Come dobbiamo pregare?

di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei Missionari Identes
Commento al Vangelo del 28-7-2019 XVII Domenica del Tempo Ordinario (Genesi, 18, 20-32; Colossesi 2, 12-14; Luca 11, 1-13)

Giacobbe era un uomo astuto e imbroglione che visse la maggior parte della sua vita ingannando, discutendo e lottando contro tutti, solo per dire la sua. Ingannò il suo stesso padre Isacco, già anziano e cieco. Ingannò suo fratello maggiore, Esaù, almeno in due occasioni, poi, temendo per la sua vita, fuggì da lui. Andò via molto lontano, si sposò e più tardi, ingannò suo suocero e fuggì da lui.

In realtà, il nome di Giacobbe significa “soppiantatore”, cioè, qualcuno che prende illegalmente qualcosa. Un nome che descrive abilmente questo personaggio. Tutta la sua vita si caratterizzò per lottare con gli altri, per ingannarli e poi fuggire. Una notte, Dio, nella sua grande misericordia, andò a trovarlo. Lo fece nella forma di un uomo o un angelo, ma Giacobbe era un uomo ostinato. Invece di sottomettersi, si mise a lottare con Dio.

Il rivale gli toccò la giuntura dell’anca, e la giuntura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui (Gn 32, 25). Allora Giacobbe smise di lottare. Ora, con la sua lesione e la debolezza messe in rilievo, finalmente si sottomise e chiese di essere benedetto; qualcosa che Dio aveva sempre voluto fare fin dall’inizio per lui. Tutto quello che doveva fare era imparare a fidarsi di Dio e sottomettersi a Lui con fede, invece di lottare, ingannare o fuggire.

Dio lo benedisse e gli diede un nuovo nome: Israele. Non era più Giacobbe, l’ingannatore. Rinasce come un uomo nuovo, con una nuova identità dopo il suo incontro notturno con Dio.

Questo episodio nella vita di Giacobbe ha molto a che vedere con la Prima Lettura di oggi. Ambedue rappresentano una lotta tra Dio e l’uomo, dove Egli cerca di liberarci dalle nostre chimere, riscattarci dalla miseria e dai desideri vani ed incorporarci ai suoi piani. Questa lotta, scambio o dialogo, trova la sua perfezione nella Orazione del Signore, dove gli chiediamo che ci faccia sapere qual è la sua volontà, per farla nostra e compierla.

Ma, come i primi discepoli, dobbiamo ridefinire e perfezionare continuamente pertanto il modo in cui preghiamo, per cui ci uniamo ad essi nella loro supplica: Signore, insegnaci a pregare.

* Prima di tutto, con i due esempi di amicizia tra vicini e tra familiari padre-figlio, Cristo ci fa vedere che la fiducia e la perseveranza devono essere le caratteristiche della nostra orazione. Sembra chiaro che la perseveranza e la fiducia debbano andare unite: Come possiamo perseverare in una relazione, e non avere fiducia nell’altra persona?

Al contrario, la perseveranza nell’orazione aumenta la nostra fiducia e credibilità; man mano che passa il tempo, ci rendiamo conto di quali siano i frutti dell’orazione, così, ci vediamo spinti a perseverare nell’orazione e possiamo incoraggiare altri a fare la stesso.

La fiducia e la perseveranza nell’orazione ci permettono di parlare di uno Stato di Orazione che può chiamarsi anche Orazione Continua. Questa è l’esperienza dei santi. San Paolo finisce una delle sue lettere dicendo: State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. (1 Ts 5, 16-18).

L’orazione continua è in armonia con la nostra natura umana.

Pensa alla relazione più importante della tua vita in questo momento. Può essere il tuo coniuge, i tuoi genitori, fratelli o un amico molto vicino. Ora pensa a come e che cosa comunichi con lui quando affronti decisioni vitali, fatiche economiche o problemi familiari. Come parli con quella persona dei piccoli e grandi eventi della vita? E’ così che costruiamo relazioni profonde, trasformando contatti superficiali in amicizie intime. Come risultato, si rafforza continuamente la fiducia.

Pregare continuamente è semplicemente stare attento e far sapere a Dio quello che sta succedendo nella mia vita durante il giorno. Significa che comincio a condividere con Lui le decisioni che sto affrontando e chiedendo il suo giudizio. È confessargli quando sono contrariato di quello che sta succedendo in quel momento del giorno. È dargli grazie e lode quando vedo come mi benedice nella maniera più straordinaria o più semplice. Pregare continuamente è includere Cristo in tutta la mia vita e permettergli che mi guidi durante il giorno, sapendo che Egli è presente nel bene e nel male e così “vivere alla sua presenza”, condividendo tutto con lui.

