che Dio sta realizzando “in altri paesi”, in un fratello difficile, nell’anima di una persona indifferente, forse anche nel cuore di un nemico, come Saulo. 

Questo messaggio di sicurezza e conferma permanente si annuncia nella prima lettura: … Non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro. Ed ecco oggi io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti». Oracolo del Signore.

A volte, consumiamo la nostra attenzione e le nostre energie facendo piccole critiche al comportamento dei nostri fratelli e sorelle. Possiamo sempre trovare qualcosa o qualcuno da criticare o correggere. Forse correggere ed istruire gli altri è una parte importante della nostra missione, ma questo richiede sempre una sensibilità ed una coscienza del tempo spirituale ed emozionale del nostro prossimo: 

Un padre e suo figlio portavano un asino al mercato. L’uomo si sedette sull’asino, ed il bambino camminava. La gente lungo la strada disse: Che cosa terribile, un tipo forte e grande seduto sull’asino, mentre il giovane deve camminare. Allora il padre smontò, ed il figlio prese il suo posto. Subito la gente commentò: Che cosa terribile, quell’uomo cammina mentre il bambino piccolo sta seduto. In quel momento, entrambi salirono sull’asino e subito ascoltarono altri dire: Che crudeli, due persone su un asino. Scesero. Ma altri commentarono: Che stupidi, l’asino non porta niente sulla schiena e le due persone continuano a camminare. Infine, ambedue si caricarono l’asino. Non arrivarono mai al mercato. 

San Paolo ci dice oggi: L’amore non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. L’amore tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Se correggiamo gli altri, lo si deve fare unicamente per il loro bene e non per il nostro. Parliamo solo perché ci preoccupa sinceramente la loro missione ed il Regno dei Cieli e non vogliamo che deviino. 

Abbiamo sempre l’opportunità di invertire la nostra tendenza a respingere i fratelli difficili, nella nostra orazione possiamo trovare sempre nuove forme di accettazione ed ospitalità. Una storia ben conosciuta dice che alcuni soldati della Seconda Guerra Mondiale portarono il corpo del loro compagno caduto in una piccola chiesa parrocchiale dopo una feroce battaglia. Domandarono al parroco se potevano dare al loro amico un funerale cristiano nel cimitero della chiesa. Il parroco domandò se il morto era cattolico. Dato che i suoi amici non sapevano rispondere, il parroco respinse la richiesta con dispiacere. Allora seppellirono il corpo giusto fuori del recinto del cimitero. La mattina seguente, quando andarono a salutare il loro amico, non poterono localizzare la sua tomba. Sconcertati, tornarono a suonare alla porta della chiesa per domandare al sacerdote notizie al riguardo. Egli rispose: La prima parte della notte sono rimasto sveglio, addolorato per quello che avevo detto. La seconda parte della notte l’ho passata a spostare  il recinto. 

La compassione cristiana non si limita a dare cose o a risolvere tutti i problemi dei nostri simili, mossi da compassione o pietà. Va più lontano. Si tratta di aiutare le persone a sognare e a fare realtà della loro aspirazione più profonda. La compassione cristiana si propone dii aiutare i più deboli ad alzarsi, per dar loro l’opportunità di servire gli altri e scoprire così la loro missione personale. La compassione è aiutare altri a scoprire il loro io più autentico. Questo è dare vita ai nostri simili, perché non possiamo dimenticare che le Opere di Misericordia Spirituale (Insegnare a chi non sa, Correggere chi si sbaglia, Dare buoni consigli a chi ne ha bisogno, Perdonare le ingiurie. Consolare le persone tristi, Sopportare con pazienza i difetti del prossimo e Pregare Dio per i vivi e i defunti) aiutano a dare autentica vita al presente qui, e nel futuro, in cielo. 

Perché chiunque voglia salvare la sua vita, la perderà; e chiunque perda la sua vita per causa mia, la troverà. 

Cristo inviò dodici discepoli e dopo altri settantadue. Questi settantadue ci rappresentano tutti, perché il raccolto è abbondante e c’è lavoro per tutti noi:

Due amiche condividevano il pranzo e  una disse all’altra: Non conosco molti cristiani, ma in qualche modo non posso evitare di considerarli ipocriti. L’altra rispose: Ma tua cognata, ella vive con te nella stessa casa; sicuramente riconoscerai che è una devota cristiana.

Proprio quello, rispose con gli occhi pieni di bianco. Ha una disposizione affascinante, e dedica la sua vita alle missioni e alla catechesi, ma non mi ha mai detto una sola parola per convertirmi alla sua fede. So che ella mi vuole bene, ma se credesse a  tutto questo, non credi che mi avrebbe già detto qualcosa?

