Cristo, la Porta Stretta

di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei missionari Identess

XXI Domenica Tempo ord.

Isaia 66, 18-21; Ebrei 12, 5-7.11-13; Luca 13, 22-30.

Quando parliamo del Vangelo di oggi, generalmente associamo la scena con la fine del mondo: Cristo separerà i malvagi dai buoni. Ma la portata e la trascendenza delle sue dichiarazioni non si limitano al nostro futuro. E la condanna espressa da Cristo non pretende di essere un rifiuto conclusivo, né un’esclusione dalla salvezza eterna. Tale interpretazione è superficiale e pericolosa perché contraddice il messaggio del Vangelo.

Le parole di Cristo sono per il momento presente, appartengono al qui e ora del regno di Dio. Sono un serio invito a riconsiderare con cura la nostra vita spirituale perché possiamo coltivare le illusioni di essere discepoli, ma in realtà, non esserlo in assoluto. Queste persone, se non se ne rendono conto subito, finiranno piangendo quando si renderanno conto che hanno fallito e strideranno i loro denti, che è un segno d’ira di quelli che comprendono, troppo tardi, che fecero qualcosa di male.

Gesù non vuole spaventarci con la minaccia dell’inferno. La sua condanna è diretta contro la vita tiepida, inconsistente ed ipocrita che oggi vivono molti tra noi che ci consideriamo suoi discepoli. Tuttavia, perfino davanti alle sue parole inquietanti, ci sono cristiani che non si lasciano commuovere dal timore che un giorno Egli dica loro: Non ti conosco; in verità, non sei mai stato accanto a me.

Quello che dice Cristo sul fatto che si è chiusa la porta a coloro che lasciano l’importante per “più tardi”, a quelli che sono arrivati troppo tardi, insinua che avevano offeso Dio, il loro anfitrione, con la loro azione o inazione, e che questo giustificava la loro esclusione dal cielo. Tutti gli ebrei capirono questa parte della storia, perché i maestri religiosi ebrei dell’epoca di Gesù non permettevano l’entrata in classe agli studenti che arrivavano tardi; la porta rimaneva chiusa e bloccata. Inoltre, a quegli stessi studenti era proibito di assistere alle lezioni per una settimana intera in modo da potere imparare così, una lezione di disciplina e fedeltà, l’importanza divina dei loro doveri religiosi.

Dobbiamo agire ora, prima che sia troppo tardi e non ci resti che lamentarci. Se lo Spirito Santo ci sta richiamando ad un cambiamento, non rimandiamolo più. Se stiamo soffrendo, perseveriamo fino alla fine per poter mietere il raccolto di vita e di allegria. È possibile non aver mai avuto l’opportunità di pentirci o di fare il bene che sempre avremmo voluto fare, perché siamo stati occupati con altre cose immanenti. Perciò, prima che ci sorprendiamo e ci rendiamo conto che le opportunità di amore, servizio, perdono e relazioni profonde sono passate, approfittiamo dei giorni facendo della nostra vita una vita di amore e gioia per gli altri.

Il secondo gruppo, che il Vangelo di oggi descrive, è formato da coloro che stanno dentro, una grande moltitudine che viene dall’est e dall’ovest, dal nord e dal sud. Non dice che tutte queste persone conoscevano Gesù e camminavano al suo fianco. Forse molti neanche sapevano della Sua esistenza. Quello che è sicuro è che, se possono entrare, significa che sono passati per la porta stretta; gli altri rimangono fuori. Quelli del secondo gruppo sono stati fedeli alla legge universale della perfezione che è veramente scritta nei nostri cuori. Il piano di Dio è che tutte le nazioni di tutte le lingue si riuniscano.

Con questo fine, tutti siamo chiamati ad essere messaggeri della Buona Notizia e strumenti di amore e misericordia. Perché, come cristiani, siamo benedetti in modo speciale per avere conosciuto Cristo. Di fatto, dobbiamo annunciare la profondità del suo amore per noi. Il profeta ci spinge ad andare ai lidi lontani che non hanno mai sentito parlare di me e non hanno visto la mia gloria. Dobbiamo proclamare il Vangelo a tutte le nazioni, vicine e lontane, specialmente a quelle che non hanno conosciuto ancora il Signore. In virtù del nostro battesimo, tutti siamo chiamati ad essere missionari, come ci ricorda il Papa Francesco:

