Che cos’è indispensabile nella nostra vita? | 2 Maggio

di p. Luis CASASUS, Superiore Generale dei missionari Identes.

Europa, 2 maggio 2021 | V Domenica di Pasqua

Atti 9, 26-31; 1 Giov 3, 18-24; S. Giovanni 15, 1-8.

Nei primi anni del rock and roll, intorno al 1956, diventò molto popolare una canzone che diceva qualcosa di simile:   

Puoi abbattermi, pestarmi il viso, calunniare il mio nome da tutte le parti, fare tutto quello che vuoi, ma, cara mia, non ti avvicinare alle mie scarpe di camoscio azzurro.  

Elvis Presley, l’artista che la rese popolare, fece un uso intelligente, umoristico ed espressivo dell’attaccamento che abbiamo per alcuni oggetti, per dire nella sua canzone che considerava le sue scarpe di camoscio più preziose della sua stessa vita. Pochi di noi darebbero più valore ad un oggetto che alla propria vita, per molto affezionati sentimentalmente che possiamo essere o per molta comodità che ci dia quell’oggetto.  

Tuttavia, quando si tratta di persone, le cose sono differenti. Una madre o un padre normalmente sono disposti a sacrificare la loro vita per un figlio. Quando siamo veramente innamorati di una persona o gli dobbiamo la nostra vita, ci risulta quasi impossibile vivere senza la sua presenza, il suo ricordo o il suo affetto. La vita non sarebbe più la stessa.  

Gesù, nel testo del Vangelo di oggi, ci esorta a rimanere in Lui. Perché? Perché separati da Lui non siamo niente, per molto ricchi, ammirati e colti che siamo.  

Il denaro che abbiamo può andarsene, volando dalle nostre mani, in qualunque momento. La conoscenza che abbiamo si allontanerà dalla nostra mente quando diventeremo vecchi e le persone care possono allontanarsi da noi o terminare il loro soggiorno in questo mondo. Questa realtà, questa “connessione” con gli altri, va oltre quello che diceva il filosofo greco Aristotele, che l’essere umano è un animale sociale.

E va anche oltre il fatto psicologico che tutti abbiamo bisogno di ricevere e dare affetto sincero.  

Paradossalmente e nonostante il nostro egoismo, quello di cui ogni persona ha bisogno è vivere un amore senza limiti. Senza trattenere nulla, senza che questo stato di amore finisca e i cui frutti siano sicuri. 

San Pietro giunse a questa conclusione e l’espresse in modo chiaro e conciso: Maestro, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna (Gv 6, 68). Gesù lo conferma nel Vangelo di oggi: Senza di me non potete fare nulla. Ma ci dice anche il modo preciso di raggiungere la vita piena ed eterna che ogni persona anela, intuisce o ha creduto di assaporare in qualche momento. Le sue parole non sono solo un’informazione, bensì un vero cammino. 

Inoltre, Gesù non si limita a dirci quello che ci conviene, ma agisce, interviene nella nostra anima. E l’immagine che oggi ci offre di sé stesso non può essere più chiara e esplicita per mostrare come lo fa: ci pota come lo farebbe un esperto vignaiolo. La potatura e il taglio erano realizzati dagli agricoltori in differenti epoche dell’anno. La prima era durante l’inverno e consisteva nell’eliminazione dei rami non necessari; la seconda, realizzata in agosto, aveva come obiettivo eliminare i germogli più deboli per rafforzare i   migliori.  

Si tratta di una purificazione che Egli affida allo Spirito Santo. È importante non dimenticare che l’essenziale è la SUA azione di potatura, non semplicemente il NOSTRO sforzo purificatore.  

Molte tradizioni spirituali e religioni insistono, a ragione e basandosi sull’esperienza, sulla necessità della purificazione, ma Gesù ci promette che sarà Lui a incaricarsi di ciò, se glielo permettiamo.  