Il messaggio di Gesù è inclusivo perfino per coloro che sono spiritualmente o fisicamente morti. Per questo motivo San Paolo scrive: Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. 9 Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi. (Rm 14, 7-9).

San Paolo ci offre una delle migliori descrizioni dell’amore. Nel nostro mondo moderno, quando le persone parlano dell’amore, si riferiscono al possesso, alla concupiscenza e al controllo. San Paolo era molto cosciente delle motivazioni miste in tutto quello che facciamo, ma credeva nel potere dell’amore e nella sua centralità per il cristiano.

Se l’amore non può essere nascosto, non si può nemmeno nascondere la mancanza d’amore. Coloro che serviamo, sia credenti come non credenti, noteranno che manca qualcosa, non c’è niente di autentico o reale. Non sono niente, dice Paolo. Non succederà niente di spirituale, per molto bene che si veda nell’apparenza superficiale. Non possiamo arrivare al cielo senza l’amore, perché l’amore è lo stesso cielo. In questo modo, il cielo può essere sperimentato qui, benché sia come in uno specchio oscuro; in modo enigmatico, ma, nonostante tutto, vero. Ogni atto d’amore ha un prezzo (una storia moderna del buon samaritano):

George Herbert era un poeta, sacerdote e musicista inglese molto conosciuto. Un pomeriggio, era in cammino per andare ad ascoltare una sessione di musica, quando incontrò un uomo il cui cavallo era stramazzato sotto il carico. L’uomo ed il cavallo erano in difficoltà ed avevano bisogno di aiuto con urgenza. Herbert non era un uomo né sano né forte, ma si tolse la tonaca e l’aiutò a rialzare il cavallo. Comprò qualcosa da mangiare per il cavallo e rapidamente l’uomo ed il suo cavallo poterono riprendere il loro viaggio.

Normalmente Herbert andava ben vestito; i suoi amici si sorpresero quando apparve con le mani sporche ed i vestiti macchiati. Espressero sorpresa e dispiacere per il fatto che si era lasciato coinvolgere in un compito tanto complicato. Egli rispose: Il ricordo di quello che ho fatto sarà musica per le mie orecchie a mezzanotte. Se non l’avessi fatto avrei causato discordia nella mia coscienza. Perché se sono obbligato a pregare per tutti quelli che sono angosciati, sono sicuro che sono obbligato a fare tutto quello che sia alla mia portata per praticare quello per cui prego. Ora, perfezioniamo gli strumenti.

Vogliamo avere buona fama, essere amati ed apprezzati. Come conseguenza, possiamo scoraggiarci come Geremia, quando, come successe a Cristo, ci scontriamo con la mancanza di comprensione e perfino con la persecuzione. Il discepolo non è più grande del maestro. Ma confidiamo nella promessa che non mancherà mai.

Il criterio fondamentale di un vero profeta ed apostolo è che è motivato da una sola ragione, l’amore.

Come ci comportiamo davanti al rifiuto di altri, specialmente di coloro che consideriamo amici? Non lasciarti vincere dal male; al contrario, vinci il male col bene (Rm 12, 21). Solo quando i nostri cuori sono puri, possiamo andare oltre le circostanze normali delle nostre vite e vedere Dio in tutto.

Ascoltare

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New York, 30 dicembre 2018                                
Festa della Sacra Famiglia       

RIFLESSIONE, di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei missionari Identes

1°Libro di Samuele 1,20-22.24-28; 1°Giovanni 3,1-2.21-24; Luca 2,41-52.

Durante una delle mie ultime visite ad una delle nostre Province, ho avuto la grande gioia di osservare che un numero considerevole di partecipanti al nostro ritiro spirituale di Motus Christi erano ex-mussulmani. La loro principale ragione nell’accettare la nostra Fede fu, letteralmente, che, vedendo i nostri fratelli e sorelle, trovarono una vera famiglia. Questa è una gioia, ma non una sorpresa: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,  34-35). 

La famiglia è importante non solo come unità basilare della società umana, ma anche come un’istituzione divina. San Paolo, nella sua Lettera agli Efesini, scrive: Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre,  dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, (3, 14-15). 

Tutti siamo frutto di una famiglia; perfino quel neonato abbandonato in un cestino da una madre incosciente e disperata, è membro di una famiglia, benché malata e piena di disfunzioni. L’amore comincia in casa e la stessa cosa succede con altre realtà come l’odio, il rancore, le contese, l’ira ed altre ancora. Come essenza, possiamo dire che la famiglia, come centro di apprendistato precoce, è la radice di ogni bene e di tutti i mali. 

