di p. Luis CASASUS, Superiore Generale dei missionari Identes.

New York, 4 ottobre 2020 | XXVII Domenica Tempo Ord.

Isaia 5, 1-7; Lettera Filippesi 4, 6-9; San Matteo 21, 33-43 

Il Nuovo Testamento e lo stesso Cristo usano molte immagini per mostrarci che cosa sia la Chiesa, o che cosa sia il regno dei cieli. Si menzionano le analogie con il corpo, con la vigna… e con un edificio. La parte finale del Vangelo di oggi parla di quest‘ultimo. 

Potremmo dire che, se vogliamo una vigna prospera, abbiamo bisogno di uno steccato o un muro ed una torre…. si finisce sempre parlando di costruzione. 

La metafora dell’edificio è più sottile di quello che sembra. In primo luogo, si riferisce ad ogni essere umano e, in secondo luogo, al popolo d’Israele, nel quale siamo rappresentati tutti noi, i privilegiati che abbiamo ricevuto la parola di Dio. 

Il Vangelo ci dice che siamo pietre vive. Le pietre di un muro non possono immaginare come sono le altre pietre più sotto che le sostengono. Forse mai le conosceranno, ma almeno devono riconoscere che senza di esse non potrebbero reggersi. Senza l’esempio, gli insegnamenti o perfino lo scandalo degli altri, non avremmo una visione chiara della nostra missione. Così è come lo dice San Pietro: Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. (1Pt 2, 5). 

Dicendo che siamo pietre vive, ci viene rivelato il carattere dinamico e plasmabile della nostra anima e del nostro carattere. Non siamo formati solo dai nostri geni e dall’educazione, ma anche dall’interazione continua con molte persone. La cosa più importante è che tutte queste interazioni rappresentano un’opportunità, utilizzata sempre dallo Spirito Santo per trasformarci e purificarci. 

Le nostre vite sono edifici incompiuti, e chiunque passa mette un blocco sulla parete o aggiunge una decorazione. Molta gente ci tocca ogni giorno, in ogni tipo di contatti, nelle amicizie, nelle e-mail, in riunioni fugaci… ed ognuno di essi costruisce qualcosa sulla parete della tua vita, sia essa qualcosa che migliorerà la decorazione della tua personalità, o qualcosa che la rovinerà e la danneggerà. Chiunque si avvicina a noi, che ci dice una parola, che ci raggiunge anche in forma remota con la sua influenza, lascia qualcosa nel nostro carattere. Possiamo pensare al nostro carattere come ad una dura roccia che sta nella spiaggia, ma modellata dalla pressione delle onde. 

Così, possiamo immaginare quanto sia difficile conquistare l’unità e la pace dentro di noi stessi. Di fatto, senza l’aiuto divino, è impossibile. Questo spiega perché oggi Cristo ci ricorda con la parabola dei vignaioli iniqui che solo Lui può dare unità, direzione e senso alla nostra anima e alla nostra vita. Egli è certamente la pietra angolare non solo della Chiesa, ma anche della nostra anima e del nostro carattere. Pertanto, quando parliamo della nostra relazione con Lui, diciamo che è una orazione essenzialmente unitiva

Qualunque altro tipo di armonia o pace risulterà insufficiente o perfino ingannevole e ci disorienterà. Il versetto che viene immediatamente dopo il Vangelo di oggi, accuratamente rifiutato dal Lezionario per la sua apparente crudeltà, riflette come qualunque idolo, qualunque “Torre di Babele”, qualunque tentativo di rimpiazzare il cielo con un’opera puramente mondana, è condannato al fallimento e a non avere futuro: Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà (Mt 21, 44). 

