Un incontro lungo il cammino

di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei Missionari Identes
Commento al Vangelo dell’14-07- 2019 Quindicessima Domenica del Tempo Ordinario (Deuteronomio 30, 10-14; Colossesi 1, 15-20; Luca 10, 25-37).

«Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?» Questa è la domanda che il rabbino, un dottore della Legge, fece a Gesù nel Vangelo di oggi. È un’eccellente domanda che realmente dobbiamo fare a Dio tutti i giorni. Ovviamente, una cosa è fare la domanda, un’altra ricevere la risposta ed un’altra ancora è implementare la risposta nella mia vita. «Va’, e fa’ anche tu la stessa cosa»: non è sufficiente il sapere. È la nostra vita quella che prova se abbiamo assimilato o no la parola di Gesù.

Quella domanda sulla vita eterna è davvero universale. Ricordiamo che un giovane ricco (Mc 10, 17-30) fece quella stessa domanda quando Cristo stava facendo il suo viaggio a Gerusalemme, in cammino verso la morte, per dare la sua vita per tutti gli uomini e donne di tutti i tempi. Nel testo di oggi, forse quell’avvocato ecclesiastico stava cercando di sconcertare Gesù, ma la sua inquietudine sta mettendo in rilievo qualcosa che ognuno di noi sente profondamente, un forte e profondo desiderio di pienezza di vita, di vita eterna. Almeno, quel dottore della legge andò alla fonte adeguata con la sua domanda. Con quale frequenza noi non ricorriamo a Gesù perché realmente… non vogliamo sapere la verità?

In ogni caso, la domanda è appropriata ed opportuna perché non parla di “merito”, bensì di “eredità”. La vita eterna non si guadagna; la riceviamo in modo completamente gratuito. Paolo lo proclama con forza nella Seconda Lettura, dove insiste con i colossesi che la salvezza, la vita eterna, non proviene dalla legge, bensì dal perdono dei peccati ottenuto per la fede nella morte e resurrezione di Cristo. Dalla prigione, egli proclama che Cristo è il primo nella nuova creazione, perché conquistò la morte e ci aprì il cammino verso Dio. Così facendo ha sottomesso sotto il suo potere le forze invisibili dell’oscurità, gli spiriti misteriosi che i colossesi temevano.

E noi? Benché al giorno d’oggi non crediamo nelle forze invisibili che spaventavano i colossesi, siamo anche noi vittime della paura. Puoi chiamarla ansietà davanti alle difficoltà che si presentano ogni giorno, preoccupazione o stress, ma reagiamo davanti a queste realtà in un modo che ci separa dalle persone vicine, che sono ferite, e quindi finiamo per assomigliare al Sacerdote e al Levita della parabola di oggi. Paradossalmente, il preparare un’omelia, una chiacchierata o una lezione spirituale, lavorare faticosamente per il bene della famiglia o della comunità ed organizzare molte riunioni indispensabili, potrebbe renderci insensibili alle necessità emozionali e spirituali dei fratelli vicini a noi. Forse non vogliamo metterci nei problemi o avere mali di testa, o forse non abbiamo tempo da perdere…

La paura ci attacca da tutte le parti, in molti modi e in ogni momento. Gli effetti della paura sono di grande portata e dannosi per la crescita spirituale, ma colpiscono anche la nostra vita apostolica. Possiamo avere paura di affrontare nuove opportunità e nuove iniziative, temere il fallimento ed il rifiuto, temere le incertezze, gli incidenti e le malattie, temere le persone, di perdere il nostro status,…

Solo la presenza di Gesù può calmare le nostre ansietà e permetterci di professare con S. Tommaso: Signore mio e Dio mio (Gv 20, 28). Cristo sa che ognuno di noi, come i primi apostoli, ha la sua stanza segreta e le sue porte chiuse.

Molti di noi, come i colossesi, temiamo Dio perché non lo conosciamo bene.

* Alcuni temono il castigo di Dio. Non dovrebbero stare vivendo con quella paura del giudizio di Dio, perché Cristo ha espiato i nostri peccati e il nostro Padre celestiale è sempre aperto al nostro pentimento.

* Altri temono che Dio ci chieda troppo.