Quando leggiamo nel Vangelo la genealogia di Cristo (Lc 3, 23-38), troviamo re malvagi, una prostituta e persone infedeli… ed inoltre Giuda, la tribù più insignificante, fu la prescelta per far nascere il Messia. Così, Dio sceglie persone deboli, umili, sconosciute e comuni per essere i Suoi strumenti di salvezza. 

Gli insegnamenti dei genitori in casa, prima dell’educazione impartita dai maestri a scuola, hanno molta influenza sui bambini. Questi imitano i loro genitori nell’esprimere sentimenti di felicità, ira, tristezza ed allegria. Imitano anche i movimenti e la forma di parlare degli adulti della famiglia. Quando vediamo che un bambino perde i nervi o risponde male ad un adulto, sappiamo che quello l’ha dovuto imparare dai suoi genitori. Oggi sappiamo che il feto comincia ad ascoltare le conversazioni dei  suoi genitori, perfino le loro liti. Il feto ha qualche tipo a reazione dentro l’utero della madre e questo colpisce il suo sviluppo dopo la nascita. Tanto l’insegnamento attraverso l’esempio, come l’insegnamento attraverso la parola hanno un’influenza significativa nella generazione successiva. 

Ecco perché le famiglie non funzionali danno vita a figli che non sono capaci di relazionarsi crescendo. Come adulti, nella vita, sono incapaci di mantenere una relazione equilibrata. In questo modo, spesso la storia si ripete, poiché anche i loro matrimoni finiscono con un divorzio. 

A mezzanotte, un bambino si sveglia nel suo letto di ospedale. Si sente molto spaventato e molto solo. Soffre un dolore intenso: le scottature coprono il 40 percento del suo corpo. Qualcuno l’aveva inzuppato con alcool, e poi gli ha dato fuoco. Comincia a gridare, chiamando sua madre. L’infermiera l’abbraccia affettuosamente; lo accarezza e gli sussurra che il dolore sparirà prima di quello che pensi. Tuttavia, niente di quello che l’infermiera fa sembra diminuire il dolore del bambino. Continua a piangere e a chiamare sua madre. L’infermiera non sa che fare e alla fine si arrabbia… perché è stata la madre dal bambino a dargli fuoco. 

Sembra che il dolore dal bambino all’essere separato da sua madre, malgrado ella lo abbia fatto soffrire crudelmente, sia più grande del dolore delle sue scottature. Questo profondo attaccamento alla madre fa sì che la separazione da lei sia la peggiore esperienza che un bambino possa sperimentare. Quando i bambini stanno crescendo, la presenza regolare dei genitori è una garanzia costante di sicurezza per tutti loro.

Benché siano molti i suoi difetti, la famiglia è il contatto umano basilare. I genitori sono i primi maestri dell’amore. È dai genitori che si impara l’amore, o ci si contagia. Il loro affetto verso il bambino mostra a lui che è degno di essere amato. Ed insegna anche al bambino come amare. Ma, come sappiamo, ci sono difetti in tutte le relazioni umane e nella nostra natura umana. Per questo motivo è importante che offriamo ai nostri membri della famiglia, vivi e morti, il nostro perdono. 

Ci sono oggi molti tentativi di ridefinire la famiglia, ma nessuno riflette il piano di Dio per lei. Non ci sono famiglie perfette, come non ci sono matrimoni perfetti. Come esseri umani tutti siamo imperfetti. Quando le relazioni si mettono a prova, possiamo sentirci feriti ed offesi. Quando le aspettative cadono, possiamo essere delusi e sentirci falliti. Quando le promesse si rompono, possiamo sperimentare un grande abbattimento. 

Non è esagerato dire che la maggiore minaccia per il mondo di oggi è la distruzione della famiglia umana. Il Concilio Vaticano II considerò la famiglia come la prima e più vitale istituzione per la vita della Chiesa e della società. Oggigiorno, vediamo molte rotture nelle famiglie il cui effetto si può comprovare dentro le famiglie stesse, nella vita comunitaria e nella società. Le persone affrontano le conseguenze dell’individualismo, del relativismo, del materialismo, del razionalismo e della secolarizzazione. Questo costituisce un grande danno per gli individui, le famiglie, la società e tutto il nostro ambiente. Per evitare una crisi tanto grave, abbiamo la Sacra Famiglia come la famiglia modello che può liberarci da tale distruzione. 

Le famiglie sono parte del piano di Dio. Ogni bambino ha diritto a godere della sicurezza dell’amore impegnato e dell’esempio costante, tanto di un uomo-padre come di una donna-madre. Dio avrebbe potuto chiedere a Gesù di venire a questo mondo come adulto, ma non ha fatto così. Chiese a Maria che concepisse Gesù, e chiese a Giuseppe che si sposasse con Lei, l’amasse e la proteggesse e che fosse il padre mistico di Gesù. Dio ci chiede che ogni bambino abbia il dono di una vita familiare autentica. 

