Luis CASASUS, Superiore Generale dei missionari Identes

New York/Parigi, 1 novembre 2020 | Festività di Tutti i Santi

Apocalisse 7, 2-4.9-14; 1 Lett. San Giovanni 3, 1-3; San Matteo 5, 1-12a 

Alcuni giorni fa, nella liturgia della Messa, San Paolo ci ricordava nella sua introduzione alla Lettera agli Efesini quale fosse il piano divino per l’umanità: 

Dio Padre ci ha scelti in Cristo prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto (Ef 1, 4).

Per questo motivo, oggi è un momento particolarmente adeguato per meditare su che cosa significhi essere santi, tanto sulla vita di coloro che sono stati canonizzati come sulla nostra propria vita. 

I primi discepoli furono identificati con vari nomi. Furono chiamato galilei, nazareni, e ad Antiochia, cristiani. Erano designazioni in molte occasioni dispregiative: Galilei era sinonimo di insorti, nazareni si riferiva all’insignificante villaggio da dove proveniva il loro Maestro; perfino cristiano significa unto, cioè, seguaci di un “unto del Signore” che finì crocifisso. 

Questi non erano i nomi che usavano tra di loro. Qualificavano se stessi come fratelli, credenti, discepoli del Signore, i perfetti, gente del cammino e.… santi. 

San Paolo scrisse le sue lettere a tutti i santi che vivono nella città di Filippi… (Fil 1, 1); ai santi che stanno in Efeso… (Ef 1, 1); ai santi e fedeli fratelli e sorelle in Cristo che vivono a Colosso… (Col 1, 2); a tutti i santi di Acaia (2 Cor 1, 1) etc. Non scrisse ai santi del cielo, bensì a persone reali che vivevano a Filippi, Efeso, Corinto, Colosso o Roma. Essi erano i santi. 

Un santo è ogni discepolo, sia che sia già in cielo con Cristo o che ancora viva come pellegrino su questa terra. 

Se le prime comunità erano ancora lontane dall’essere quello che Cristo sognava per loro, allora abbiamo molto in comune e condividiamo, con quei discepoli e con coloro che sono stati canonizzati, il titolo di santi. Dobbiamo approfittare delle loro vite per capire e vivere il carisma che ci trasmise il nostro padre Fondatore, il vivere la santità in comune. Sì: noi camminiamo con loro e loro accompagnano la nostra supplica a Dio Padre, come crediamo recitando i loro nomi nelle Litanie. 

Benché normalmente ci riferiamo a coloro che sono stati canonizzati, tutti sappiamo che la parola santo significa essere stato separato (scelto) per i propositi di Dio, che è vivere la sua perfezione. Essere santo è essere chiamato e lasciarsi scegliere per servire e così farsi come Lui. 

Nella Prima Lettura di oggi si menziona il numero di 144 mila segnati con il marchio. È un numero simbolico. Non indica – come alcuni erroneamente credono – i santi del cielo, bensì il popolo di Dio che vive sulla terra, i cristiani che, con il segno del battesimo, sono nelle file degli eletti. 

I santi, o beati, non sono in qualche modo privilegiati, non si salvano dalle prove e tribolazioni che affliggono tutte le persone. Tuttavia, sono liberi dal potere dell’abisso; appartengono al Signore e si trovano in una nuova condizione, quella di chi è partecipe della santità di Dio. 

Avendo compreso i propositi del Signore sul mondo, contemplano da una prospettiva differente quello che succede sulla terra; osservano da sopra, dal cielo, tutti gli avvenimenti e li leggono con gli occhi di Dio. 

Sono afflitti, come tutti, per le penurie per le quali devono passare, ma non crollano davanti alla sofferenza. La malattia, il dolore e i tradimenti non sono delle sconfitte e degli assurdi per loro, bensì momenti di maturazione e crescita. La morte è una nascita che segna l’inizio di una seconda parte della vita, la vita migliore. 

È l’Agnello colui che, con la sua vita, troncata dall’odio, ma donata per amore, ha rivelato loro che Dio può incorporare gli avvenimenti più assurdi nel suo piano di salvezza. 

Dopo la prima visione nel testo dell’Apocalisse di oggi che presenta la comunità di santi su questa terra, come un segno della città celeste, appare una grande moltitudine che nessuno poteva contare, in piedi davanti al trono dell’Agnello, con paramenti bianchi e palme nelle mani. 