Ogni cristiano è un missionario nella misura in cui ha incontrato l’amore di Dio in Cristo Gesù. Se non siamo convinti di ciò, guardiamo ai primi discepoli che, immediatamente dopo avere incontrato lo sguardo di Gesù, uscirono a proclamarlo con allegria: Abbiamo trovato il Messia! (Gv 1, 41). La donna samaritana si trasformò immediatamente in missionaria dopo avere parlato con Gesù e molti samaritani credettero in lui per la testimonianza della donna (Gv 4, 39). Così pure, San Paolo, dopo il suo incontro con Gesù Cristo, cominciò subito a proclamare nelle sinagoghe che Gesù era il Figlio di Dio (At 9, 20). Allora, noi, che cosa stiamo aspettando? (EG)

Di fatto, questo è stato sempre quello che il Papa Francesco ricorda nella sua Enciclica, L’allegria del Vangelo: Siamo chiamati ad essere discepoli missionari.

La Seconda Lettura è diretta esplicitamente a coloro che Dio tratta come figli. È importante collegare questo messaggio al messaggio di Cristo di oggi, perché rappresenta la risposta esplicita alla domanda su come entrare nel regno dei cieli.

In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18, 3) .

In verità, dobbiamo meditare continuamente sul significato di “essere come bambini.”

Potremmo rispondere a partire da un’immagine sentimentale e romantica di quello che sono i bambini. Li si ritrae come dolci ed innocenti, deboli e malleabili, non cattivi, né avidi. Ma come i genitori sanno, questa è spesso un’illusione. E certamente quella non era l’opinione che la gente aveva dei bambini quando Gesù disse queste parole ai discepoli.

Uno dei tratti che Cristo vuole che vediamo nei bambini è che un bambino è semplice e senza complicazioni, senza la vernice che può far sì che una persona sia un cattivo attore invece di qualcuno aperto e sincero. Gesù vuole che i suoi seguaci siano come bambini, perché vuole che confidino e dipendano da Lui. I bambini non sanno mentire, e ridiamo quando cercano di farlo per nascondere qualche disobbedienza, perché quello non corrisponde al loro vero essere, alla loro autentica identità. Paradossalmente, essere come un bambino è l’unico modo di maturare, poiché quando ci fidiamo di Cristo e lo guardiamo con l’aspettativa di un bambino che spera di ricevere tutto quello che ha bisogno da una madre o un padre, forzosamente cresceremo nella nostra fede.

Questo lo possiamo ottenere centrandoci in Cristo invece di ascoltare tutte le voci che urlano per avere la nostra attenzione. Solo Lui può aiutarci a mettere da parte gli stati d’animo e i risentimenti che distruggono la nostra testimonianza cristiana e il nostro camminare con Lui. Per mezzo dello Spirito Santo, Dio può renderci semplici e fiduciosi, seguaci di Cristo; senza pretese, disposti a compiere la sua volontà ed essere tutto quello che Egli vuole che siamo.

I bambini conoscono le loro debolezze ed insufficienze, ma noi adulti abbiamo subito tanta influenza dai nostri cuori malvagi e dal perverso sistema del mondo che continuiamo ad adottare un atteggiamento di autosufficienza. Tuttavia, un bambino, che continua ad essere peccatore per nascita, è più ubbidiente di un adulto. Noi, gli adulti, disputiamo perché abbiamo avuto più tempo per renderci egocentrici e trascinare noi stessi verso l’autonomia, disprezzando i suggerimenti sottili (o a volte contundenti) di Dio. L’orgoglio si stabilisce in noi. Le abitudini, specialmente quelle cattive, sono difficili da rompere. Una certa indipendenza arrogante è totalmente lontana dalla Parola di Dio. Non appartiene al suo regno.

La parola greca che San Matteo usa per “bambino” significa una persona minore di dodici anni. Questi esseri umani non erano considerati neanche come persone nel primo secolo. Un bambino non aveva status, né posizione legale. Un bambino era un signor nessuno.

Gesù c’invita a superare una fede basata sulla logica, la ragione e le regole, e incontrare la meraviglia, la semplicità e l’apertura che caratterizzano la vita dei bambini. Invece dell’aspro e pessimista “perché?” dell’adulto, Cristo ci spinge a considerare l’ottimista e promettente “perché no?” di un bambino.

E non solo quello, ma un bambino ha gli occhi fissi sulla persona che ama, sua madre, suo padre e diffida dei consigli e dell’affetto di persone sconosciute.