Da noi stessi, non possiamo riuscire a liberarci dei nostri limiti. C’è una bella storia di Nazrudin, un maestro sufí, che aveva il dono di raccontare storie esagerate. Un giorno, racconta la storia, inviò uno dei suoi discepoli al mercato e gli chiese di comprare una borsa di peperoncini. Il discepolo fece quanto richiesto e portò la borsa a Nazrudin che cominciò a mangiare i peperoncini, uno dietro l’altro. Presto il viso si arrossò, gli cominciò a gocciolare il naso, gli cominciarono a piangere gli occhi e si strozzò. Il discepolo lo osservò per un po’ con stupore e poi disse: Signore, il suo viso sta diventando rosso, i suoi occhi piangono e si sta affogando. Perché non smette di mangiare questi peperoncini? Nazrudin rispose: Sto cercando di trovarne uno dolce.  

Ci risulta difficile ascoltare le opinioni ed i consigli degli altri, ma anche i consigli che

Dio ci dà continuamente. Lo Spirito Santo cerca di purificarci da tutto quello che è inutile, ossessivo, dannoso o una distrazione nella nostra lotta per unirci a Dio e al prossimo.  

Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Non è una dichiarazione di innocenza dei discepoli, bensì l’indicazione dello strumento che il Padre utilizza per potare. San Giovanni ce lo ricorda all’inizio della sua Prima Lettera: Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi (1Gv 1, 8).Questo spiega perché la nostra purificazione deve essere continua fino alla fine della nostra vita. Nei suoi due aspetti, quello che lo Spirito fa in noi e la nostra risposta, che è essenzialmente il rinnegamento.   

Probabilmente, una delle azioni purificatrici più frequenti dello Spirito Santo è l’Apatia Mistica. Ma è necessario capire bene quello che significa apatia mistica. 

In primo luogo, non ha niente a che vedere con l’indifferenza, la pigrizia, l’insensibilità o il disinteresse per le cose del regno dei cieli o del mondo. L’apatia, come termine strettamente psicologico, rappresenta uno stato di indifferenza, nel quale un individuo non risponde (è indifferente) agli aspetti della vita emozionale, sociale o fisica. Ma, nella nostra vita spirituale, normalmente si riferisce alla mancanza di simpatia o antipatia per le cose di Dio.  

In secondo luogo, si riferisce non solo alla mancanza di simpatia o antipatia per la penitenza necessaria, ma anche alla liberazione dal potere delle passioni, qualcosa che è impossibile raggiungere totalmente con le nostre sole forze. Poche volte parliamo di questo aspetto dell’apatia mistica, ma se osserviamo attentamente la nostra esperienza, ricorderemo molti momenti nei quali la nostra mente e la nostra volontà si sono allontanati dalla schiavitù delle passioni, in un modo difficile da spiegare senza l’intervento dello Spirito.  

In questo senso, probabilmente il risultato più spettacolare dell’apatia mistica (promossa in noi dallo Spirito) sono i momenti di vittoria sul nostro istinto di felicità, perché diventiamo obbedienti e sperimentiamo come Dio si serve dei nostri piccoli atti di generosità, come ci dice oggi la Seconda Lettura: Abbiamo fiducia in Dio e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quel che è gradito a lui.

In molte occasioni, l’apatia mistica arriva a cambiare la nostra visione del mondo e della vita spirituale. Il nostro Padre Fondatore chiama questo stato Svuotamento e nel quale non abbiamo nessuna fretta di ottenere né le gioie spirituali, né quelle che vengono dal mondo. Le nostre priorità e l’ordine di valori si trasformano.  

Lo stesso Gesù morì come un fallito su una croce. Non ebbe nessun successo visibile di cui sentirsi orgoglioso. Tuttavia, la fecondità della vita di Gesù supera qualunque misura umana. Come testimoni fedeli di Gesù dobbiamo aver fiducia che anche le nostre vite saranno feconde, anche se oggi non possiamo vederne i frutti.  