Credo che sia opportuno ricordare che il Padre Nostro non è semplicemente un testo saggio e bello, perché fu creato da Cristo, bensì un piano meraviglioso e fidato per rendere possibile questo stato di orazione nel nostro cuore.

Di fatto, tutta la vita di Cristo fu segnata dall’orazione. Questo spiega come poté combinare la tenerezza con la fermezza e la pazienza con l’urgenza, come risultato della sua perfetta relazione col Padre, una relazione stabilita attraverso l’orazione. Non pregò per chiedere favori, per evitare il dolore o per obbligare Dio a cambiare i suoi piani.

* L’idea che abbiamo dell’orazione è troppo limitata e molte volte ingenua. In certe occasioni siamo come quel bambino che per punizione fu chiuso nella sua stanza perché era stato cattivo. Poco dopo, uscì e disse a sua madre: Ho pensato a quello che ho fatto e ho detto una preghiera. Sua madre disse: Bravo; se chiedi a Dio che ti renda buono, Egli ti aiuterà. Il bambino rispose: Oh, non gli ho chiesto di aiutarmi ad essere buono, gli ho chiesto di aiutarti a sopportarmi.

Preghiamo per i malati, per un figlio che frequenta cattive compagnie, per una famiglia che soffre dei conflitti. Chiediamo la benedizione divina per il raccolto ed abbondanti frutti apostolici. Perché pregare se Dio sa quello di cui abbiamo bisogno ed è sempre disposto a darci la cosa buona? È qualcosa di più, nella Prima Lettura Abramo intercede per Sodoma e Gomorra… ma alla fine entrambi i paesi e tutti quelli che vivevano in essi furono distrutti (Gn 19, 23-25).

Allora, quali sono i frutti della orazione? La maggioranza delle volte, fuori da noi, la realtà continua ad essere la stessa di prima o a volte peggiore: la malattia continua, i conflitti perdurano, la persona per la quale preghiamo non cambia… ma dentro, tutto comincia ad essere differente. Se la mente ed il cuore non sono più come prima, lo sguardo col quale contempliamo la nostra situazione, e il mondo ed i fratelli si trasformano… l’orazione ha ottenuto il suo risultato; è stata ascoltata.

L’orazione non cambia Dio; apre le nostre menti, cambia i nostri cuori. Questa trasformazione interiore non si può portare a termine in pochi istanti, eccetto nel caso di certi miracoli.

Vorremmo un Dio compiacente che esaudisca tutti i nostri desideri. Egli, invece, tenta di liberarci dalle nostre chimere, riscattarci dalla miseria ed includerci nei suoi piani. Nostro Padre sa quello di cui abbiamo bisogno (Mt 6, 8). L’orazione è, dunque, un combattimento con Dio, come la supplica di Abramo per Sodoma e Gomorra o la lotta notturna di Giacobbe che non si ferma fino a che non è benedetto. Chi si arrende a Dio, esce vincitore.

Da questa prospettiva, possiamo capire perché l’Ave Maria si ripete nel Rosario e nel Trisagio e perché, nella nostra supplica a Maria, finiamo: affinché diventiamo santi.

Quando gli avvenimenti prendono una rotta apparentemente assurda, nonostante le nostre preghiere, diciamo: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Sal 22,2).

L’orazione cristiana riceve sempre una risposta, ma ci risulta difficile abbandonare il nostro modo di leggere gli avvenimenti. Le strade di Dio non sono sempre facili e gradevoli; richiedono sforzi, rinunce, sacrifici. Per raggiungere l’adesione intima alla volontà divina, dobbiamo pregare… per molto tempo. Quando Gesù ci racconta la parabola del vicino inopportuno, ci sta insegnando che l’orazione ottiene risultati solo se è prolungata. Non perché Dio voglia che gli chiediamo per molto tempo, prima di concederci qualcosa, ma è che ci costa assimilare i pensieri e sentimenti di Dio.