Al contrario, quando ci lasciamo portare dal Suo modo di amare, nonostante la nostra debolezza e poca forza, il risultato è qualcosa che rimane per sempre, come una umile ma necessaria pietra che sarà un luogo di pace che si trasmetterà oltre il nostro breve passaggio per questo mondo. Questa è la promessa che ci viene fatta nella Seconda Lettura: La pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. Questa piccola storia lo riflette bene: 

In Europa centrale, molti secoli fa, si stava costruendo una cattedrale. Un giorno un anziano, piegato dal peso degli anni, venne e pregò che gli si permettesse di fare qualche lavoro nel grande edificio. Il maestro architetto non pensò che l’anziano potesse fare alcun lavoro importante a causa della sua debolezza. Ma per compiacerlo gli diede qualcosa da fare nel soffitto a volta. Giorno dopo giorno l’anziano lavorava tra le ombre. 

Una notte ci si accorse della sua mancanza – non scese – e gli uomini lo trovarono morto vicino alla sua opera completata, il viso scolpito di qualcuno che aveva amato molto prima. Quando l’edificio terminò e la gente venne da lontano e da vicino per ammirarlo, trovarono quel viso che era tanto nascosto tra le ombre che solo una volta al giorno, quando la luce del sole lo toccava, si poteva vedere chiaramente. Ma era tanto bello che i visitatori aspettavano di vederlo fino a che la luce cadeva su di esso, e dopo dicevano: Questo è il lavoro più nobile di tutta la cattedrale. Solo l’amore poté farlo. 

Il nostro amore deve essere tanto simile a quello di Cristo che quando il nostro compito sarà finito (ma forse anche prima), il mondo vedrà che abbiamo messo il viso del Maestro nella piccola pietra che è ognuno di noi. Non sempre ce ne rendiamo conto, ma Dio ci usa per trasmettere la sua pace. Per questo motivo San Paolo osa dire oggi ai Filippesi: Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi!

Siamo chiamati a coltivare innanzitutto tratti teneri, amichevoli e rispettosi davanti a tutto il mondo.  Di fatto, una delle manifestazioni dello Spirito Evangelico, nel modo in cui costruiamo la nostra orazione (e pertanto la nostra relazione con gli altri) è lo sviluppo di nuove dimensioni d’amore nel nostro comportamento. Questo è il contenuto essenziale del dono della pietà. Quando la nostra orazione si traduce chiaramente in nuove dimensioni d’amore, fede, gioia e benedizioni per gli altri, dobbiamo concludere che questo è quello che fece il Signore ed offrire a Dio la nostra lode. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere (Mt 7, 20). 

Questa parabola ci mostra un aspetto della giustizia divina che può passare inosservato.  Alla fine della sua esposizione, Gesù chiede l’opinione dei suoi ascoltatori. La risposta è in linea con la giustizia del mondo: Il padrone della vigna farà morire miseramente quei malvagi. Ma Cristo ci rivela che il desiderio del nostro Padre celestiale non è condannare qualcuno, bensì portare a termine il suo piano di salvezza, anche se molti di noi ci siamo negati a collaborare nel modo in cui Lui lo ha chiesto. Così, conclude: Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare. La buona notizia è che, nonostante tutti i nostri rifiuti, Dio trova sempre alla fine la strada per riuscire nel suo proposito ed ottenere il frutto buono che desidera. 

Se la vera unità nella nostra anima è un compito colossale, possibile solo allo Spirito Santo, allora l’unità tra noi non risulta più semplice. Nelle famiglie, tra i gruppi sociali, nelle comunità religiose, o tra le nazioni, il frutto più abbondante e più facilmente visibile è … la divisione. 

Un uomo chiamato Miguel, appena arrivato in città, andò in chiesa. Tutto il mondo lo saluta come un amico che non si vedeva da tempo. C’è un’aria di calore e di benvenuto. Arriva il momento di ricevere la comunione. Improvvisamente, si scatena il caos. Metà dell’assemblea canta. Metà rimane in silenzio. La metà che canta incomincia a gridare agli altri: Ignoranti! non sapete che dopo essersi comunicati bisogna rendere grazie con un cantico?”  L’altra metà grida: “Eretici! Nessuno vi ha insegnato che dopo essersi comunicati bisogna pregare in raccoglimento e silenzio?” Alla fine, il rumore diminuisce e la cerimonia finisce in pace. La stessa cosa succede la settimana seguente, e la seguente ancora, fino a che Miguel non potè più sopportarlo. 

