Primo, ascoltare la Parola (Unione Didattica)

di p. Luis Casasús, Superiore Generale dei Missionari Identes
Commento al Vangelo del 21-07- 2098 XVI Domenica del Tempo Ordinario. (Genesi, 18, 1-10; Colossesi 1, 24-28; Luca 10, 38-42)

Tutti conosciamo alcune persone che esigono sempre dagli altri che diano ogni tipo di spiegazioni per tutto… e per loro, nulla è mai sufficiente. Perché oggi dobbiamo portare la cravatta? Perché devo dire grazie? Perché sorridi al postino?

Dover spiegare tutto quello che fai è una pesantezza. Ma, la cosa più importante, è che questo rivela una mancanza di ospitalità da parte della persona che esige sempre più chiarimenti.

L’ospitalità è molto più che dare semplicemente il benvenuto o gentilmente offrire cibo e bevande. È un atteggiamento del cuore, una forma di fiducia che ci apre agli altri e li accoglie con le loro personali caratteristiche. È una conseguenza necessaria del nostro carattere di pellegrini in questo mondo.

Come diceva Henri Nouwen, l’ospitalità significa, principalmente, il creare uno spazio aperto dove l’altro può entrare e trasformarsi in un amico invece di un nemico. L’ospitalità non è cambiare le persone, bensì offrir loro uno spazio dove possa prodursi un cambiamento. Non è un invito sottile ad adottare lo stile di vita dell’anfitrione, bensì dare un’opportunità affinché l’ospite trovi il suo proprio.

La sfida è offrire amicizia senza incatenare l’ospite e libertà senza lasciarlo solo.

Cristo indicò il comportamento vizioso di Simone il fariseo chi l’aveva invitato a cena (Lc 7, 36-50). Quando una donna conosciuta come peccatrice si avvicinò a Gesù, piangendo ed ungendo i suoi piedi con unguento, Simone non solo giudicò lei, ma giudicò anche la legittimità di Gesù come profeta, perché non avrebbe dovuto permettere il contatto di una donna come lei. Quando Gesù sottolinea la mancanza di ospitalità di Simone verso di Lui e la paragona alla generosità della donna col suo affetto, tutti al tavolo si sorprendono nel sentirlo dire: I tuoi peccati ti sono perdonati. La sua vita cambiò per sempre, come risultato dell’accoglienza e dell’ospitalità che offrì a Cristo.

Frequentemente, la nostra mancanza di ospitalità si deve al fatto di non notare e non riconoscere le necessità di coloro che ci circondano. Cristo è modello di quell’attenzione. Si fissò sempre sulle difficoltà che vivevano gli altri: i malati, gli esclusi, i peccatori, come la donna che versò il costoso profumo sui suoi piedi.

Vediamo nella Prima Lettura come l’ospitalità di Abramo piace a Dio e, per dimostrare quanto l’apprezza, gli concede il regalo più grande che il patriarca poteva desiderare: gli da un figlio. È un segno che qualunque forma di benvenuto offerto ai bisognosi è di grande soddisfazione per Dio.

Nell’Antico Testamento, c’è un altro modello vivente di ospitalità: Giobbe di cui si dice che costruì la sua casa con quattro porte, una per ogni punto cardinale, per evitare che i poveri si stancassero a cercare l’entrata.

L’ospitalità nel suo senso più profondo, è più che una virtù e molto più profonda delle buone maniere. Il nostro padre Fondatore ci ha insegnato che i due sforzi basilari della nostra orazione ascetica, il Raccoglimento (nella mente) e la Quiete (nella volontà) devono completarsi con un abbraccio, una vera accoglienza dei pensieri e desideri che vengono da Dio. Questo abbraccio è un autentico atto di ospitalità, una risposta attiva all’azione divina nella nostra mente e volontà. Il suo atto non può avere nessun risultato se non rispondiamo e cooperiamo. Dio non può trasformarsi nella nostra luce e forza spirituali senza un’azione ricettiva, come il pane che non si è digerito non può essere il sostegno della nostra vita. La Vergine Maria è lodata proprio per questa ragione, perché fu attenta alla Parola (Lc 2,19).

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Il frutto di questa azione ricettiva è un’unione intellettuale col Vangelo, per cui accettiamo i suoi insegnamenti e li traduciamo nella nostra situazione, nella nostra lotta con le passioni. Questo ci permette di sviluppare un vero Spirito Evangelico, una forma consistente di obbedienza in ogni tipo di situazioni. Questo sforzo e lo stato a cui ci conduce si denominano Unione Formulativa (o Didattica).

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Per esempio, quando capisco che Cristo chiama ad un perdono incondizionato e realmente apprezzo e stimo quell’atteggiamento, il seguente e cruciale passo è implementare quel perdono in tutte le circostanze, non solo quando la mia sensibilità personale mi chiede di farlo.

