Seminare contro ogni logica umana

di p. Luis Casasús, superiore generale dei missionari identes. Commento al Vangelo del 17-11-2017, XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Libro di Malachia 3, 19-20; 1° Tessalonicesi 3, 7-12; Luca 21, 5-19)

  1. Dobbiamo riconoscere che la nostra vita è una lotta costante tra le forze del bene e del male, tra la fede e le nostre esperienze della vita.

Come dovremmo intendere le parole di Gesù di oggi?: …Metteranno a morte alcuni di voi; (…) Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime.

Solo quando comprendiamo che la vera battaglia e la vittoria è del Signore.

Allora, quando affrontiamo le lotte della vita, quando siamo battuti possiamo riprenderci perché, in Cristo, la nostra vittoria è già conquistata.

Questa è l’impressione paradossale che condividiamo nel nostro Esame Mistico quando raccontiamo le nostre esperienze delle prime quattro Beatitudini: quando sentiamo la serena bontà dei poveri di spirito, la forza dei miti, la gioia spirituale di coloro che piangono e la pienezza. di coloro che hanno fame e sete.

Nella Prima Lettura, vediamo lo stesso messaggio, ma col linguaggio drammatico dell’Antico Testamento. Annunciando disastri e catastrofi, i profeti volevano enfatizzare l’amore appassionato di Dio per il suo popolo sofferente. La gente che viveva in una società dove aumentavano il furto, l’inseguimento e la violenza contro i deboli, non aveva bisogno di rimproveri, bensì parole di consolazione e speranza: …Sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici.

Questo è particolarmente rilevante ai nostri giorni, dove siamo testimoni di molti mali sociali che colpiscono la società, come il consumo di droghe; la cultura della morte; le ideologie moderne che rifiutano il concetto di famiglia basato sul matrimonio; il divario ogni volta maggiore tra ricchi e poveri; le violazioni dei diritti umani; ed i problemi dell’emigrazione.

Se a questo aggiungiamo il materialismo, l’individualismo e la degradazione morale del terzo millennio, a volte ci domandiamo se c’è ancora un futuro per l’umanità.

Non abbiamo nessuna ragione per credere che le cose cambieranno o miglioreranno o che il regno di Cristo progredirà senza ostacoli.

Il fuoco che distruggerà “ogni male” è lo Spirito che è stato inviato, e la sua Parola, il suo Vangelo che ha già cominciato a rinnovare la faccia della terra.

Il nuovo mondo è il regno di Dio che è già tra noi, anche se dobbiamo sperare fino alla fine per vedere il trionfo completo del bene nel cuore di ogni persona.

Quando Cristo dice: Neppure un capello del vostro capo perirà, non sta promettendo di proteggere i suoi discepoli da qualunque disgrazia o pericolo. I cristiani perderanno le loro proprietà, il lavoro, la fama e a volte anche la vita, a causa del Vangelo. Tuttavia, nonostante che sembri il contrario, il regno di Dio continuerà ad avanzare. “I capelli della nostra testa” sono le azioni giornaliere apparentemente insignificanti che facciamo nel Suo nome: nessuno di essi si perderà, lo Spirito Santo farà un buon uso di essi.

Coloro che si sono sacrificati per Cristo possono non mietere i frutti del bene che hanno seminato, ma devono coltivare la gioiosa certezza che i frutti saranno abbondanti. In questo mondo, il valore del loro sacrificio non sarà sempre riconosciuto. Saranno dimenticati, magari maledetti, ma Dio darà loro la ricompensa nella resurrezione dei giusti. A causa della nostra mancanza di pazienza, molto simile ai primi discepoli, domandiamo a Dio o a noi stessi: Quando accadrà questo? E quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?

Ma dimentichiamo che il principale compito dello Spirito Santo si porta a termine nel nostro cuore, frafforzando la nostra pazienza nell’avversità.

