Perfino il vento e il mare gli obbediscono! | 20 giugno

di p. Luis CASASUS, Superiore Generale dei missionari Identes.

Madrid, 20 giugno 2021 | XII Domenica Tempo Ord.

Giobbe 38, 1.8-11; 2Lettera Corinzi 5, 14-17; S. Marco 4, 35-41.

Fare le domande giuste è tutta un’arte. I genitori, i professori e coloro che accompagnano le persone in modo sensibile lo sanno.  

Quando si insegna ad un giovane studente l’aritmetica di base, un professore può domandare: Quanto fa 2 + 2? Il professore lo domanda, non perché non sappia la risposta, bensì perché vuole centrare il pensiero dell’alunno sul problema in questione.  

Nel Vangelo di oggi, oltre alla domanda naturale degli apostoli, non t’importa che moriamo? c’è una domanda molto più rilevante di Gesù, Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede? La quale ha poi la sua eco in una terza domanda formulata dagli stessi discepoli: Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?

Con la domanda più giusta, la più opportuna in quel momento, Cristo ottiene che i discepoli approfondiscano il messaggio che vuole trasmettere: Chi è Lui e che cosa è capace di fare nelle nostre vite.  

Questo modo di rivolgersi a noi non è occasionale, né infrequente. Nel Giardino dell’Eden, Dio domanda ad Adamo dov’è e che cosa ha fatto. In mezzo alla folla, andando verso la casa di Giairo, Gesù domanda chi lo ha toccato (Mc 5,30). Le domande di Gesù sono sempre un’opportunità per imparare: Chi dice la gente che io sia? (Mc 8, 27). È un Maestro che utilizza le domande per coinvolgerci, per obbligarci a pensare su noi  stessi, per scoprire le nostre vere motivazioni e per indicarci la verità. Vuole che impariamo.  

Ovviamente, raramente ascolteremo con le nostre orecchie una domanda divina. Ma il suo modo di interrogarci avviene attraverso la sua presenza continua. Sfida la nostra vita mettendosi al nostro fianco e facendoci paragonare il nostro atteggiamento e le nostre intenzioni con le sue.  

  • A volte, la sua presenza nel prossimo provoca in noi il rispondere con atti di carità e giustizia, perché vediamo nell’altro non solo qualcuno di cui abbiamo compassione, bensì un vero fratello che ci è stato dato per aiutarlo a navigare nelle tempeste che – visibili o no – lo inseguono.  
  • In altre occasioni, che vorremmo fossero permanenti, si tratta della sua presenza nel cuore e nella memoria attraverso lo Spirito Evangelico, che è molto più esigente di qualunque conclusione o ragionamento che provenga da me stesso.  
  • Infine, quando percepisco la sua presenza nella mia storia personale, nel modo in cui smonta i pericoli delle passioni e della tentazione, ma soprattutto nel modo in cui mi perdona ogni giorno, la mia povera e limitata compassione si vede realmente interpellata.  

Tutto questo spiega perché la domanda più importante a cui dobbiamo rispondere è: Com’è che non hanno fede?   

Normalmente si dice che le persone si conoscono veramente solo in situazioni estreme, nei momenti critici di difficoltà. Questo ci succede perfino con noi stessi. Nelle tempeste siamo capaci di guardare dentro di noi e scoprire come siamo e che cosa ci  manca per essere autentici discepoli di Cristo. Questo spiega perché Gesù approfittò del momento della tempesta sul lago, affinché i suoi discepoli riconoscessero la loro mancanza di fede.  

È relativamente facile e soddisfacente mettersi a lavorare per gli altri, anche fino all’esaurimento. Ci sono alcune persone, amanti dell’attività e della relazione con gli altri, per le quali questo, in sé stesso, è una fonte di piacere. Ma quando appare l’ingratitudine della persona che stiamo aiutando, il nostro atteggiamento può cambiare pericolosamente. Inoltre, quando coloro che stanno nella mia stessa barca, mostrano sensibilità differenti,  vedono priorità diverse ed esprimono qualche insoddisfazione inaspettata verso il mio modo di agire… quello è il banco di prova. Il modo in cui affronto quella situazione rivelerà la mia vera personalità, le mie debolezze e le mie migliori qualità.  