Andò in un paese vicino, dove viveva un parroco anziano, pacifico ed educato che domandò a Miguel che cosa poteva fare per lui. Miguel dice: “Padre, ho bisogno di un orientamento in un tema di liturgia. Mi dica, dopo avere ricevuto la comunione, dobbiamo cantare?” Il sacerdote pensa, si accarezza la barba, scuote la testa e dice: “No, quella non è la tradizione”. “In tal caso, dice Miguel, dopo essersi comunicati, dobbiamo stare in silenzio assoluto?” “No”, dice il sacerdote, “quella non è la tradizione”. “Padre”, dice Miguel, “deve aiutarmi su questo punto. Nella mia chiesa, la metà dell’assemblea canta, l’altra metà osserva il silenzio, ed incominciano a gridare gli uni contro gli altri”. Il sacerdote sorride, annuisce con la testa e dice: “Sì! Quella è la tradizione”. 

Per molto che ci sforziamo, la vera unità non si ottiene mediante l’accordo tra le parti, il dialogo sincero o tonnellate di pazienza. O è un’unità superficiale e formale, o presto crolla. Per questo Gesù si presenta come la pietra angolare, come quella soluzione che era stata ignorata o, peggio ancora, disprezzata dai costruttori. 

La pietra angolare di una struttura unisce due parti separate di un edificio. L’analogia della pietra angolare è estremamente appropriata: 

* È una pietra (che ha la nostra stessa natura), qualcuno come tutti noi. 

* Sta tra noi; non è un elemento esterno alla nostra vita, è parte dell’edificio.  

* Ci permette di capire che siamo complementari, questa non è più un’opzione: senza l’appoggio di una parete, l’altra precipita. 

* La pietra angolare è oggi realmente rifiutata da noi, da te e da me. Non crediamo pienamente nella sua autorità, che ha qualcosa da dirci in ogni momento. Così come la pietra angolare sopporta il peso e le tensioni di una costruzione, anche noi dobbiamo mettere le nostre preoccupazioni in Cristo, sicuri che avremo una risposta su come parlare, come tacere e come avvicinarci al nostro prossimo. Altrimenti, ci spezzeremo sotto la pressione. Se voglio avere una relazione intima che realmente supponga una differenza per il mio prossimo, devo avvicinarmi a lui tenendo la mano di Cristo. Egli è colui che può unire gli elementi di una costruzione. Per questo motivo Gesù si preoccupava tanto se i suoi discepoli e “la gente” avessero capito che egli era il Cristo, profondamente unito al nostro Padre e pertanto che avrebbe potuto servirci da guida e pietra angolare in ogni momento. 

Come ricordava il Papa San Giovanni Paolo II nella Giornata Mondiale della Gioventù del 2002, solo Cristo è la pietra angolare sulla quale è possibile costruire saldamente la propria esistenza. Solo Cristo – conosciuto, contemplato ed amato – è l’amico fedele che mai ci delude, che si converte nel nostro compagno di viaggio, e le cui parole danno calore ai nostri cuori. 

Un’ultima osservazione. Notiamo che la parabola è diretta a coloro che sono le guide spirituali del popolo, a coloro che, come te e me, è stato dato il compito di aiutare gli altri a sviluppare il meglio di se stessi, a dare i migliori frutti. 

La parabola insiste sul fatto che il padrone della vigna ha disposto tutto accuratamente, affinché si producessero le migliori uve. Non chiede l’impossibile. La Prima Lettura ce lo descrive così. Ma questo non avviene. Le piante non appaiono come colpevoli, piuttosto sono gli affittuari che cercano di impadronirsi della vigna invece di servire il loro padrone. Il padrone della vigna ha espresso chiaramente la sua volontà e i suoi desideri, ma è stato ingannato e disprezzato. Da parte nostra, siamo sempre disposti ad ascoltarlo? 

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