Ma Egli ci offre un giogo dolce e un carico leggero (Mt 11, 28-30), mentre Egli stesso si mette in moto verso Gerusalemme per portare la croce (Lc 9, 51).

C’era una volta una bambina il cui padre era stampatore. Stava stampando la Bibbia. Un giorno, sua figlia trovò un pezzo di carta che era caduto a terra nella sala di corte. Il documento conteneva parole di Giovanni 3, 16, “Dio ha tanto amato il mondo da dare … ” ma mancava il resto del versetto. Ella rimase incuriosita da questa affermazione. La lesse a se stessa più e più volte: “Dio ha tanto amato il mondo da dare … “ Le piacque tanto che lo tenne vicino al suo cuore e lo leggeva tutti i giorni. L’avevano educata a comprendere che Dio era giusto e santo, che odiava il peccato e si arrabbiava col peccatore, ma non aveva mai letto che Dio l’amava tanto da dare … “ benché ella non sapesse esattamente che cosa avesse dato. Questa rivelazione portò tanta allegria al suo cuore che si mise a cantare, e sua madre, vedendo la bambina tanto felice, le domandò: “Che cosa ti succede?” “Oh, mamma, è meraviglioso”, disse, tirando fuori il piccolo foglietto. “Leggi quello che dice… “Dio ha tanto amato il mondo da dare …“. “Dare cosa?”, domandò sua madre. “Non lo so, mamma, ma se Egli mi amò tanto, anche se poi non mi ha dato niente, mai più avrò paura di Lui”.

Il rabbino che domandò a Cristo chi fosse il suo prossimo stava cercando di mettere limiti al suo amore, mettendo barriere o condizioni nel suo amore per il prossimo. Lo Shemá, l’orazione ebrea più importante, ordina di amare il Signore ed il prossimo. Alcuni dottori della Legge dicevano che dovevano amare solo i figli di Abramo, altri estesero questo amore anche agli stranieri che vivevano da molto tempo nella terra d’Israele. Ma tutti erano d’accordo nel dire che i popoli lontani e, soprattutto, i nemici non erano il loro prossimo.

Uno dei sorprendenti insegnamenti della parabola del buon samaritano è che Gesù, senza dirlo esplicitamente, c’insegna che il vero problema NON è determinare quali persone devo considerare come il mio prossimo, bensì come possa io trasformarmi nel loro prossimo, come possa vivere la condotta misericordiosa di Dio. Va’, e fa’ anche tu la stessa cosa.

Questo spiega perché Gesù non dice niente sull’identità dell’uomo che era stato attaccato dai rapinatori. Non sappiamo niente di lui: né l’età, né la professione, né la tribù alla quale apparteneva, né la religione che professava: il samaritano si trasformò nel suo prossimo.

Era un essere umano che aveva bisogno di aiuto. Per Gesù, questo uomo è un simbolo di tutte le vittime di violenza fisica e psicologica.

Nelle nostre società moderne le persone vivono sole, una di fianco all’altra. Una persona ha timore di dare, a causa della paura e delle vecchie ferite, e poi questa persona riceve la stessa risposta che essa ha dato: Il rifiuto produce rifiuto.

Al contrario, come un pastore che cerca disperatamente una pecora perduta, come la donna che cercava ansiosamente la sua moneta perduta, Dio cerca tutti quelli che creano sfiducia, che desiderano infliggere violenza e paura… perfino quelli che pretendono di produrre terrore, in altri esseri umani, sia fisicamente, che emotivamente o spiritualmente.

La Prima Lettura di oggi espone il problema di come conoscere la volontà di Dio. E già il Deuteronomio ci dice che la risposta non sta nel cielo né oltre il mare. Questa è la prima delle due chiavi che ci sono stati date: Una è il Vangelo, la vita personale e l’insegnamento di Cristo, e l’altra chiave si esprime nell’atteggiamento del samaritano: ascoltare il nostro cuore in uno stato di orazione. Quello che Dio vuole è quello che chiede anche il nostro intimo essere. La legge di Dio nasce dalla nostra stessa natura come esseri umani.