La seguente storia (ripetuta spesso nella vita reale) illustra la fiducia e la perseveranza necessarie nell’orazione, così come il modo in cui gradualmente scopriamo, attraverso l’orazione, l’infinita misericordia di Dio:

L’unico figlio di una madre fu ricoverato in ospedale, gravemente malato. Ella lo curò meglio che poté. Quando arrivarono alcuni parenti, chiese loro di stare con suo figlio mentre ella andava in Cappella. In ginocchio e con le lacrime davanti al Santissimo Sacramento, cominciò riconoscendo Dio come Fonte della vita, lo ringraziò per il dono di suo figlio che aveva portato l’allegria nella sua vita. Poi, prega Dio di salvare suo figlio. Quanto peggiore diventava il suo stato, più ella pregava intensamente. Ma nonostante le sue preghiere, suo figlio morì. I suoi parenti ed amici erano preoccupati su come avrebbe preso questo avvenimento drammatico. Ma si sorpresero nel vederla prendere la morte di suo figlio in pace…

Quando le domandarono come era stata capace di superarlo, ella rispose: Io pregavo per quello che personalmente volevo. Ma, durante la mia preghiera, c’era qualcosa in me che diceva: “Lascia, lascia fare a Dio”. Così, ad un certo momento, finalmente dissi: “Sia fatta la tua volontà, Signore”. Con la morte di mio figlio, era ovvio che Dio non era d’accordo con quello che volevo io. Benché molto addolorata, ho accettato la sua volontà con tutto il cuore. Egli sa bene quello che fa.

Una delle conseguenze più potenti e necessarie dell’orazione è la coscienza di essere stati perdonati. Quella è la ragione per cui San Paolo, nella Seconda Lettura di oggi, proclama con gioia il potere della misericordia di Dio sulla legge e sulle conseguenze dei nostri peccati, dandoci una nuova vita e demolendo la barriera della paura.

Nel Padre Nostro diciamo: Perdona le nostre offese, come noi perdoniamo coloro che ci hanno offesi. La ragione è semplice: è possibile accogliere il perdono di Dio solo se perdoniamo quelli che ci hanno feriti. Altrimenti, il perdono che riceviamo ed assorbiamo sarebbe incompleto, poiché i nostri cuori non guarirebbero totalmente ed il nostro dolore non si dissolverebbe del tutto. Quando siamo in pace dopo avere perdonato i nostri simili, possiamo avere la capacità di essere perdonati. Il cuore non si può aprire all’amore del Padre se si rifiuta di riconciliarsi col fratello e la sorella.

Quando diciamo: Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, dichiariamo al Padre la nostra disposizione a collaborare con Lui perché questa promessa di buona volontà possa diventare realtà.

Non sappiamo né il giorno né l’ora (Mc 13, 32), ma siamo sicuri che la nostra preghiera sarà ascoltata. Perfino se ci siamo allontanati da Lui, come il figlio prodigo, sappiamo che possiamo ritornare ed essere ben ricevuti ed incorporati alla missione del Regno.

Il nome di Dio non è santificato, né glorificato quando parliamo bene di lui. Un cuore che si libera dall’odio, un peccatore che trova la pace, una famiglia che ha ricostruito l’armonia, santificano il nome di Dio, perché sono la prova che la sua parola fa miracoli.

Questa è la ragione per cui nell’Orazione del Signore continuiamo a chiedere la venuta del regno di Dio, perché questo regno è appena cominciato: Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio (Lc 11,20).

Il Padre Nostro ci fa evitare i malintesi tragici, aiutandoci a discernere tra i regni di questo mondo, per i quali tu ed io ci sentiamo sempre lusingati e sedotti, ed il regno di Dio. Riconosciamo che le nostre abilità, l’alimento, la nostra salute forte o debole, la forza per resistere la tentazione e tutto quello che abbiamo è un dono di Dio.

Non si dice mai che la manna sia nostra: cadde dal cielo; fu un dono di Dio (Ne 9,20). Il pane, invece, è un dono di Dio e frutto del sudore dell’uomo, dello sforzo e del sacrificio umani. Il pane benedetto da Dio è quello che si elabora “insieme” ai fratelli, quello che si ottiene dalla terra che Dio ha destinato per tutti e non solo per pochi.

Molti di noi non abbiamo familiarizzato col significato del pane. Nelle culture tradizionali, il pane era molto più che cibo da consumare. Evocava sentimenti, relazioni di amicizia e ricordava la necessità di condividerlo coi poveri. Il pane non si poteva mangiare da soli; doveva essere condiviso con l’affamato. Non si deve buttare nella spazzatura, né tagliare col coltello, ma si deve spezzare dolcemente. Solo le mani dell’uomo erano degne di toccarlo perché aveva qualcosa di sacro: l’opera dell’uomo e la benedizione di Dio.

Infine, non chiediamo di “non essere tentati“, bensì di non essere vinti dalla tentazione. Il male dal quale chiediamo di essere liberati, i nemici della nostra anima, possono farci inciampare e, pertanto, dichiariamo che siamo disposti ad accettare ed accogliere la grazia necessaria per abbandonare la “logica di questo mondo” e seguire la “logica del Vangelo”.

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