Il nostro Dio Trino che è una Famiglia in se Stesso, ha scelto una famiglia umana per venire a questo mondo e portare la salvezza all’umanità e questo è quello che celebriamo specialmente durante il Natale. Questa Famiglia si chiama Santa perché amava Dio sopra ogni cosa ed i suoi membri erano disposti a fare la volontà di Dio in ogni momento. Apprezzarono e celebrarono la presenza di Dio nella famiglia. 

La Sacra Famiglia non è solo il modello per tutte le famiglie naturali, ma anche per le famiglie religiose. Questo è stato messo in risalto molte volte dal nostro padre Fondatore. Perché è così? Perché i legami della Sacra Famiglia non si basavano sul semplice rispetto della legge, o sugli sforzi che fecero per vivere in armonia. Si fidarono nella sapienza divina e sui suoi piani: 

“Ricordatevi i fatti del tempo antico, perché io sono Dio e non ce n’è altri. Sono Dio, nulla è uguale a me. Io dal principio annunzio la fine e, molto prima, quanto non è stato ancora compiuto; io che dico: «Il mio progetto resta valido io compirò ogni mia volontà!” (Is 46,  9-10). 

Una delle chiavi per il successo nella loro missione fu il modo in cui si ascoltavano mutuamente. Questo è qualcosa di notabile, perché le loro vite erano piene di sorprese, circostanze impreviste, cambiamenti di piani e persecuzioni… ma non furono mai vittime della fretta e della superficialità, i principali ostacoli per organizzare una comunità, sia familiare, sia religiosa o di un’altra indole. Questa è la diagnosi del nostro padre Fondatore. 

Un uomo guidava per una stretta strada di montagna in salita quando una donna che guidava in direzione opposta, aprì il finestrino e gridò: Porco! Pensando che ella lo stesse insultando, immediatamente si affacciò al finestrino e gridò furiosamente: Anche tu! Quando l’uomo andò oltre la curva successiva, si schiantò contro un enorme maiale che era in mezzo alla strada e quasi perse la vita. Se solamente fossimo disposti ad ascoltare… 

La principale ragione per la quale siamo vittime della fretta e della superficialità è che siamo troppo occupati per ascoltare. Non siamo ingenui; essere occupato significa non solo avere molto lavoro, ma anche pensare continuamente alle nostre preoccupazioni personali, idee o necessità urgenti. Cerchiamo di evitare nuove preoccupazioni che assorbano la nostra energia ed il problema è che lo facciamo inconsciamente. Un padre arrivò a casa dopo una dura giornata in ufficio e disse a sua moglie: Oggi ho avuto una brutta giornata. Per favore, se hai cattive notizie questa sera, non dirmele. Al che ella rispose: Molto bene, niente cattive notizie. Ora le buone notizie: Ricordi i nostri quattro figli? Allora, tre di loro, oggi, non si sono rotti  un braccio. 

Dobbiamo imparare ad ascoltare non solo quello che si dice, ma dobbiamo cercare anche di discernere chi è la persona che sta al nostro fianco. Maria conosceva suo Figlio meglio di qualunque altro essere umano, e senza dubbio faceva tesoro nel suo cuore e nella sua memoria di quello che Egli disse e fece durante la sua vita nascosta. 

Conosco mio fratello? So della sua famiglia, della sua salute, dei suoi compagni di classe, del suo maestro favorito, delle sue paure, delle sue necessità ed interessi…? 

Quando si celebrò un matrimonio a Cana in Galilea, Gesù non aveva fatto ancora nessun miracolo. Stava cominciando la sua vita pubblica. Sua madre era lì; anche Gesù e i suoi discepoli erano stati invitati. Quando il vino finì, Maria gli disse: Non hanno più vino. Maria conosceva suo Figlio, la sua missione, i suoi doni, la sua ora: Fate quello che Egli vi dirà. 

Non c’è maggiore gioia nella vita che sapere che i membri della mia famiglia stanno diventando chiave nella vita degli altri, servendo ed amando Dio ed i nostri simili. Il compito dei genitori è discernere coi loro figli il modo di rispondere alla voce di Dio dando la vita per altri, sia fisicamente o in appoggio spirituale, morale e materiale. 

Ascoltare è un grande regalo che possiamo fare ad un essere umano. Essere ascoltato, essere soddisfatto, è sapere che qualcuno mi prende sul serio. È un atto redentore, un poderoso rinvigorimento dell’unità. Perché a Zaccaria fu imposto il mutismo mentre aspettava suo figlio? Probabilmente, più che una punizione, fu la forma scelta da Dio per insegnargli ad ascoltare bene, a contemplare quello che succedeva intorno a lui. Quando parliamo, non ascoltiamo, non stiamo osservando quello che succede intorno a noi. Zaccaria imparò molto durante quei nove mesi, e quando parlò di nuovo, fu per esprimere la sua gioia perché sapeva già chi stava arrivando. 