Il vestito bianco è un simbolo di gioia e nuova vita che si rivela nella sua pienezza, senza nessuna macchia di peccato. Le palme sono il segno della vittoria che hanno raggiunto con la loro fedeltà a Cristo. È la comunità dei santi del cielo, formata da coloro che hanno completato il pellegrinaggio sulla terra e sono entrati nella condizione di beati. 

In questa solennità di Tutti i Santi, la Chiesa ci propone le Beatitudini come il testo evangelico che è inseparabilmente unito a ciò che significa la santità, l’essere santi. Per questo Cristo cominciò il suo famoso Discorso della Montagna con quelle Beatitudini, che sono state e saranno sempre alimento meraviglioso tanto per la riflessione come per la vita quotidiana di ogni cristiano. 

Qual è il senso profondo delle Beatitudini? Non sono io a poterlo spiegare con autorità, ma tutti possiamo socchiudere la porta del loro significato ed assaporare quello che significa la gioia che Gesù promette a chi le vivrà. Sicuramente, per comprenderlo, dobbiamo capire in primo luogo le esperienze di gioia che sperimentiamo nei temi di questo mondo. Alcune persone più delle altre, è vero, ma non è questione di quantità, bensì di intensità, di profondità della nostra gioia. Potremmo distinguere due forme di felicità. 

Ci sono momenti gioiosi come un giorno di passeggiata o di visita agli amici. È la felicità che sentiamo in un buon pranzo condiviso o inaugurando alcune scarpe comode ed eleganti. Ma esiste una felicità differente; è quella che aspettavamo da molto tempo ed in qualche momento avevamo creduto persa per sempre, è quella per la quale abbiamo lottato duramente, forse giorno e notte, a volte durante settimane o anni. Esempi semplici sono la celebrazione di un matrimonio, la nascita di un figlio, l’arrivare alla cima di una montagna, il finire una carriera universitaria, o la guarigione definitiva da una malattia pericolosa. 

A volte, questa seconda forma di gioia non arriva in quello che chiameremmo “un finale felice”, come di un film nel quale si risolvono tutte le difficoltà. Per esempio, quando una famiglia ripone tutto il suo sforzo e la sua energia, con entusiasmo e lacrime, nell’assistenza ad un figlio handicappato, o quando qualcuno, nel letto di morte, ha l’impressione di avere lasciato i suoi figli preparati per vivere una vita piena. 

È la gioia di Paolo e Sila, quando cantavano nella prigione di Filippi o quella degli inni dei martiri nel circo romano. È la gioia degli sposi a Cana, quando Maria e Gesù misero fine all’angoscia per la mancanza di vino, per cui la sacra legge dell’ospitalità sembrava essere rovinata.

Le Beatitudini sono grazie che riceviamo proprio quando sentiamo che il nostro dolore ha senso, produce vita ed allevia profondamente gli altri. Sono quei momenti in cui ci sentiamo, benché indegnamente, uniti al dolore di Cristo sulla Croce e comproviamo che quell’afflizione apre la strada al regno dei cieli e, allo stesso tempo, apre gli occhi del nostro prossimo. È il potere di chi ottiene, con la forza ricevuta dallo Spirito, di poter donare la sua vita. 

La vivenza delle Beatitudini ha un effetto molto potente come testimonianza dell’azione delle persone divine nella nostra debole natura. Permettetemi di condividere una esperienza personale nella quale sono stato testimone della mitezza. 

Il mio primo ricordo di vera mitezza viene dai miei anni di scuola, quando avevo circa dieci anni. Nel cortile della scuola dei Fratelli Maristi, centinaia di ragazzi giocavamo nel tempo di ricreazione. Correvamo selvaggiamente dietro il pallone, in realtà, di vari palloni. Io ero al fianco di un Fratello Marista che camminava tra noi, seguendo fedelmente la raccomandazione del suo Fondatore, di passare il maggiore tempo possibile con i bambini. Questo fratello, che si chiamava Giuseppe, aveva occhiali spessi perché la sua vista era molto debole, benché fosse ancora giovane. 

