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Santo

Beato Gennaro Maria Sarnelli, 30 giugno

By 29 Giugno, 2024No Comments
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“Il missionario santo. Apostolo di Napoli, difensore delle prostitute. Era membro delle Missioni Apostoliche e nel conoscere Sant’Alfonso Maria de Liguori condivise con lui i suoi affanni apostolici diventando redentorista”

Questa anima gemella di sant’Alfonso Maria de Liguori, da quando si trovarono nel cammino perseguendo insieme lo stesso ideale, quando aspettava essere liberato da questo mondo per volare al cielo promesso, disse: “La creatura torna già al Creatore, il figlio al Padre. Se ti piace, desidero venire a vederti faccia a faccia; ma non voglio né morire né vivere, voglio solo quello che tu vuoi. Tu sai che quanto ho fatto, quanto ho pensato, tutto è stato per la tua gloria”. Visse tanto disimpegnato di sé, dedicato instancabilmente a rimediare le torbide giornate delle oppresse, dedicando speciale attenzione alle donne immerse nella sordidezza dei bassifondi, tanto lontano dai rischi che correva, e con tale affanno per arrivare in tempo, che la sua salute crollò irrimediabilmente quando aveva 42 anni.

Nacque a Napoli, Italia, il 12 settembre 1702. Suo padre Angelo Sarnelli era un prestigioso giurista napoletano, sagace per gli affari con i quali ottenne il titolo nobiliare di barone di Ciorani, località nella quale Gennaro passò alcune stagioni. Era il quarto di otto fratelli. Nella sua adolescenza un fatto segnò il ritmo che avrebbe seguito la sua vita: la beatificazione di Francesco de Regis poiché, colpito da essa, decise di farsi gesuita. Due circostanze indussero suo padre a negargli il permesso: il suo debole organismo e l’età. Aveva 14 anni e suo padre giudicava che doveva incentrarsi negli studi; poi, avrebbe potuto riconsiderare la sua decisione. Accettò il suo consiglio e, seguendo la tradizione familiare, frequentò il diritto.

Dopo essersi addottorato nel 1722, esercitò l’avvocatura durante alcuni anni. Senza relegare nella dimenticanza la fede, meditava e continuava ad andare a messa nella quale riceveva quotidianamente l’Eucaristia, della quale era devoto. Si integrò in una congregazione formata da avvocati e medici diretta dai Pii Operai, una azione apostolica dei quali si sviluppava nell’ospedale degli Incurabile. Un altro illustre giurista che sarebbe diventato una delle glorie della Chiesa ed il suo fondatore, Alfonso Maria de Liguori, aveva avuto la stessa idea. Ed in questo centro si conobbero intavolando un’affettuosa amicizia che si sarebbe consolidata a suo tempo con nuovi e profondi legami. La chiamata al sacerdozio ritornò urgente per Gennaro. Tanto perentoria arrivò a sentirla che nel 1728 entrò nel seminario. L’arcivescovo di Napoli, cardinale Pignatelli, lo destinò alla parrocchia di Sant’Anna di Palazzo.

Non trovava la calma necessaria per lo studio al suo domicilio, e si trasferì nella scuola della Santa Famiglia (denominato anche dei Cinesi), dove rimase fino all’aprile del 1729. Alfonso, residente dello stesso, l’aveva lasciato prima di lui per istituire la sua fondazione. Nel giugno di quell’anno il beato entrò nella società delle Missioni Apostoliche, associazione di sacerdoti napoletani che erano sotto l’autorità dell’arcivescovo; avevano come obiettivo primordiale rispondere alle zone periferiche della diocesi. Usò gran parte del suo tempo in questo compito missionario e solidale. Visitava coloro che erano ricoverati nell’ospedale, gli anziani dell’ospizio di san Gennaro e i marinai malati nell’ospedale del porto. Impartiva anche catechesi ai bambini obbligati a guadagnarsi il sostentamento come operai.

Alfonso aveva fondato il suo Ordine a Scala vicino ad Amalfi nell’anno 1732, lo stesso nel quale Gennaro si ordinò sacerdote. Il cardinale Pignatelli mise il beato alla guida della formazione religiosa nella parrocchia dei santi Francesco e Matteo. Il luogo nel quale era ubicata era un autentico postribolo dove molte giovani erano sfruttate vilmente in malsani tuguri. E si dedicò a lottare contro questa antica piaga sociale. Quando nel 1733 le critiche si accanirono sul fondatore dei redentoristi, Gennaro si unì a lui e l’aiutò a Ravello. Così iniziò la sua collaborazione. La forma di apostolato a cui Alfonso dava impulso risvegliò il suo interesse. Ambedue unirono le loro forze catechizzando i laici e promuovendo azioni apostoliche realizzate al calar della sera nelle chiamate “Cappelle serotine” Poco dopo Gennaro entrò nei redentoristi, ma non smise mai di essere membro delle Missioni Apostoliche.

Idealista, sognatore, altamente creativo, arrivò con un’infinità di progetti e lavorò insieme al fondatore senza stancarsi, mostrando l’urgenza apostolica che lo animava. Predicò missioni per le province della Calabria e dell’Abruzzo. Viveva in uno costante stato di orazione, per questo motivo poté scrivere per esperienza: “Dio è più vicino a noi che noi stessi”. Continuava ad essere preoccupato per il destino delle prostitute e scrisse Ragioni cattoliche pensando al pericolo che correvano numerose giovani.

Stremato da tanto sforzo, ebbe un momento in cui la sua salute decadde seriamente, ed autorizzato da Alfonso ritornò a Napoli al fine di ristabilirsi. Si trasferì poi a Scala. Quindi tornò nuovamente a Napoli. Lì continuò a lottare per restituire la dignità alle donne sfruttate, al punto di suscitare l’attenzione delle autorità. Parallelamente scriveva con esclusiva finalità spirituale, evangelizzatrice. Il suo lascito si compone di una trentina di opere dedicate alla meditazione, direzione spirituale, teologia mistica, diritto, pedagogia, morale e temi pastorali. Fino al momento della morte normalmente viaggiava periodicamente da Roma a Napoli, dove continuava ad esercitare il lavoro catechetico missionario, senza trascurare il suo apostolato in pro della donna; ciò lo costrinse a  rimanere nella città per seguirle convenientemente. Lo chiamavano “il missionario santo.”

L’intensità della sua donazione consumò le sue scarse forze. Nel giugno del 1744 era molto malato, e si fermò nella casa di suo fratello Domenico, a Napoli. Quando Alfonso ebbe notizie della sua gravità, immediatamente gli inviò due redentoristi affinché lo assistessero. Il 30 giugno di quell’anno consegnò la sua anima a Dio. Umile e distaccato fino alla fine, aveva chiesto al religioso che l’accompagnava: “Fratello, prepara i vestiti più vecchi per rivestirmi, affinché non si perdano i migliori con me”. 

Giovanni Paolo II lo beatificò il 12 maggio 1996.

 

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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