Ascoltare non si riferisce solo alle parole, ma dobbiamo ascoltare anche il silenzio del nostro prossimo. Si è detto che nessuno è realmente sposato fino a che non capisce ogni parola che il suo coniuge NON sta dicendo. Sì; spesso è ciò che non si dice quello che trasmette il messaggio importante: probabilmente una persona che non parla mai del suo apostolato ha un serio conflitto vocazionale. 

Ecco alcuni esempi di forme inappropriate di rispondere ed ascoltare: 

* Alcuni persone rispondono dicendo solo ciò su cui non sono d’accordo, il che li rende abbastanza sgradevoli. Ignorano quello che altri dicono, scartandolo, cambiando facilmente di conversazione. 

* Esprimersi intempestivamente, parlando bruscamente senza misurare le nostre parole, è un tipo di discorso spontaneo che ha ripercussioni negative. Alcuni discorsi spontanei sono positivi, come un complimento ingegnoso o un’osservazione umoristica. Ma questo discorso intempestivo normalmente è un commento fatto in modo affrettato … che desidereremmo poter cancellare. Molto spesso, quella spontaneità brusca si riferisce a commenti fatti con rabbia. Può trattarsi anche di scherzi o barzellette inappropriate. 

* I protagonisti cronici. Alcune persone tendono a portare la conversazione su se stesse. Quello che si dice porta questa persona a parlare di se stesso. Se menzioni che uno dei tuoi figli è stato malato, la risposta potrebbe essere: Anche io ero malato ieri. Quella risposta potrebbe essere adeguata se poi fosse seguita da: Quali sono i sintomi di tuo figlio? Il problema nasce quando ogni conversazione finisce essendo tutta intorno a me; un segno di narcisismo. 

* Altri lavorano come un portiere di calcio: sempre pronti a dire non o ma… Invece di ascoltare per imparare, ascoltano per potere negare. Il loro messaggio implicito e permanente è: Ti sei sbagliato; Io ho ragione; Conosci solo una piccola parte della verità. 

Il pronunciare parole ci dà a volte l’illusione di fiducia, o di controllare la situazione. Alcuni leader ed alcuni superiori religiosi vedono se stessi come gli esperti di sala, coloro che devono sempre dare risposte, ma questo interferisce con la nostra comunicazione, creando una distanza. Dobbiamo mettere da parte la nostra individualità, se vogliamo conoscere l’altro, specialmente i più giovani. il bicchiere deve essere vuoto, se voglio versare in esso vino nuovo. 

Quando Cristo aveva 12 anni e rimase a Gerusalemme, sua Madre disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». E la risposta di Gesù fu apparentemente sconcertante: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».  Tuttavia, non ci fu più scambio di parole, ma Maria conservò tutte queste cose nel suo cuore. Giuseppe non disse niente in quel momento. 

Quando conosci un uomo/una donna di Dio, riconosci che è il suo silenzio ed il suo sguardo quello che ti attirò, più che le sue parole; un silenzio che ti attrasse, che ti fece sentire accolto, compreso, accettato senza giudizi. Non per le parole di quella persona, bensì per il suo silenzio, il suo ascolto profondo, puoi comprendere la tua vita e dare un nuovo significato alla tua esperienza. Questo è successo tra Gesù ed i suoi genitori ed è per questo che partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso.

In maniera simile, il silenzio di San Giuseppe permise a lui di ascoltare la voce di Dio attraverso i suoi sogni e diede a Maria l’opportunità di fare tesoro, di meditare e riflettere sulla volontà di Dio prima di metterla in pratica. 

La forma cristiana di ascoltare si può paragonare al modo in cui quel cane leccò le piaghe nella parabola dell’uomo ricco e di Lazzaro (Lc 16, 19-31). Nessuno era disposto ad entrare nel mondo di Lazzaro, eccetto quel cane. Le sofferenze di quel povero erano troppo grandi per essere contemplate. Quel cane ascoltò in silenzio i lamenti di Lazzaro. Come leccava le sue piaghe, così leccò quelle di Lazzaro e rimase vicino a lui per alleviare il suo abbandono, per fargli sentire qualcosa di più oltre al rifiuto prima di abbandonare questo mondo. Quel sentimento di accettazione e rispetto permise a Lazzaro di vedere se stesso da un nuovo angolo, e questa nuova prospettiva della sua vita gli permette anche di vedere Abramo. 