Nel libro Un giorno nella vita di Iván Denisovich, di Alexander Solzhenitsyn, Ivan soffre tutti gli orrori di un campo di prigionia sovietico. Un giorno sta pregando con gli occhi chiusi quando un prigioniero l’osserva e dice, burlandosi di lui: Le tue preghiere non ti aiuteranno ad uscire prima da qui. Aprendo gli occhi, Ivan risponde: Non prego per uscire dalla prigione, bensì per riuscire a compiere la volontà di Dio. Gli ultimi tempi non sono quelli che arriveranno tra milioni di anni, bensì quelli nei quali viviamo ora, l’arrivo progressivo e permanente del regno di Dio.

  1. Che cosa è la pazienza? È molto facile e frequente dire ad una persona che è malata o che sta passando momenti difficili: devi avere pazienza. Ma la nostra pazienza umana ha un limite e dobbiamo coniugare la nostra buona volontà e l’aiuto di Dio, il nostro sforzo ascetico e la grazia che riceviamo: Io stesso darò loro lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere.

Dal punto di vista della vita ascetica, del nostro sforzo, vediamo che la pazienza ha due dimensioni complementari, come le due facce della stessa moneta: perseveranza dello sforzo e consistenza in quello sforzo.

La perseveranza dello sforzo si riferisce alla capacità di lavorare duramente perfino di fronte a contrattempi, mentre la consistenza nello sforzo significa abbracciare un obiettivo specifico, per anni, lungo la nostra vita, senza cambiare e seguire un nuovo obiettivo che potrebbe sembrare più facilmente raggiungibile.

Un cambiamento per tutta la vita non si produce istantaneamente, bensì a partire da scelte positive ripetute. Qualcosa di delicato, come l’acqua, può cambiare completamente la superficie dei continenti. I nostri cuori, a volte, possono essere come la pietra: duri, ostinati, inamovibili, intorpiditi. Ma se cominciamo con scelte semplici e facciamo uno sforzo cosciente per avanzare tutti i giorni, qualcosa di tanto delicato come l’amore e la grazia, la misericordia o il perdono, potranno penetrare nei nostri cuori.

Ovviamente, sappiamo per esperienza che la perseveranza e la consistenza (e il suo deterioramento) cominciano nei nostri pensieri e desideri.

Non abbiamo bisogno di convincerci che la pazienza spirituale è sinonimo di orazione continua. È per questo che si è detto che la perseveranza non è una corsa lunga, bensì molte corse brevi, una dietro l’altra. Lo riconosciamo perfino nei nostri impegni quotidiani. I direttori delle organizzazioni lo riconoscono come il tratto centrale che cercano nell’assumere impiegati. Gli atleti attribuiscono a questa perseveranza il successo nelle loro gare, insistendo nel dire che il trionfo arride spesso a quelli che perseverano, più che ai molto dotati.

Nel 1968, John Stephen Akhwari, un maratoneta della Tanzania, fu uno dei quattro atleti inviati in Messico alla ricerca della prima medaglia olimpica per la Tanzania. Nell’apogeo della corsa, ebbe un crampo muscolare, a causa della grande altitudine della città. Non si era mai allenato a quell’altitudine nel suo paese. In un altro momento della corsa, Akhwari cadde gravemente ferendosi il ginocchio e slogandosi l’articolazione.

Considerando la gravità delle sue ferite, gli chiesero ripetutamente di abbandonare la corsa, ma egli si rifiutò di farlo. Benché il suo corpo fosse esausto e cadde varie volte, la sua perseveranza nel voler finire la corsa lo portò fino all’arrivo. Sebbene né Akhwari, né i suoi compagni ritornarono a casa con una medaglia, la sua perseveranza portò alla sua patria un lascito che avrebbe ispirato milioni di persone a perseverare nella corsa della vita senza preoccuparsi delle sfide che il mondo avrebbe presentato loro.

Un cambiamento duraturo del cuore non è un unico evento trasformatore, bensì piuttosto qualcosa di semplice, ma permanente che ha luogo nel tempo, forse con alti e bassi, successi e sconfitte. È per questo motivo che la pazienza è tanto importante e questo spiega l’insistenza di Gesù nel Vangelo di oggi, nel voler preparare gli apostoli ad avvenimenti inaspettati e sconvolgenti come la distruzione del Tempio o le dolorose persecuzioni. Certamente il significato di “pazienza” è sapere come sopportare la sofferenza.