Quando siamo sotto pressione, quando altre persone si scagliano contro di noi, quando ci sentiamo poco apprezzati, quando ci sono troppe esigenze, quando sembra che non ci sia nulla per cui ringraziare, è in questi momenti quando dobbiamo essere particolarmente coscienti che ci alimentiamo della Parola e del pane del cielo; comprendere che spesso è nella nostra povertà e vulnerabilità dove troviamo Cristo più vicino a noi.  

Questo è certamente uno degli obiettivi della Purificazione che lo Spirito Santo realizza in noi. Ci prepara per un’unione più profonda con le persone divine, una volta dissolto il nostro orgoglio e la nostra autosufficienza.  

Si racconta la storia di un uomo che aveva poca pazienza. Andò dal suo parroco e gli disse: Padre, preghi affinché Dio mi dia pazienza! Il sacerdote gli disse: Chiniamo la testa ora stesso e presentiamo la tua necessità al Signore. Padre celestiale, invia prove e   difficoltà nella vita di questo tuo figlio, affinché abbia molta tribolazione. Prima che  potesse dire un’altra parola, l’uomo lo interruppe: Ma padre, io ho bisogno di pazienza,  non di tribolazione. Il sacerdote rispose: Lo so, ma Dio dice che questo è il modo migliore per impararla.  

In Esodo 32, 1-4 vediamo come Mosè rimase assente così tanto tempo che il popolo incominciò a spingere Aronne affinché facesse alcuni dei per averli davanti a loro. Così, per un po’ di tempo Aronne resistette. Ma alla fine la pressione fu troppo grande e cedette. Non è così che succede? Uno non si alza e cede al primo soffio di pressione, ma si mantiene fermo fino a che arriva al suo punto di rottura. 

Questo è quello che succede con le nostre tensioni. Non si tratta di sapere come farle sparire, bensì di come gestirle. Mosè non si affrettò a “fare qualcosa”. In primo luogo, rispose pregando. Parlò con Dio della situazione. Benché sappiamo che l’orazione è la prima cosa da fare, quella non è sempre il nostro primo impulso. Sotto pressione, vogliamo fare qualcosa, vogliamo sistemarla, ci alziamo, ci difendiamo o facciamo qualunque cosa, affinché la pressione sparisca. Questo è semplicemente troppo umano, troppo mondano. Vivere con la tensione della pressione non è l’opzione naturale di nessuno, ma spesso è l’opzione corretta se lo facciamo in dialogo con Dio, chiedendogli non “come liberarci dal peso”, ma piuttosto “come questa situazione può essere fruttuosa per il regno dei cieli”. Benché Gesù domandasse ai discepoli durante la tempesta: Dov’è la vostra fede? almeno si rivolsero a Lui, nonostante i loro dubbi: Non t’importa che moriamo? Questo è l’inizio, l’embrione dello Spirito Evangelico.  

Lo stress tenta di mettermi al timone di tutti i temi della mia vita, ma la fede e la speranza mi collocano in una posizione di fiducia, in cui il mio Dio mi fornirà tutto quello di cui ho bisogno, fino al punto di provvedere al di sopra di tutto quello che possa chiedere o pensare.  

Tutti noi dobbiamo passare per le tempeste della vita. Dobbiamo gestire le nostre lotte spirituali mentre combattiamo con le sfide della vita, in famiglia, sul lavoro, nella comunità o nella nostra crescita personale. Ma, al primo posto, dobbiamo tenere conto di alcune delle caratteristiche delle tempeste della nostra vita che sono degne di quel nome e che ci causano stress.  