La festa della Sacra Famiglia ha oggi una speciale rilevanza. Quasi un secolo fa, il papa Pio XII scriveva: 

L’emigrante Sacra Famiglia di Nazareth che fugge in Egitto, è l’archetipo di ogni famiglia di rifugiati. Gesù, Maria e Giuseppe che vivono nell’esilio in Egitto per scappare dalla furia di un re malvagio, sono, per tutti i tempi ed in tutti i posti, modelli e protettori di ogni emigrante, straniero e rifugiato di qualunque tipo che, sia che sia spinto dalla paura, o dalla persecuzione o dalle carenze, si vede obbligato ad abbandonare la sua terra natale, i suoi cari genitori e familiari, i suoi amici vicini e a cercare una terra lontana. 

Un’osservazione finale: Il matrimonio è un invito a condividere la pienezza dell’amore di Dio in un modo molto reale. Condividere l’amore di Dio implica, pertanto, che l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. (Gn 2, 24). Per questo motivo diciamo che è un sacramento. 

Dunque, tu sei Re?

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di  p. Luis Casasús, Superiore Generale dei missionari Identes

Parigi, 25 novembre 2018

Solennità di nostro Signor Gesù Cristo, Re dell’Universo                              

Libro Daniele 7, 13-14; Apocalisse 1, 5-8; Giovanni 18, 33b-37.

 

  1. Ogni essere umano desidera ammirare, lodare ed essere parte di qualcosa di più grande di se stesso. Vediamo continuamente l’evidenza di ciò nel comportamento delle persone. In molti contesti, si osserva l’ansia di aderire ad una dottrina, una teoria, una causa, un club o un gruppo politico per sentirsi parte di qualcosa di importante. Questa è la ragione per la quale il popolo d’Israele non poté aspettare 40 giorni il ritorno di Mosè dalla montagna con le Tavole della Legge e costruì un vitello di oro. Per questo motivo, anche noi costruiamo ogni tipo di idoli con idee, attività, persone, opinioni o preferenze… ed ubbidiamo loro.

Forse la prima ragione per la quale dovremmo essere grati a questa manifestazione di Cristo come Re è che possiamo liberarci delle miriadi di idoli che costruiamo, adoriamo e a cui ubbidiamo. 

Il nostro cuore è una fabbrica di idoli, perché noi esseri umani siamo adoratori. Noi esseri umani siamo amanti. Abbiamo creato nell’amore e per amare. E l’espressione più alta e profonda di dare amore è l’adorazione. In un’occasione, davanti alla vecchia e classica domanda di un bambino a suo padre, Devo andare in chiesa? Il padre rispose saggiamente: Non devi andare in chiesa. Ma devi adorare. Altrimenti. morirai.  In parte questo comportamento umano si spiega con il desiderio di stare con gli altri ed in comunità, ma penetra in noi anche il desiderio di adorare, di lodare qualcosa o qualcuno.

Nel nostro affanno di adorare, possiamo fare una scelta poco adeguata e, per ciò, sprecare la nostra capacità di adorare con qualcosa di poco prezioso ed effimero. Prestiamo attenzione solo a quello di cui abbiamo bisogno in quel momento e può darsi che non sia duraturo; così alimentiamo la paura che non ci sia un Dio capace di dare senso alla nostra vita.

Durante la Passione di Cristo coloro che lo guardavano con la logica di questo mondo non lo vedevano come un re, non percepivano la regalità di Gesù. I governanti, i soldati ed uno dei criminali crocifissi insieme a lui, non videro chi era Gesù realmente. Guardavano senza vedere.

Tuttavia, ci fu un uomo che vide quello che pochi videro. Dimas, un delinquente  crocifisso per i suoi crimini, capì. Era un criminale. Tuttavia, aveva un cuore  semplice. Questo fu ciò che lo salvò. Vide l’infinita dignità imperiale in un uomo inchiodato sulla croce. In un uomo indifeso, vide l’amore di Dio per l’umanità. In Cristo crocifisso, Dimas trovò l’amore di Dio che lo portò al cielo: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23, 43). Aprì il suo cuore all’aspirazione più profonda  di ogni essere umano: la vera vita eterna.

Ma, soprattutto, Maria fu incoronata come Regina del Cielo e della Terra perché seguì  totalmente suo figlio e riconobbe che il Suo regno era regale, gioioso ed eterno. A Lei chiediamo la sua intercessione per ottenere la grazia di riconoscere Cristo come nostro Re.

  1. Nel Padre Nostro, chiediamo non solo la venuta di un Re, ma anche del suo Regno. Questo va oltre la nostra necessità personale di un Re vero e misericordioso. La cruda realtà è che generalmente la paura governa le nostre relazioni e questo porta a malintesi, sfiducia ed azioni nascoste. Viviamo nel costante terrore di perdere il nostro potere. Di fatto, temiamo che sembri che perdiamo potere, perché nel mondo l’apparenza di potere (la fama), è potere. La paura regge le nostre relazioni e, pertanto, l’occultamento sembra qualcosa di perfettamente ragionevole. La seguente storia offre una allegoria di questa condizione dolorosa.