Se vogliamo essere autentici cristiani, se vogliamo conoscere bene Cristo, dobbiamo essere prima figli, saper essere figli. Il nostro appetito spirituale deve essere sempre il domandargli, l’indagarlo, il sollecitargli, come regalo supremo della vita, il titolo di essere un grande figlio di Dio.

Diciamogli tutti ed ognuno di noi: Voglio essere, Padre, un grande figlio tuo, essere un figlio tuo molto esemplare ed esserlo in tale maniera che io stesso sia il tuo ideale; che Tu abbia l’ideale di me; che Tu possa sognare anche con me; che Tu ti veda nel mio spirito (Nel Cuore del Padre, Fernando Rielo).

Un altro punto importante della Seconda Lettura è sul valore delle prove della nostra vita che Dio conosce ed è disposto ad approfittarne al massimo. A volte, queste prove si interpretano come punizioni, ma in qualsiasi caso siamo chiamati ad utilizzare il loro valore spirituale:

Un bambino di quattro anni era arrabbiato, e stava sotto il tavolo. Gli avevano negato una seconda razione di gelato. Sua madre gli ordinò di uscire, ma il bambino non cedeva. Ella tentò di persuaderlo, ma tutto fu inutile. Quando alla fine, ella gli promise il gelato, il bambino uscì trionfante ed entrambi andarono a cercare la ricompensa nel frigorifero. Un visitatore rimase solo con l’altro testimone di questa piccola scena domestica, la nonnina dal bambino. Mentre la madre ed il figlio si riunivano con un gelato in cucina, l’anziana disse al visitatore: Non sta facendo giustizia a quel bambino; mia figlia non ha pensato a niente di meglio. L’avrebbe dovuto castigare. Il visitatore non aveva mai sentito parlare della punizione come un servizio dovuto ad un bambino. La scena rivelò un importante cambiamento di atteggiamento tra le due generazioni.

Perché la ricompensa e la punizione non dovrebbero essere considerate risposte accettabili a certi comportamenti? Mentre i nostri primi genitori furono espulsi dal Giardino dell’Eden come castigo per aver mangiato il frutto proibito, i risentiti seguaci di Mosè furono ricompensati con la manna come incoraggiamento nella loro difficile strada attraverso il deserto. La Lettera agli Ebrei dice che un atto disciplinare proporzionato è un segno d’amore. Dio esercita coloro che ama e mette alla prova i suoi figli. La sofferenza è parte della nostra formazione.

Solo quando ci rendiamo conto che siamo bambini, solo quando siamo coscienti che tutto quello che facciamo e siamo è per la grazia di Dio, allora lo Spirito di Dio può dirigere la nostra vita, vivere e governare in noi, nei buoni e nei cattivi momenti. Molto spesso, ci prodighiamo affinché le nostre attenzioni diano frutto, specialmente per cambiare le persone difficili che ci circondano. Cerchiamo di cambiare la mentalità dei nostri fratelli di comunità, dei figli, fratelli o amici. Ma quanto più cerchiamo di cambiare il loro atteggiamento e modo di pensare, più ostili e reagenti diventano. Invece di cercare di cambiarli da fuori, dobbiamo affidarci a Dio e lasciare che Dio agisca da dentro di loro.

Gesù Cristo dice chiaramente che Egli è la Porta Stretta; di fatto, in Giovanni 10, 9 dice: Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

La porta angusta è una persona, Gesù, che c’invita a camminare attraverso di Lui per servire qualunque persona che troviamo dall’altra parte del portone. Tutti abbiamo bisogno della nostra razione giornaliera di alimento corporale e spirituale per compiere gli obiettivi richiesti. Questo significa anche che, se vediamo qualcuno che è mancante in una o entrambe quelle necessità per vivere una vita piena, i discepoli di Gesù devono condividere la loro razione giornaliera con quella persona. Come dobbiamo farlo? Una persona alla volta ed un giorno dopo l’altro. Nessun servizio è troppo piccolo, ogni atto di bontà e compassione dimostra che la grazia si moltiplica mille volte attraverso la bontà dello stesso Dio.

Il messaggio del Vangelo di oggi è inequivocabile. Cristo, la porta stretta, è l’unica strada verso la vita eterna. Tutte le altre porte sono larghe e facili da attraversare, ma conducono al vuoto interiore, alla tristezza, a relazioni disfatte o perfino alla distruzione eterna.

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