Questo significato più profondo dell’ospitalità spiega le parole dell’Apocalisse: Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me (Ap 3, 20) e ritrae anche il nostro rifiuto al desiderio di Cristo di entrare nella nostra vita: Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto (Gv 1, 11).

Per capire la lezione del Vangelo di oggi, è importante notare che Marta non fu rimproverata perché stava lavorando, bensì perché era agitata, ansiosa, preoccupata per molte cose e stava lavorando senza prima avere ascoltato la Parola. Marta, come vera figlia di Abramo, voleva offrire la tradizionale e generosa ospitalità del suo popolo a Gesù, il vero Messia, preparando un pranzo elaborato per Lui. Probabilmente, Maria, assorta nei suoi pensieri, tranquilla e felice, si mise il grembiule e prese il posto di sua sorella nella cucina.

Questo è quello che successe ad Abramo nella storia della prima lettura. Era seduto all’entrata del negozio, riposandosi nel caldo dal giorno, meditando su quello che Dio gli aveva detto (Gen 17, 1-27). Non appena vede i “tre uomini” che stanno arrivando, corre per riunirsi con essi e, insieme a Sara e ai domestici, rimane vigilante ed attento, pronto a soddisfare tutte le loro necessità, a rispondere a tutti i loro desideri.

Questa è la priorità: ascoltare la Parola di Dio.

Allo stesso tempo, Marta si trasformò in una donna di fede oltre ad essere persona attiva, poiché quando morì suo fratello Lazzaro, fu lei che uscì correndo a cercare Gesù e depositò la sua fede in Lui, dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». E confessò anche la sua fede in Cristo, dicendo: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».

Ci sono molte persone di buona volontà, dedite al servizio di Cristo e dei fratelli e sorelle. Sono generosi col loro tempo, sforzo e denaro. Tuttavia, perfino in questa attività intensa e generosa, esiste un pericolo: la maggior parte del lavoro febbrile ci separa dall’ascoltare la parola, e si trasforma in ansietà, confusione, perfino gelosia ed invidia. Anche gli impegni apostolici e gli atti di governo, non guidati dalla Parola, si riducono a vani rumori e nervosismo. Anche se, apparentemente, uno potrebbe essere molto occupato nel servizio di Dio, non possiamo essere sempre sicuri che sia una manifestazione del nostro amore per Dio. Ma quando ascoltiamo Cristo, non dimentichiamo l’impegno con le persone: impariamo a farlo nella maniera adeguata… senza agitazione.

Quello che realmente ci dà allegria non sono tanto i nostri successi. Piuttosto è la nostra unione con Dio e dovuto alla nostra unione con Lui, ci disponiamo ad esprimere questa unione amando i nostri simili. Pertanto, è irrilevante quanto potremmo fare, se quello che facciamo è condividere l’amore di Dio. Questo è il caso di San Paolo che, nel passaggio di oggi, quando era già avanti negli anni, si sente profondamente felice perché sa che ha dedicato tutta la sua vita alla causa del Vangelo. In lui, Cristo ha continuato la sua opera: rendersi presente tra le persone ed assicurar loro il suo amore incondizionato….

Sant’Agostino si domanda che cosa succederà quando arriveremo alla fine della nostra peregrinazione, quando non avremo più lavoro. Man mano che invecchiamo, arriverà un momento in cui non potremo più lavorare. Significa che le nostre vite finiranno in miseria perché non possiamo più servire? Ovviamente no! Quando arriverà il momento, semplicemente passeremo il resto delle nostre vite contemplando le meraviglie dell’amore di Dio in noi e la sua presenza. A volte, nella nostra convivenza quotidiana, ci parliamo come se sapessimo in anticipo quello che l’altro sta cercando di dire, senza ascoltare quello che realmente sta dicendo. Mentre uno sta cercando di comunicare, l’altro ascolta solo a metà, mentre contemporaneamente cerca di pensare alla risposta più convincente da dare.

Ma ospitalità significa rinunciare ad una parte di me affinché l’altro possa completare lo spazio creato da quella rinuncia. Riceviamo una nuova luce dall’ospite, che può cambiarci, arricchire le nostre vite ed aprirci a nuove possibilità e forme di pensare. Allo stesso tempo, questa ospitalità permette all’altro di entrare ed essere guarito dalle sue ferite di isolamento e solitudine. Sì, l’ospitalità è una qualità dell’anima, un’abitudine di allerta mentale ed emozionale, un’apertura mentale che ci permette di integrare le nostre vite con le vite degli altri. È un pre-requisito per l’intimità ed è una caratteristica essenziale del discepolato.

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