Un bambino e la sua sorellina andarono a trovare i loro nonni in campagna. Il bambino aveva una fionda e la usava nei campi, ma non riusciva mai a fare centro. Quando ritornò al patio dietro casa di sua nonna, vide un anatroccolo. Mirò e sparò una pietra. La pietra colpì il papero che cadde morto. Il bambino si trovò in preda al panico. Disperatamente, nascose il papero morto nella stalla, ed alzando la testa vide sua sorella che l’osservava. Sua sorella Sara aveva visto tutto, ma non disse niente.

Quel giorno, dopo aver mangiato, la nonna disse: Sara, andiamo a lavare i piatti. Ma Sara rispose: Giovanni mi ha detto di voler lavare lui oggi i piatti. Non è così, Giovanni?E gli sussurrò: Ti ricordi del papero? Cosi Giovanni dovette lavare i piatti.

Più tardi, il nonno decise di portare i due bambini a pescare. La nonna disse: Mi dispiace, ma ho bisogno che Sara mi aiuti a preparare la cena. Sara sorrise e disse: Oh, Giovanni mi ha detto che voleva farlo lui. Ancora una volta, Sara sussurrò: Ricordi il papero? Giovanni rimase e Sara andò a pescare.

Dopo un paio di giorni che faceva tutti i lavori, Giovanni si sentì disperato e non poté più sopportarlo. Allora confessò alla nonna che aveva ammazzato il suo anatroccolo. La nonna accarezzò il suo viso con le mani e disse: Lo so, Giovanni. Ero in piedi vicino alla finestra e ho visto tutto. In quello stesso momento ti ho perdonato perché ti voglio bene. Mi domandavo quanto tempo avresti nascosto la verità e lasciato che Sara facesse di te un schiavo. 

Sì, se nascondiamo la verità, ci trasformiamo in schiavi del peccato e della paura e finiamo col vivere una tragedia. Ma Cristo, il nostro Re, c’invita ad ascoltare la sua voce e a stare dalla parte della verità, e la verità ci farà liberi. Questo è precisamente il messaggio della Seconda Lettura: A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli!.

Perché usiamo i termini “carità” e “vinculum” come sinonimi? Perché l’unico vincolo (unione) possibile coi nostri simili si raggiunge quando siamo capaci di amare il nostro prossimo.

Questo è il regno di Dio. Questo è il cielo. La gioia spirituale completa si trova quando ci rendiamo conto di tutto il nostro potenziale in Dio, quando ci riempiamo della Sua bontà e, pertanto, viviamo in perfetta unione con noi stessi, con gli altri e con Dio. Ovviamente, questo non è possibile al di fuori di Dio ma solo in unione con Lui. Questa non è fede, bensì un fatto universale, esperienziale. La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Vaticano II chiamò l’Eucaristia vinculum caritatis, vincolo di carità. Questo vincolo d’amore ci rivela gli uni agli altri come fratelli e sorelle in Cristo, stabilendo la base della nostra unità e comunione gli uni con gli altri e con Cristo.

  1. Questo spiega le sorprendenti parole di Gesù nel Vangelo di oggi: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità». Che cosa a che fare l’essere un re con il testimoniare la verità?

Gesù ci vuole mostrare che la nostra unità è un dono di Dio. L’unità non è una creazione umana per mezzo dei nostri sforzi, di buone opere ed intenzioni. Fondamentalmente, Gesù Cristo crea questa unità attraverso la Sua morte e resurrezione. A coloro che accolgono il regno di Cristo, a coloro che sono disposti ad amare incondizionatamente, Gesù dice: Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi. (Gv 8, 32) e Io sono la verità ( 14, 6). Questa libertà celestiale che fa possibile la nostra unità, è la vera legge della nostra natura, la regola del suo regno.

In molti contesti, compresa la vita religiosa, il cammino verso l’unità è il più difficile. In certi momenti, possiamo cercare consolazione con la separazione. Possiamo sentirci sicuri e senza minacce. Unirci con un altro, o con altri può farci pensare che andiamo a perdere qualcosa di indispensabile per noi. Più ancora, odiamo quello che prima fu amato. Questa è la legge in tutti i regni, società e gruppi mondani, quando ci riuniamo per interessi, anche quando gli interessi sono condivisi. Uomini e donne, giovani e vecchi, ricchi e poveri, educati ed ignoranti, i rapidi ed i lenti… si separeranno, presto o tardi, in molti modi differenti.

