Una storia di un solo personaggio

By 4 Agosto, 2019 Agosto 12th, 2019 Para leer, Vangelo

  di p.  Luis Casasús, Superiore Generale dei missionari Identes              Salamanca, 4 agosto 2019,  XVIII Domenica Tempo ord.                    

Eccle 1, 2.2, 21-23; Colossesi 3, 1-5.9-11; Luca 12, 13-21.

Quando leggiamo: Vi ripeto: è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio (Mt 19:24), è probabile che pensiamo: Questo non ha niente a che vedere con me. Io non sono ricco. 

Ma l’avidità per il denaro non è l’unico pensiero contenuto nelle parole di Gesù: Colui che conserva un tesoro per se stesso. La frase potrebbe essere applicata in maniera appropriata all’avidità di una popolarità o di una fama, che è una tentazione altrettanto insidiosa. Il prestigio ed il potere sono spesso più bramati del denaro. 

In realtà, la nostra avidità prende differenti modi e forme. Per alcuni può essere il desiderio dell’approvazione e dell’elogio degli altri. Per altri, è il desiderio incontrollato di potere, controllo o fama. Per altri ancora, l’avidità prende la forma di indulgenza eccessiva e peccaminosa nel mangiare, bere, giocare, nelle droghe o nelle attività sessuali. 

La dipendenza consiste spesso nella ricerca di una ricompensa di fronte al rischio. Nel caso di sostanze pericolose o illegali, la ricompensa è un’euforia energetica ed il rischio è il danno corporale, la dipendenza o conseguenze legali. Non importa quante volte li utilizzino, le persone che vivono con una dipendenza non possono riempire il vuoto che li ha attratti verso le droghe, e gradualmente aumentano la dose perché il corpo sviluppa una tolleranza alla sostanza. L’euforia energetica oramai non è più sufficientemente alta. 

Certe forme di avarizia funzionano in modo simile alla dipendenza. L’avarizia e l’uso di droghe attivano vie di piacere simili nel cervello, come dicono molti ricercatori. Come era da attendersi, la dipendenza dal gioco ha una connessione particolarmente forte con l’avarizia. In entrambi i casi, la sensazione di piacere proviene dal processo di ricerca della ricompensa, non solo del risultato finale. 

L’avidità, come la dipendenza, è spesso un modo di affrontare problemi di salute mentale non risolti. Quando ottengono una ricchezza o un successo incredibili, le persone con insicurezze profonde aspirano a sentire che finalmente sono sufficientemente buone, o almeno migliori dei loro simili. Il meccanismo è simile al modo in cui le sostanze possono fornire sollievo temporaneo al dolore emozionale e fisico. 

Una persona consumata dall’avidità si fissa completamente sull’oggetto della sua cupidigia. La vita si riduce a poco più che una ricerca per accumulare il più possibile di quello che anela. Malgrado abbia coperto tutte le necessità ragionevoli ed ancora di più, quella persona è incapace di adattarsi e riformulare i suoi impulsi e desideri. 

Se la persona si vergogna della sua avidità, può nasconderla proiettando un’immagine di dignità. Per esempio, qualcuno che anela potere, può fare credere agli altri (e, alla fine, forse anche a se stesso) che quello che realmente vuole è aiutare gli altri o un’organizzazione, mentre allo stesso tempo si oppone a coloro che, come lui, anelano il potere e la fama. 

L’avidità, come uno dei peccati capitali, ha serie conseguenze in tutte le aree della nostra vita spirituale. È una fonte di pensieri e desideri inutili ed ossessivi; l’avidità distrugge anche la carità, deviando la nostra vita da Dio ed allontanandola dal suo servizio e dall’amarlo nelle altre persone. Man mano che l’avidità dirige tutta la nostra energia ed attenzione al compimento dell’io, i suoi oggetti si trasformano nei nostri falsi dei e finiscono per consumarci. 

Quando riempiamo un bicchiere con dell’acqua, spostiamo l’aria. L’avidità è così. Allora, la domanda fondamentale che ci si deve fare rispetto all’avidità è: Da che cosa mi sta separando? 

