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By 15 Gennaio, 2021Da leggere, Vangelo

di p. Luis CASASUS, Superiore Generale dei missionari Identes.

New York/Parigi, 17 gennaio 2021 | II Domenica Tempo Ordinario

1 Samuele 3, 3b-10.19; 1 Corinzi 6, 13c-15a.17-20; S. Giovanni 1, 35-42.

Gli eventi nella narrazione del Vangelo di oggi sono chiari e di forte impatto. Cristo dice a Simone chi è realmente: Ti chiamerai Pietro. Trova il modo di accompagnare Andrea ed un altro discepolo del Battista: Venite e vedrete. Ed a tutti loro Egli dà una missione che penetra tutta la loro vita e mette in moto tutte le loro capacità, come dice la Prima Lettura di Samuele: Samuele acquistò autorità poiché il Signore era con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.

In poche parole vediamo come Gesù sistema le cose per rispondere a quello che ogni essere umano cerca, coscientemente o no: identità, comunità e proposito.

  • Spesso ci sentiamo insicuri sulla nostra identità. Tutti cerchiamo la nostra identità in qualcosa al di fuori di noi stessi. Il nostro lavoro, la nostra apparenza, i nostri hobbies, i nostri talenti, i nostri amici… perfino il nostro segno astrologico. Ma la realtà è che la maggioranza degli specchi in cui ci guardiamo per sapere chi siamo… un giorno si rompono. 
  • Fin dall’infanzia abbiamo bisogno di una comunità adeguata, sia essa la famiglia, gli amici o i compagni di classe. Una volta un catechista diede un’eccellente lezione sul cielo e dopo la lezione domandò alla classe: Chi vuole andare al cielo? Tutti i bambini alzarono la mano, eccetto uno. Il catechista lo guardò perplesso e gli domandò: Perché non vuoi andare al cielo? e lui rispose: Certo che ci voglio andare, ma non con questa gente. 
  • Per prendere un esempio estremo, una delle principali ragioni per cui la gente si suicida è che smettono di credere che c’è qualche ragione per continuare a vivere, che la vita non ha né senso né proposito. Cosicché abbandonano, si arrendono. 

Non c’è dubbio che San Giovanni Battista fu capace di conoscere la propria identità: Sono la voce di uno che grida nel deserto ‘raddrizzate le vie del Signore’. Anche in Cristo trovò la compagnia più adeguata e, contemporaneamente, il senso ed il proposito della sua vita, la ragione per vivere e morire: annunciare a tutti il cammino della libertà che tutti anelavano. 

Per molti di noi, un’idea falsa o povera della nostra identità può distruggere la nostra capacità di collegarci con gli altri e di cercare un senso alle nostre vite. Questo è il caso di molte persone che si “definiscono” come malate o poco attraenti, o poco intelligenti. 

Allo stesso modo, una comunità piena di difetti può imporci un’immagine totalmente distorta della nostra vera identità, e posso arrivare a pensare che “quello che realmente sono” è una persona dipendente da una sostanza, un nemico di qualche altro collettivo o un essere superiore a tutti gli altri. 

Questo spiega perché il nostro Padre Fondatore ci dice che essere santo e seguire Cristo è crescere progressivamente nella nostra coscienza filiale. Questa è la nostra vera identità, e ci fornisce la chiave per unirci con Dio ed il nostro prossimo, e questo compito si converte nel proposito e nel centro della nostra vita. 

Intendere in profondità l’essenza di qualcosa, o l’identità di qualcuno è difficile, specialmente quando il tema è tanto dinamico e vivo come la nostra identità. Ricordo che, insieme ad un amico che diventò più tardi medico, dissezionammo una rana in molte parti col fine di verificare quale organo permettesse alla rana di saltare tanto alto e finimmo…. ammazzando la rana durante il corso della ricerca. Non dobbiamo dimenticare che la nostra identità non è statica, bensì qualcosa di dinamico, che acquisiamo e completiamo progressivamente fino alla sua pienezza nella nostra vera casa. 

Uno potrebbe domandarsi che cosa ha a che vedere la Seconda Lettura che parla della lussuria e della castità, col messaggio del testo di San Giovanni che leggiamo oggi. Rappresenta una nuova ed essenziale visione delle mancanze morali, in linea con la nostra identità. Certamente, menziona la depravazione morale perché Corinto era una città portuale dove la proliferazione del mercato del sesso era una delle maggiori difficoltà per vivere una vita onesta. Ma San Paolo non parla, come ci si poteva aspettare, delle terribili conseguenze spirituali, sociali e mediche di queste pratiche, ma si riferisce alla loro incompatibilità con la vita di qualcuno che ha cominciato a rivelare la sua vera identità e la sua vera unione con Dio, attraverso il battesimo: Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?

Potremmo dire, senza paura di sbagliarci che siamo stati fatti, creati – o progettati – per vivere la povertà, la castità e l’obbedienza. I veri scienziati sarebbero d’accordo con questo. Solo quelli che manipolano la scienza pretendono di utilizzarla per giustificare goffamente il peccato e la presunta necessità (o convenienza) di dare briglia sciolta a qualunque passione. 

Al contrario, oggigiorno si capisce meglio, perfino razionalmente, il valore della generosità e dell’altruismo, senza ricorrere ad argomenti religiosi o spirituali. 

Chi sa? Il fatto che abbiamo bisogno gli uni degli altri può essere un adattamento evolutivo per migliorare la sopravvivenza. I biologi evoluzionisti, non precisamente cattolici ferventi o sostenitori della Chiesa, come Charles Darwin ed Edward O. Wilson, descrissero che, in contrasto col concetto di “sopravvivenza del più adatto” (di un individuo), i membri di un gruppo devono sacrificarsi gli uni per gli altri affinché il gruppo sopravviva. Si sono descritti esempi in tutta la natura e tra specie come pipistrelli, formiche o primati, così come tra umani. Sacrificarsi per, o dare ad altri onori quel potente impulso innato per promuovere la sopravvivenza del gruppo. 