Il suo amore è il vincolo che genera l’unità. Questa unità è la testimonianza più potente per fare conoscere Dio nel nostro mondo. E questa è la ragione per cui cercare di compiere la missione andando ognuno per suo conto è contrario alla natura della Chiesa.

Ogni parte del corpo fisico obbedisce fedelmente ai comandi che vengono dalla testa e così, lavora in perfetta armonia con gli altri membri del corpo, nonostante la diversità. Allo stesso modo, quando permettiamo che Dio si faccia carico delle nostre vite, c’è armonia in tutte le nostre comunità, come risultato del fatto che tutti i membri desiderano piacere a Dio. Quanto più stretta sia la nostra unione con Cristo, più stretta sarà l’unione tra noi.

L’unità tra Cristo ed i suoi discepoli non distrugge la personalità di nessuno di essi. Partecipando dello Spirito di Dio, in conformità alla legge di Dio, l’uomo si trasforma in partecipe della natura divina. Cristo porta i suoi discepoli ad un’unione viva con Lui stesso e col Padre attraverso l’opera dello Spirito Santo sulle nostre anime. Il discepolo trova la sua pienezza in Cristo e con gli altri. Questa unità è la prova più convincente per il mondo della maestà di Cristo e del suo potere per togliere il peccato.

Allo stesso modo in cui un bambino può conoscere veramente il carattere di sua madre amata, e, come gli elementi più profondi di quel carattere, anche la tenerezza del suo amore materno, non si possono dimostrare mediante un argomento, ma si possono imparare solo per esperienza, ugualmente l’amante e fedele discepolo di Cristo può contemplare il cuore del Suo Regno, e sentire, vivere, sperimentare, scoprire, con questo “esprit de finesse” (spirito di finezza) del quale parla Pascal, cioè, con l’intuizione integrale e profonda della sua anima, [può scoprire] i doni che abbiamo ricevuto ed in ultima istanza, il piano di Dio per noi: arrivare ad essere sempre di più come Lui, per stare pienamente con lui. Questo è, in poche parole, l’obiettivo dell’Unione Mistica, Trasfigurativa e Trasverberativa.

Una riflessione finale sul Regno di Dio e sui regni di questo mondo. Quando i leader come Pilato mancano di saggezza spirituale e non hanno basi per le loro politiche, sono diretti dalla gente invece di essere le loro guide, cercano di essere pragmatici, con guadagni a breve termine, ma non vedono le implicazioni a lungo termine delle misure. che implementano.

La solennità di Cristo Re fu istituita da Papa Pio XII in un’epoca (1925) nella quale il rispetto per Cristo e la Chiesa diminuiva, quando più si aveva bisogno di questa celebrazione. Il Papa osservò che molte persone stavano mettendo da parte Gesù nella loro vita. E ricordò all’umanità che non possiamo fare niente senza Cristo. Solo nella restaurazione dell’impero di nostro Signor Gesù Cristo, possono regnare la vera giustizia, la pace, la verità e l’amore… almeno in mezzo alle nostre comunità.

Per Pilato, anche la verità era relativa ed oggigiorno questo problema è peggiorato. L’individualismo è arrivato a tal punto che, per molti, l’unica autorità è l’io individuale. Alcuni respingono perfino i titoli di “signore” e “re” di Cristo perché credono che tali titoli sono stati presi da sistemi di governo oppressivi. Ma quelle persone non capiscono ciò che è importante: il regno di Cristo è di umiltà e servizio.

La Nuova Evangelizzazione c’invita a riflettere sull’apostolato in società che sono multi-culturali, multi-religiose, governate da un governo secolare. L’apostolo di oggi è chiamato ad impregnare al mondo coi valori del vangelo negli ambiti della cultura, dell’economia, dei mezzi di comunicazione, della famiglia o dell’educazione.

In Deus Caritas Est, il Papa Benedetto XVI dice:

In questo punto si situa la dottrina sociale cattolica: non pretende di concedere alla Chiesa un potere sullo Stato. Neanche vuole imporre a quelli che non condividono la fede le proprie prospettive e modi di comportamento. Desidera semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e a dare il suo aiuto affinché quello che è giusto, qui ed ora, possa essere riconosciuto e poi messo anche in pratica.

La dottrina sociale della Chiesa argomenta a partire dalla ragione e dal diritto naturale, cioè, a partire da quello che è conforme alla natura di ogni essere umano. E sa che non è compito della Chiesa quello che essa stessa faccia valere politicamente questa dottrina: vuole servire alla formazione delle coscienze nella politica e contribuire affinché cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, contemporaneamente, la disponibilità per agire in conformità, anche qualora questo fosse in contrasto con situazioni di interessi personali.