Uno dei miei compagni che aveva una meritata reputazione di agitatore, colpì il pallone di calcio per lanciarlo con precisione sufficiente per raggiungere la testa del Fratello Giuseppe e fare in modo che i suoi occhiali cadessero a terra, distrutti. Tutti ci aspettavamo una severa sgridata della vittima di questa crudele azione, ma il Fratello Giuseppe semplicemente disse: Devo stare più attento quando passeggio, mentre raccoglieva i resti dei suoi occhiali. 

È una storia semplice, ma è rimasta impressa per sempre nella mia memoria, come una delle prime testimonianze di mitezza che presenziai. Non ebbi mai occasione di ringraziare quel Fratello Marista, ma ogni volta che vivo una situazione che potrei considerare ingiusta o di abuso da parte di qualcuno, l’immagine di quel religioso mi torna alla mente per ricordarmi che Dio è al mio fianco per raccogliere il mio dolore e, con la mia povera testimonianza, cambiare i cuori. Il mio in primo luogo. 

Le Beatitudini sono chiamate così perché ognuna comincia con “Beati i …” è una traduzione dell’aggettivo greco makarios che include non solo l’idea della felicità, ma anche della fortuna, la fortuna di essere particolarmente benedetti. È importante rendersi conto che un seguace di Cristo è destinato ad essere una fonte di profonda felicità e la realizzazione di essere veramente fortunato per aver scoperto questa visione della vita. 

In particolare, il nostro padre Fondatore presenta le Beatitudini come un Regime della nostra vita mistica, cioè, momenti speciali di gioia che sperimentiamo solo quando riceviamo una grazia capace di spingere al massimo il nostro desiderio di dare tutto noi stessi. Questo può essere doloroso, perché la nostra natura umana esige soddisfazioni di ogni tipo e il vedere risultati immediati. Ma contemporaneamente sentiamo che non siamo soli nel nostro sacrificio e, quello che è più importante, abbiamo la conferma che ci avviciniamo sempre di più alla nostra vera vita. Questo sapore agrodolce è caratteristico delle Beatitudini, perché include sempre una sofferenza collegata con la serena gioia. 

Permettetemi di utilizzare una semplice analogia che gli atleti comprenderanno bene: dopo una corsa di lunga distanza o una corsa attraverso il campo, o una maratona, il corridore può essere esausto, quasi senza fiato, ma contemporaneamente sperimenta una grande gioia perché è stato capace di completare la corsa, di andare oltre se stesso e, forse, di guadagnare una medaglia.  In palestra o correndo da soli, senza rivali e senza l’appoggio dei tifosi, non è la stessa cosa. Non è possibile, né immaginabile, dare tutto in un allenamento. 

Questa esperienza è molto intensa. Le Beatitudini rappresentano esperienze all’avanguardia, momenti culminanti, come nell’esempio del corridore, momenti speciali, non necessariamente infrequenti, a volte estenuanti, ma di vera ed ardente comunione con Cristo nella sua Passione e vittoria. 

Una delle ragioni per la quale dobbiamo meditare sulle Beatitudini è perché la felicità della quale parla Gesù è differente dalla felicità di questo mondo. Hanno elementi comuni, ma anche chiaramente opposti. Soprattutto, dobbiamo riconoscere che la vera felicità viene da Dio e con Dio, come lo sperimentò lo stesso Gesù Cristo: In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto (Lc 10, 21). 

Cristo non è venuto per farci soffrire, bensì per aiutarci ad approfittare di tutte le prove alle quali questo mondo ci sottomette, affinché, in modo inaspettato, possano essere strumenti di consolazione per gli altri e per noi stessi: Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. (Gv 17, 13). 

Ci sono livelli ed aspetti della realtà che non si percepiscono a prima vista, bensì solo con l’aiuto di una luce speciale. Oggigiorno, coi satelliti nello spazio, si fanno fotografie in infrarosso ed ultravioletto di regioni intere dell’universo e in questo modo si vedono totalmente differenti! Le Beatitudini ci danno un’immagine del mondo ricoperto di una luce speciale, una luce divina. Ci aiuta a vedere quello che è sotto o al di là della facciata. Ci permette di distinguere quello che rimane da quello che passa.