Una delle grandi difficoltà che incontriamo ad ascoltare la voce di Dio e così poter dare frutto sono le distrazioni. In modo silenzioso, ma terribilmente efficace, le distrazioni ci impediscono di rimanere in Lui. Di fatto, sono le vittorie più brillanti per il diavolo, perché senza lotta, né tentazione, ci separa dalle cose di Dio, dalla necessità del prossimo. Ci distraiamo con temi cattivi o buoni o moralmente neutri. La nostra limitata energia si perde prima di poterla utilizzare per fare il bene. E questa verità è stata riconosciuta in tutte le grandi tradizioni spirituali.  

Si racconta una storia su Arjuna nelle sacre tradizioni indù, nel Mahabharata. Nel prepararsi per la grande battaglia che sarebbe diventata l’Armageddon indù, Arjuna ed i suoi fratelli sono presentati a Drona che deve insegnar loro l’arte della guerra e della vita. Per misurare la loro capacità, Drona colloca un avvoltoio fatto di paglia e stracci nel punto più alto di un albero lontano. Di seguito, chiede ad ognuno degli aspiranti arcieri di descrivere quello che vede mentre tende l’arco e mira con la freccia.  

Uno alla volta, essi descrivono di aver visto l’avvoltoio, l’albero, il cielo, una nuvola, le loro mani e l’arco. Ogni fratello è respinto, col commento di Drona: Fuori.  Tutti voi. Siete inutili per sparare. Poi si rivolge all’ultimo fratello, Arjuna. Che cosa vedi? domanda Drona. Un avvoltoio. Descrivi l’avvoltoio. Non posso. Perché? Riesco a vedere solo la sua testa, spiega Arjuna. Alla fine, con soddisfazione, Drona dice ad Arjuna: Lascia la tua freccia. Ti trasformerò nel migliore arciere del mondo. Arjuna aveva la disciplina necessaria per concentrarsi sull’obiettivo, evitando distrazioni non necessarie.  

Lo Spirito Santo ci aiuta in questa potatura permanente dei rami inutili. I frutti della purificazione non avvengono solo per trasformare la nostra vita spirituale. La testimonianza di chi accoglie e sopporta le contrarietà, sapendo che lo Spirito Santo le utilizza (non le crea) per cambiare e purificare le nostre intenzioni, è molto potente.  

Questo è quello che succede con San Paolo, così come riportato nella Prima Lettura. In primo luogo, deve soffrire il contrattempo e la contrarietà di non essere creduto da molti, a motivo del suo precedente ruolo di persecutore dei cristiani. Poi, deve passare attraverso molte difficoltà, compreso il pericolo di morte, a causa della sua predicazione agli Ellenisti. Questo è un messaggio per tutti noi, quando incontriamo incomprensioni, differenze e sfiducia in coloro che sono i nostri fratelli. La tendenza ad abbandonare tutto o a seguire la propria strada è allora forte, ma l’opportunità che abbiamo di dimostrare che seguiamo Cristo SOLO per dare gloria a Dio Padre, manifestando il suo amore, è realmente molto speciale.  

Riflettiamo seriamente su quello che Gesù vuole trasmetterci oggi: Rimanete in me e io in voi. […] Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Dio farà fruttificare il nostro amore, sia che vediamo o non vediamo quella fecondità. Si tratta di rimanere nel Signore per avere il coraggio di uscire da noi stessi, dalle nostre comodità, dai nostri spazi ristretti e protetti, per andare nel mare aperto delle necessità degli altri e dare ampiezza alla nostra testimonianza cristiana nel mondo.  

È importante sottolineare che la purificazione, benché abbia una componente dolorosa, produce la gioia che è certamente indispensabile per vivere questa vita: avere la certezza di riuscire a dare frutti, frutti che rispondono alla nostra autentica natura, che possiamo rallegrarci come una madre che dà alla luce un figlio, ma non senza il dolore del parto.  

Infine, come ci dice oggi San Giovanni all’inizio, i segni della presenza di Cristo nella nostra vita non sono le professioni di fede proclamate con parole, bensì le azioni concrete di servizio e di perdono a favore del prossimo: Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità.

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