In primo luogo, dobbiamo ricordare che, spesso, i temporali sono imprevedibili, come successe ai discepoli nel Vangelo di oggi. Spesso, non siamo preparati a questo. Tutti i giorni ci saranno situazioni provocatorie da combattere e molto spesso ci sorprendono la forza, il momento, l’origine o l’area della nostra vita in cui si produce la tempesta.  

In secondo luogo, per molto sperimentati che siamo, può essere che non siamo capaci di gestire le tempeste. La maggioranza di noi riesce a gestire bene i temi  professionali, ma fallisce strepitosamente quando si tratta di temi personali, specialmente nelle relazioni. Per questo motivo i migliori professionisti, che hanno  molto successo nelle loro carriere, sono i più grandi falliti nella loro vita personale e familiare.   

In terzo luogo, alcune tempeste della vita non si possono spiegare. Questo fu il caso di Giobbe nella Prima Lettura. Egli lottò contro la credenza del suo tempo che i peccatori  erano puniti, e pertanto se uno soffriva, era per qualche peccato personale che aveva commesso. Ma Giobbe era un uomo santo e giusto. Era confuso davanti alla giustizia o all’apparente ingiustizia di Dio. In effetti, molti di noi vedono che ai cattivi va tutto bene nella vita e i buoni soffrono. La conseguenza è l’ira e la delusione davanti alla mancanza di giustizia di Dio. L’enigma del male non si può spiegare con ragionamenti, altrimenti Gesù l’avrebbe chiarito.  

In quarto luogo, nelle nostre tempeste spesso sentiamo che a Dio non gli importa.   Sembra essere addormentato. Così si sentivano i discepoli. Maestro, non t’importa? Noi affondiamo. Non t’importa? Questa è la domanda che più ci ronza per la testa quando stiamo lottando nella vita.   

Quello fu il problema di Marta nella cucina di Betania. Sentiva che a Maria non le importava, che a Gesù non gli importava, e questo le faceva sentire che a nessuno importava. Stava sopportando un carico di stress auto-imposto. Il suo lavoro non era tanto pesante come il suo sentimento di dover combattere lo stress senza aiuto. Se a Lui non importa, allora prendiamo le cose nelle nostre mani. Se non possiamo confidare in Dio, allora meglio confidare in noi stessi. Perché dovremmo disturbarci con un Dio al quale, ad ogni modo, le nostre vite non interessano? In particolare, le persone di buona volontà e che spendono la loro vita generosamente, si domandano perché Dio permette che altri, le persone che essi amano, soffrano tanto.  

Anche se non possiamo capire il male, lo stress e l’angoscia che soffriamo, c’è un indicatore che certamente ha un significato, un valore insospettato: Gesù ha sofferto prima di noi. Con i poveri ha sperimentato la povertà, con gli esclusi, il rifiuto e l’emarginazione; con i delusi ha condiviso l’incomprensione e le lacrime; con i traditi l’amarezza di essere soli ed abbandonati, con gli oppressi ha sopportato l’ingiustizia e con i condannati a morte ha sperimentato la commozione e la paura.  

Spesso non siamo coscienti della sua presenza nei peggiori momenti della nostra vita.   Come successe a Cristo sulla Croce, neppure la gente che ci circonda crede che Dio sia   interessato ad aiutarci in queste situazioni.  

Giobbe sfidava Dio con tutte le sue domande. Ma invece di rispondere alle sue domande, il Signore faceva delle domande a lui. Gli disse: “Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando erompeva uscendo dal seno materno, quando lo circondavo di nubi per veste e per fasce di caligine folta, quando gli ho fissato un limite e gli ho messo chiavistello e porte?”.

Dio ci sta facendo domande perché vuole che siamo una testimonianza del suo amore e della sua misericordia. Ci domanda perché abbiamo paura. Ci domanda perché siamo  innamorati del mondo. Ci domanda se l’amiamo veramente. Ci domanda se rimarremo in Lui. Ci domanda se accoglieremo il suo regalo di salvezza.   

Finché sappiamo che Egli sta con noi, potremo superare le tempeste della vita. In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore (Rm 8, 37-39). 

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