In questo senso, la Seconda Lettura di oggi è profondamente illustrativa. San Giovanni ci dice: Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! È un gran privilegio per noi essere chiamati e scelti come figli di Dio. Con queste parole, San Giovanni ci dice che tutti siamo stati creati per condividere l’intimità della vita di Dio. La nostra origine e il nostro destino stanno nella nostra relazione con Dio. Significa pertanto che la nostra vita sulla terra non è altro che la fioritura della vita divina che ci è già stata data alla nascita e in particolare nel nostro battesimo. Siamo chiamati a vivere la nostra filiazione divina in questa vita. Ed un giorno raggiungeremo la pienezza di questa filiazione quando saremo trasformati come Dio, perché condivideremo pienamente la sua vita, il che è un altro modo di dire che lo vedremo così come Egli è. 

È certo che la vivenza delle Beatitudini esige di esercitare le virtù ogni giorno, ma il suo messaggio è ancora più profondo, perché ci dà una visione della nostra vera identità come figli di Dio e le esigenze e le grazie della nostra vita spirituale. 

Così, oggi vediamo nella Seconda Lettura come San Giovanni, dopo aver ricordato ai cristiani la loro filiazione divina, li invita a contemplare il radiante destino che li attende: Quello che saremo, non è stato ancora completamente rivelato. 

Un velo, fatto della nostra realtà mortale legata alla terra, c’impedisce di contemplare quello che realmente siamo. Un giorno questo velo sarà tolto ed allora contempleremo Dio così com’è e comprenderemo quello che siamo già oggi. 

Nel ventre della madre, il bambino riceve alimento e vita dalla madre e, tuttavia, benché dipenda completamente da lei, non è capace di vedere il suo viso. Solo dopo essere nato può guardare ed abbracciare teneramente colei che lo generò. 

In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, ricorda Paolo agli ateniesi (At 17, 28), ma non possiamo vedere il suo viso. Tuttavia, quando apparirà nella gloria, sappiamo che saremo come Lui, perché allora lo vedremo così com’è. Per adesso, abbiamo le disposizioni celestiali dell’anima alle quali Cristo ha applicato la benedizione. 

Questa è una vera sfida perché vivere la nostra filiazione non è un compito facile. Costantemente affrontiamo sfide, prove e sofferenze nella vita e siamo chiamati a scegliere tra il mondo e Dio. Il fatto è che alcuni di noi scegliamo di andare contro di Lui perché abbiamo dimenticato la nostra origine e destino. Per questo motivo San Giovanni dice: poiché il mondo si rifiutò di riconoscerlo, Egli, pertanto, non ci riconosce. Scegliendo di andare contro Dio, abbiamo scelto anche il peccato ed il male e pertanto la morte. 

Dato che nessuno di noi sta vivendo la sua vita in modo pieno come dovrebbe, come figli di Dio, dobbiamo pertanto purificarci nell’amore. Come i santi e i martiri che ci hanno preceduto, che hanno fatto lavare i loro paramenti fino a rimanere bianchi con il sangue dell’agnello, anche noi dovremo essere purificati dal sangue dell’agnello. Questo si orienta a prepararci per accogliere con affetto e come lo fece l’Agnello di Dio, quei semi che furono posti dallo Spirito Santo in noi: la povertà di spirito, la mitezza, il piangere per l’ingiustizia, la fame e sete di giustizia, la misericordia, la purezza di cuore, la pace e la disposizione ad essere perseguitati. 

Le Beatitudini sono un canto di speranza, perché sono la chiamata a materializzare quel Regno che dorme in ognuno di noi. Se realmente ascoltiamo quella chiamata, allora la speranza nasce nel nostro cuore. In mezzo a qualunque difficoltà, fisica, emozionale, o spirituale, ci dicono: Sì, sei in cammino. In lingua ebraica, le Beatitudini cominciano con ashrei che significa “felice, benedetto”, ma anche, secondo la traduzione molto bella di André Chouraqui (1917-2007), poeta, intellettuale e ammiratore del nostro padre Fondatore, questa parola significa “in marcia”, “in cammino”. Il che è altamente significativo per la Famiglia Idente ed i Missionari Identes. Chi vive le Beatitudini è qualcuno idente che vive camminando, ma non verso qualunque parte, in qualunque modo; cammina secondo le strade del Signore. 

È a tutti noi che Cristo si dirige con questa parola: ashrei, in piedi, continua a camminare! Ashrei evoca soprattutto un itinerario di rettitudine, un camminare secondo la verità, d’accordo con lo Spirito Evangelico. Non è sufficiente camminare, bisogna farlo senza lasciare mai il cammino. E questo è possibile per tutti noi: Le Beatitudini sono il nostro viale verso la speranza. 