L’avidità ci allontana dalla nostra coscienza filiale, occultando la nostra vera identità di figli di Dio. Tutta l’energia ed il tempo dedicati a piegarsi davanti ai desideri e ad  etichettarli come necessità, tutto lo sforzo per convertire i lussi in cose indispensabili, ci porta a credere che siamo solo quello che abbiamo. Al contrario, San Paolo ci dice che non c’è spazio per la distinzione tra greci ed ebrei, tra circoncisi o incirconcisi, o tra barbari e sciiti, schiavi ed uomini liberi. Gesù chiama l’uomo ricco “stolto”, una parola usata nell’Antico Testamento per qualcuno che si ribella contro Dio, o l’ha dimenticato (Salmo 14, 1) ed il sintomo più ovvio è l’eliminazione del pensiero della morte. 

Chi idolatra il denaro diventa veramente paranoico; non vive in un mondo reale, bensì in un altro che ha costruito per se stesso e si immagina come eterno. Dimentica “la misura della sua vita e quanto breve sia la vita”; non tiene conto che “…. solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l’uomo che passa; solo un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga” (Salmo 39, 5-7). 

Inoltre, l’avidità c’impedisce di fare connessioni. Sposta l’unica cosa nella vita che realmente importa  e rende possibile la nostra missione, cioè le relazioni d’amore. 

L’avidità mette i nostri simili alla fine della lista per dedicar loro tempo ed attenzione. I genitori relegano i loro figli, mentre essi “costruiscono per il loro futuro”, accumulando lussi… quando l’unico lusso che realmente i bambini vogliono sono i loro genitori. L’avidità costruisce muri. Le relazioni fanno sì che la vita abbia senso. Solo una relazione adeguata con Dio, con gli altri e con noi stessi, può darci soddisfazione e felicità. Una delle ragioni principali della nostra infelicità nella vita è la disunione nella nostra famiglia, sul posto di lavoro e nella comunità. 

La cruda verità è che, perfino quando abbiamo status, potere, denaro ed i lussi della vita, non siamo molto più felici. In realtà, un aumento in status, il potere, la ricchezza ed il lusso non portano un aumento corrispondente nella felicità. Possono darci qualche soddisfazione, ma non la vera allegria. C’è un limite alla soddisfazione che il potere, il denaro ed il lusso possono offrire ad una persona. Una volta che si capisce quel limite, l’avidità comincia a prendere il controllo della nostra vita. Ci sentiamo sempre più insoddisfatti e alla fine quell’avidità distruggerà la nostra felicità e la nostra pace. 

Dato che l’avidità c’impedisce di avere una visione più ampia, poiché c’impedisce di comunicare con noi stessi e con Dio, è fortemente condannata da tutte le principali tradizioni religiose. 

Per il buddismo, l’avidità ci allontana dalla strada dell’illuminazione. Nella tradizione cristiana, si intende come una forma di idolatria che cambia l’amore di Dio con l’amore per se stessi e per le cose materiali o per certi sentimenti, rimpiazzando le cose eterne con le cose temporanee. 

Questo abbandono delle cose più elevate è la madre di ogni peccato. Per San Paolo, l’avidità è la radice di ogni male ( 1Tim 6, 10). In maniera simile, nel Bhagavad Gita indù, Krishna chiama l’avidità un gran distruttore ed il fondamento del peccato: 

È l’avidità quella che fa sì che gli uomini commettano peccato. Dall’avidità procede l’ira; dall’avidità fluisce la lussuria, ed è dall’avidità che vengono la perdita di giudizio, l’inganno, l’orgoglio, l’arroganza e la malizia, così come la vendetta, la sfrontatezza, la perdita di prosperità e della virtù, l’ansietà e l’infamia, l’avarizia, l’avidità, il desiderio di ogni tipo di atti impropri, l’orgoglio della nostra origine, l’orgoglio della conoscenza, l’orgoglio della bellezza, e della ricchezza, la mancanza di pietà verso tutte le creature, la malevolenza verso tutti… 

Nel testo del Vangelo di oggi vediamo come l’insensatezza causata dal denaro e dal potere si scopre facilmente nel fatto che, in presenza della morte (la divisione dell’eredità si produce dopo una sparizione), l’avidità elimina il pensiero della morte. Cristo non disprezza mai i beni di questo mondo, ma avvisò del pericolo di trasformarsi in schiavi di essi. 

Intorno al 220 a. C. un uomo saggio viveva a Gerusalemme. Si chiamava Ecclesiaste (Qoélet), cioè, colui che riunisce l’assemblea. Vive in un’epoca caratterizzata dal benessere e dalla fioritura di un’attività economica considerevole. 