Se non permettiamo che i nostri cuori siano accecati dalle passioni, riusciremo sempre a prendere decisioni in accordo con la volontà di Dio. La sua legge, dice il Deuteronomio, non è un’imposizione arbitraria di un Signore, bensì un’espressione di quello che la nostra generosità nascosta (a volte seppellita) ci chiede che facciamo. Questa è una conseguenza della presenza (costitutiva) delle persone divine nel nostro cuore.

Per i cristiani, la Legge è portata alla perfezione nel Verbo Incarnato di Dio che è la rivelazione perfetta del Padre, ed è la Via, la Verità e la Vita. Israele vide la rivelazione della volontà di Dio, e pertanto della sua natura, nella Legge; In maniera simile, i cristiani vedono la rivelazione completa della gloria di Dio in Cristo Gesù: «Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire, ma per portare a compimento (Mt 5, 17).

Il samaritano della parabola generalmente viene chiamato “il buon samaritano”, ma probabilmente aveva i suoi piani, i suoi interessi, le sue mancanze e i suoi peccati. Era un samaritano come gli altri, ma sufficientemente umile per ascoltare la voce di Dio nel suo cuore: … passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.

Molte persone che si presentano come atei (o noi li chiamiamo così) può essere che respingano Dio con parole, ma in realtà non respingono Dio; forse respingono solo la sua falsa immagine, quello che forse vedono in noi, i credenti. I samaritani o atei che amano il fratello e la sorella bisognosi, senza saperlo, stanno adorando e sono ubbidienti al vero Dio. Questa è la ragione per la quale è tanto cruciale incoraggiare i giovani ad essere volontari, a servire in cose semplici, in sintesi, ad uscire da se stessi, a vivere estaticamente.

L’amore cristiano e perfetto non significa dare sempre quello che l’altra persona vuole, cedere instancabilmente e non curare le proprie necessità. Una visione immatura e mondana dell’amore ci caricherebbe con l’obbligo di soddisfare tutte ed ognuna delle necessità dell’altro, eliminare tutto il suo dolore e cedere a tutte le sue esigenze materiali o emozionali. Ovviamente, questo non è l’amore che ci rende liberi ed obbedisce alla volontà di Dio. Ma quando comprendiamo che la divina Provvidenza pone una persona sulla nostra strada, possiamo essere sicuri che Egli ci sta chiedendo di amarla con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima e con tutti i nostri mezzi, così come fece il Samaritano: Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.

Cristo ci parla attraverso gli scritti di San Giovanni Crisostomo:

Non ti sto dicendo di risolvere tutti i miei problemi, di darmi tutto quello che hai, benché io sia povero per amore tuo. Solo ti chiedo un po’ di pane e vestiti, qualcosa che sia di sollievo alla mia fame. Sono carcerato. Non ti chiedo di liberarmi. Solo desidero, per il TUO stesso bene, che tu mi faccia una visita. Quello sarà sufficiente per me e, in cambio, ti farò il regalo del cielo. Ti ho liberato da una prigione mille volte più severa. Ma sarò felice se verrai a visitarmi ogni tanto.

Il testo del Vangelo afferma che il Sacerdote e il Levita passarono per la strada, si imbatterono nella vittima “per caso” o meglio, perché la divina provvidenza dispose così. In molti casi, non dobbiamo andare a cercare il fratello bisognoso. Le circostanze e coincidenze ci fanno incontrare con lui. Se serviamo il nostro prossimo, specialmente coloro che sperimentano qualche tipo di povertà o sofferenza, vedremo il viso di Dio: Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi (1Gv 4, 11-12).

Non si può avere amore per Dio che non si esprima nell’amore per il prossimo. Ma teniamo conto che, anche al contrario, non esiste un amore autentico per il prossimo che non germogli dall’amore a Dio, perché altrimenti sarebbe una forma raffinata e sottile di amor proprio.

La storia del buon samaritano non è semplicemente una descrizione del tipo di vita che dobbiamo portare avanti. Al livello più profondo, è anche un racconto della storia del peccato, della caduta e della redenzione. Tutti noi, come peccatori, siamo l’uomo colpito e lasciato mezzo morto al lato della strada, e non possiamo essere salvati dalla legge o dalla religione o dalle nostre opere, bensì solo da Gesù Cristo e dalla sua grazia.

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