Oggi, giorno di Tutti i Santi, attraverso le Beatitudini, contempliamo la buona opera che ha cominciato in noi; non come un codice, bensì come il seme della vita divina nel nostro spirito ed il cui frutto è il Regno di Dio. Quando questo arrivi alla sua pienezza, condivideremo la pienezza della vita, una condizione che va oltre la nostra immaginazione umana, come ci dice San Giovanni. 

In effetti, come molti filosofi dicono, un contrario respinge l’altro, ma in questo caso, un contrario genera l’altro. La povertà normalmente respinge le ricchezze, ma… qui la povertà genera ricchezze, perché … quanto sono ricchi quelli che possiedono un regno! Il lutto normalmente esclude la gioia, ma qui il lutto genera gioia: saranno consolati. L’acqua normalmente spegne la fiamma, ma l’acqua delle lacrime infiamma l’animo della gioia. La persecuzione normalmente elimina la felicità, ma qui produce gioia: Beati i perseguitati. Questi sono i paradossi sacri che vive il santo. 

Le Beatitudini non ci dicono solamente che la nostra vita ha senso, ma ci confermano intimamente che si sta realizzando, in mezzo alla nostra afflizione, quel fine supremo della vita che è donarla a Dio e al prossimo. In questo somigliamo al Padre, al Figlio ed allo Spirito Santo. Questo spiega che il Regime più profondo che accompagna le Beatitudini sia un’identificazione più intensa con alcuna delle persone divine. Non ci può essere maggiore intimità che condividere il dolore, l’anelito più profondo che vi porta a dare la vita in molti modi.    

Questo regime (ontologico) più profondo, associato alle Beatitudini, sono le Impressioni Unziali (l’olio unziale significa sia cura che unione con Dio) perché rappresentano più o meno la mia incipiente o intensa identificazione con una o più persone divine. A volte sento la filiazione, la mia natura filiale, la fiducia e la misericordia di nostro Padre Celestiale; altre volte la mia fratellanza con Cristo, il mio desiderio di imitarlo e seguirlo nella sua Passione presiede la mia vita spirituale. Infine, in alcuni momenti sperimento l’amicizia dello Spirito Santo, il suo consiglio e la sua permanente assistenza ed il compimento della promessa di Gesù quando annunciò che lo Spirito Santo vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (Gv 14, 26). 

È vero che tutte le Beatitudini portano associata una forma di donazione, una dimensione della carità. 

I poveri di spirito sono quelli che decidono di non possedere niente per se stessi e vivono la povertà volontaria. Questo è uno dei tratti che distingue il santo, cioè il cristiano. Mettere a disposizione degli altri tutto quello che ricevono. E se la nostra impressione è che abbiamo molto poco da donare agli altri, il desiderio e la disposizione permanente di servire umilmente e non l’ansia di avere molte capacità, è quello che caratterizza questi beati.

Beati i miti. Il termine mite usato da Gesù probabilmente è preso dal Salmo 37 dove le persone private dei loro diritti e della loro libertà sono chiamate “i miti”.  Sono poveri perché i potenti hanno rubato i loro campi, le case e perfino i loro figli e figlie. Si vedono obbligati a soffrire ingiustizie senza neppure poter protestare. 

Non si arrendono, ma si rifiutano di ricorrere alla violenza per ristabilire la giustizia. Non si lasciano guidare dall’ira, non alimentano il risentimento ed il desiderio di vendetta. Con Gesù si impegnano a dare testimonianza a coloro che si oppongono al bene, con la stessa mitezza del Maestro. 

Ereditano la terra, perché nessuno può fermare la forza della mitezza, neanche togliendo la vita al discepolo di Cristo. 

Beati quelli che soffrono. Sono quelli che sono attenti e sensibili all’immenso grido di dolore che si alza dal mondo. Piangono con coloro che piangono (Rm 12, 15), ma non si rassegnano davanti al male e alla sofferenza. Aspettano la salvezza di Dio e la sua parola. 

Piangere è anche essere pentiti della nostra mancanza di amore. È riconoscere le proprie debolezze e decidere di non tornare a commetterle. Quel dolore richiede che comprendiamo l’estensione e le conseguenze dei nostri peccati affinché la conversione si produca per comprendere il danno che facciamo ed il bene che smettiamo di fare. 

Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia. 

La Bibbia parla spesso della giustizia di Dio, ma sempre e solo come sinonimo di bontà, mai nel senso della nostra giustizia distributiva. Per noi, fare giustizia significa che il colpevole è punito. Per Dio la giustizia si fa quando riesce a rendere giusto un malvagio, o quando salva un peccatore dall’abisso della colpa. 

Ai discepoli che lo invitavano a mangiare, rispose loro: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4, 34). Solo la giustizia di Dio poteva soddisfare la sua fame. 

I santi sono quelli che condividono con Gesù la sua fame e sete della salvezza dei loro fratelli e sorelle. La promessa: saranno saziati. Sperimentano – già qui sulla terra – la gioia di Dio e degli angeli del cielo che hanno più gioia per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione (Lc 15, 7). 

Beati i misericordiosi. Questa è la raccomandazione di Gesù: Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato (Lc 6, 36-37). Ma questo non esaurisce la ricchezza del termine biblico. 

Per Cristo, la misericordia, più che un sentimento di compassione, è un’azione a beneficio di quelli che hanno bisogno di aiuto. L’esempio più chiaro è quello del buon samaritano; il testo greco dice che ha compiuto misericordia con l’uomo attaccato dai banditi (Lc 10, 37). 

Misericordiosi sono i santi che, davanti alle necessità di una persona, sentono il tremore del cuore di Dio ed intervengono, realizzando opere di misericordia, come fece Gesù. Essi troveranno misericordia, perché dove c’è quella forma di amore, sovrabbonda la tenerezza divina. 

Beati i puri di cuore. Cristo esige qualcosa che la grazia ci permette di vivere: la purezza di cuore. Non c’è niente di esterno che renda una persona impura. Solo quello che esce dal cuore può far sì che uno diventi impuro (Mt 15, 17-20). Quello sono le cattive intenzioni, o le intenzioni mescolate. 

I puri di cuore sono quelli che hanno un cuore indiviso, quelli che non amano contemporaneamente Dio e gli idoli. Chi mantiene un risentimento verso un fratello nel suo cuore, anche se non commetterà mai cattive azioni, è adultero nel suo cuore, ha un cuore impuro. Essi vedranno Dio. A loro viene data la beata esperienza di conoscere la volontà di Dio in ogni istante, il modo di dare testimonianza. 

Beati quelli che si impegnano a creare pace. Santo è certamente colui che, senza ricorrere alla violenza, impegna tutta la sua energia per mettere fine ad ogni tipo di guerre e conflitti. Beato colui che semina la pace nel cuore furioso e prepotente. La pace di Cristo non è solo l’assenza di violenza. Indica l’armonia con Dio, con gli altri e dentro la propria anima. Pacificatori sono tutti quelli che si impegnano a rendere questa vita la cosa migliore possibile per ogni persona, preparando la strada tra loro e Dio. 

La più bella delle promesse è data a questi pacificatori: Dio li guarda come figli suoi. 

Beati quelli che sono perseguitati a causa della giustizia. Gesù non assicurò ai suoi discepoli l’approvazione ed il consenso della gente e ripeté chiaramente che l’adesione a lui implica persecuzione: metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome (Lc 21, 12). 

La persecuzione è un segno che distingue il discepolo. Paolo è molto esplicito: … tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati (2 Tim 3, 12). 

La persecuzione non è un segno di fallimento, bensì di successo. È causa di gioia perché è la prova che si sta perseguendo la scelta corretta, secondo la “sapienza di Dio”. 

Chi si sente minacciato nella sua posizione e prestigio per l’arrivo del regno di Dio, reagisce con violenza, se è necessario. I santi non ebbero mai una vita facile: il loro destino era segnato fin dal momento in cui accettarono di agire come agnelli. 

Sottomessi alla persecuzione, non sono caduti nella tentazione di comportarsi come lupi e non hanno deviato dal comportamento suggerito dal Maestro: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori (Mt 5, 44). 

In questa festa di Tutti i Santi, proponiamoci di approfittare del tesoro del loro passaggio per questo mondo, apprezzando come meritano le loro vite che ogni giorno ricordiamo nel nostro Capitolo, come ci ha insegnato il nostro padre Fondatore. 

Lascia un commento