Un cambiamento non è una decisione unica; è una catena di decisioni. Quando facciamo una buona scelta, quello ci cambia per poter migliorare. Apre anche i nostri cuori e le menti per migliori scelte future, per nuove grazie e per l’ispirazione.

Questo ci permette di capire perché la consistenza nello sforzo è un componente della pazienza. Tutti sperimentiamo la tentazione psicologica, morale e diabolica di distrarci, fermarci e cominciare a odorare i fiori lungo il cammino. La pazienza spesso significa posporre la comodità o i desideri immediati a beneficio del successo a lungo termine, per fare quello che è giusto e buono per noi a lungo termine, non quello che ci sembra bello fare in quello stesso momento.

Ma c’è di più. La pazienza può e deve crescere. Questo è a quello a cui gli psicologi si riferiscono come la mentalità di crescita, quello che significa che la nostra intelligenza e i talenti sono qualcosa che si può sviluppare, invece di essere qualcosa di fisso e permanente.

La pazienza è qualcosa in cui possiamo migliorare, qualcosa che possiamo praticare e coltivare. E questo ci porta al nostro ultimo punto.

  1. La dimensione mistica della pazienza ci mostra che questa cresce attraverso la risposta dello Spirito Santo ed anche che può contagiare e incoraggiare gli altri.

È difficile trovare un maggiore esempio di sofferenza paziente di quello di Giobbe. C’insegna che per la sofferenza Dio ha alcune intenzioni più elevate del castigo del nostro peccato. Ancora di più, come ci ricordano le Beatitudini, lo stesso Spirito Santo è colui che ci rende non solo pazienti, ma anche allegri nella difficoltà e nel pericolo: Rallegratevi ed esultate! Avranno una grande ricompensa in cielo.

Una buona ragione per essere perseverante è che possiamo usare la sofferenza e la persecuzione come un’occasione per dare testimonianza. Nonostante le forze insidiose che agiscono nel mondo, ci sono molte persone che, come San Paolo, osano andare contro la mentalità del mondo e difendere il Vangelo, per trasformarsi in un esempio da seguire, come ci dice oggi.

Un’altra ragione per la quale la pazienza è importante per un apostolo è che ha, per sua natura, la capacità di rafforzare la perseveranza del nostro prossimo:

Giovanni aveva 15 anni quando gli diagnosticarono la leucemia. I medici gli dissero che le sue possibilità di sopravvivenza erano scarse e che avrebbe dovuto sopportare tre anni di chemioterapia. Gli effetti secondari sarebbero stati severi. Sarebbe rimasto calvo ed il suo corpo si sarebbe gonfiato. Era troppo pensare che un ragazzo di 15 anni riuscisse a sopportarlo e la diagnosi fece cadere Giovanni in una depressione profonda. Sua zia cercò di incoraggiarlo ed inviò alcuni fiori nella stanza dell’ospedale. Disse all’impiegata del negozio che i fiori erano per suo nipote che stava lottando contro la leucemia.

Quando i fiori arrivarono all’ospedale, c’era un biglietto che l’impiegata del negozio aveva aggiunto. Diceva: Giovanni: ho preso io la tua richiesta. Lavoro come fiorista. Ho avuto la leucemia quando avevo 7 anni. Ora ne ho 22. Buona fortuna. Il mio cuore è con te. Sinceramente, Laura. Giovanni era circondato da materiale ospedaliero di ultima generazione e dai migliori medici del paese, ma fu il biglietto di una impiegata di 22 anni che riceveva un salario minimo, quello che gli diede consolazione e la volontà di continuare in mezzo alle sue prove.

Sappiamo che il male non viene mai da Dio, ma si trasforma sempre in un’occasione affinché le opere di Dio si manifestino nella nostra purificazione e nella pazienza che Egli è disposto a darci. Non si possono avere vittorie senza battaglie; non si possono avere alti picchi di montagne senza valli profonde.

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