Quelle comunità che includessero il maggiore numero di membri più comprensivi, fiorirebbero di più ed alleverebbero il maggiore numero di discendenti (Darwin, La discendenza dell’uomo e la selezione in relazione al sesso). 

Possiamo dire che la logica del mondo e la logica del Vangelo sono spesso opposte. Ma solo la prima si oppone alla nostra natura e alla nostra identità. 

La domanda di Gesù ai discepoli di Giovanni sono le prime parole che ascoltiamo di Cristo nel Vangelo di Giovanni: Che cercate? La risposta a quella domanda, davvero intima e contemporaneamente pedagogica, sarebbe, ovviamente, “identità, comunità e significato”. Ma questo è la tonica della risposta dei discepoli, perché nella loro lingua originale, “dove abiti” si tradurrebbe meglio come “quali cose ti interessano “ o “in che cosa sei impegnato”. In realtà, la domanda dei due discepoli fu molto appropriata, poiché esprime la necessità di essere accompagnati da un maestro che li guidi nella scoperta della loro missione nel mondo, al di là del lavoro o delle relazioni sociali. 

Quello stesso atteggiamento è quello che vediamo in Samuele, nella Prima Lettura. Ha bisogno di Eli per capire la volontà divina, per capire quello che Dio gli chiede. Inoltre, in quel momento è di notte, il che simboleggia il silenzio interiore, quando realmente si può sentire la voce divina. 

Oltre a questo silenzio, c’è una seconda condizione per ascoltare e capire Dio. È abbracciare ogni suggerimento ricevuto dallo Spirito Santo. Samuele era stato nel Tempio di Shiloh da quando aveva undici anni, ma il testo di oggi ci dice che Samuele non aveva familiarizzato col Signore. Non risulta strano? Ovviamente, non può riferirsi all’ignoranza intellettuale, bensì al fatto che Samuele non si era ancora arreso completamente a Dio, frenando così l’opera dello Spirito, qualcosa che senza dubbio succede ad ognuno di noi. 

Nella Bibbia, “sapere” indica un’esperienza intima. È un abbandono convinto e incondizionato tra le braccia di un essere amato. Questo incontro personale richiede tempo sufficiente per accogliere, conoscere e riconoscere l’altro (Papa Francesco, 14 gen 2018). Per i discepoli, questo risulta in una ricca esperienza propria di vita eterna con Gesù, in modo tale che la loro fede non deriva più da quella di un altro, ma ora si basa sulla propria relazione intima con Gesù. 

Questo significa che mettiamo tutte le nostre passioni nelle sue mani. Quelle, come l’odio, l’invidia o la pigrizia che non sono produttive, le mettiamo sull’altare. Altre, in particolare la compassione, permettiamo a Lui di alimentarle, guidarle e trasformarle. 

Di fatto, Andrea ed il discepolo non identificato passano per lo meno il pomeriggio con Gesù, e sono cambiati per il tempo che rimangono con lui. Sappiamo questo, perché Andrea segue fedelmente Gesù da quel momento e si affretta a tornare a casa da suo fratello Simone per dirgli: Abbiamo trovato il Messia! 

La donna samaritana fa la stessa cosa. Passa un tempo e si impegna profondamente con Gesù, la sua identità le è rivelata, è inondata dalla Vita Eterna e va a testimoniare e a dire ai suoi compagni samaritani “Venite a vedere”. Questi vengono e passano un tempo con Gesù e hanno una rivelazione diretta propria che li porta a testimoniare: Dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

San Giovanni Battista, in molto poche parole, dimostra che riuscì a vedere chiaramente l’identità, la comunità alla quale Gesù apparteneva e la sua missione: Ecco l’Agnello di Dio! È difficile dirlo con maggiore precisione e in forma più pedagogica per coloro che l’ascoltavano… e per noi. 

L’agnello è legato alla distruzione del peccato. Il Battista volle dire che Gesù si farà carico di tutte le debolezze, di tutte le miserie, di tutte le iniquità della gente e, con la sua mansuetudine, col dono della sua vita, le annichilirà. 

Avevo in mente l’agnello associato al sacrificio di Abramo. Isacco domandò a suo padre: Il fuoco e la legna sono qui, ma dov’è l’agnello per il sacrificio? Abramo rispose: Dio stesso provvederà l’agnello per il sacrificio (Gn 22, 7-8). 

Qui abbiamo l’Agnello di Dio. È Cristo, il regalo di Dio al mondo per essere sacrificato al posto nostro, tu e io, i peccatori che meritiamo la punizione. 

Man mano che avanziamo nella nostra visione di Gesù, ci succede la stessa cosa che capitò ad Andrea e ai suoi compagni: impariamo di più su noi stessi e se vogliamo ritornare al nostro passato di peccato e mediocrità, è a costo di un grande dolore e tristezza. 

Andrea non troverà solo una nuova identità ed una nuova comunità seguendo Gesù, ma troverà anche un proposito superiore: diffondere il messaggio che l’amore di Dio è per tutti e che l’amore di Dio cambierà il mondo. Le cose che sono vecchie si fanno nuove. Le cose cattive si correggono. Dio sta introducendo un nuovo regno davanti ai loro occhi. 

E così è come sono chiamati i primi discepoli nel Vangelo di Giovanni. Tutto comincia con un uomo che passa un pomeriggio con Gesù, notando che qualcosa in lui si è trasformato passando del tempo con Gesù, e vuole condividerlo con altri. Veramente abbiamo buone notizie da condividere. 

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