Qoélet osserva con attenzione e disinteresse questo movimento agitato della gente, riflette e si domanda: vale la pena, o è voler afferrare il vento? (Eccle 2, 11) E la conclusione è sempre la stessa: alla fine, senza distinzione, tutto viene strappato loro. 

Allora che cosa dobbiamo fare? Smettere di lavorare, non impegnarsi con niente? Mangiare, bere, divertirsi e non pensare agli altri? 

Qoélet consiglia ai suoi discepoli un piacere salutare di quello che offre la vita. Tuttavia, lascia in sospeso le questioni fondamentali sul senso della vita. Sarà Cristo che aprirà nuovi orizzonti ed insegnerà a non preoccuparsi per la vanità, a non voler afferrare il vento.

L’avidità non è una passione nuova, ma nel nostro mondo di oggi prende nuove forme, e ciò è dovuto principalmente all’individualismo moderno. 

Dalla prospettiva della salute mentale, il crescente individualismo è perturbatore. Le ricerche fatta sulla salute mentale indicano che l’appoggio sociale, le reti sociali e l’integrazione comunitaria agiscono in modo da attenuare le malattie mentali e migliorare la salute mentale. Al contrario, l’individualismo intenso conduce generalmente a un maggior isolamento, a più solitudine e a più alienazione. 

Oggigiorno, le manifestazioni di individualismo sono dappertutto. L’auge dell’individualismo si è sviluppato in parallelo con la perdita dalla fede e la fiducia nelle istituzioni; e questo modo di vedere il mondo non dà segni di attenuarsi. Giorno dopo giorno, stiamo sperimentando un’espansione graduale ma generalizzata dell’autonomia individuale e l’aumento della fiducia nel giudizio personale. 

E come Mosè Naím sostiene nel suo libro Il fine del potere, la classe media in molte nazioni ed in un mondo più mobile stanno contribuendo ad uno spirito dominante dell’individualità. È probabile che questa erosione del potere ufficiale e la scalata dell’autogoverno accelerino nel futuro. 

Questa è la visione di San Giovanni Paolo II: Quando Dio Jahvè dice che “non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18), afferma che da “solo” l’uomo non realizza totalmente questa essenza. La realizza soltanto esistendo “con qualcuno” – e ancor più profondamente e più completamente: esistendo “per qualcuno”. (9 gen 1980). 

Oggi, nella parabola del Ricco stolto, Cristo illustra gli effetti dell’avidità e del suo inseparabile individualismo. 

Il protagonista è una persona impegnata, sapiente, ottiene risultati eccellenti ed è anche benedetta da Dio. Gesù non dice che si sia arricchito commettendo ingiustizie e furti. Bisogna supporre che sia anche onesto. Avendo raggiunto il benessere, decide di ritirarsi per un meritato riposo. In che cosa si sbagliò quel fattore? Perché lo si chiama stolto? 

Vive tra la gente, ma non la vede. Non ha tempo, né energia, né pensieri né sentimenti dedicati alle persone. Nella sua mente, non c’è posto per la sua famiglia, i suoi lavoratori, certamente neanche per Dio. Le sue proprietà sono l’idolo che ha creato un vuoto intorno a lui e ha disumanizzato tutto. 

Qualcosa in lui si rompe perché non ha equilibrio interiore, ha perso completamente l’orientamento ed il significato della vita. Cristo introduce la voce di Dio nella parabola per mostrare ai suoi ascoltatori quali siano i veri valori ai quali vale la pena aspirare nella vita, e quali sono gli effimeri ed ingannevoli. 

Il giudizio di Dio è duro: Chi vivi per accumulare proprietà è uno stolto! Allora è cattiva la ricchezza? In nessun modo. Gesù non la condannò mai; non chiese mai a nessuno di disprezzarla, ma avvisò dei gravi pericoli che nasconde. 

L’ideale di un cristiano non è vivere una vita miserabile. Alla fine della parabola si indica l’errore commesso dal ricco agricoltore. Non si condanna perché ha prodotto molti beni, ha lavorato duramente, si è impegnato, bensì perché “ha accumulato per se stesso” e “non si è arricchito davanti agli occhi di Dio”. 

Gesù Cristo non minaccia chi ha una grande ricchezza, bensì chi l’accumula per se stesso. Si può avere anche solo un po’ di denaro ed avere “cuore di ricco”. 

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