Vangelo alla mano

Un dialogo a tre voci | Vangelo del giorno, 31 maggio

da 27 Maggio 2026Maggio 28th, 2026No Comments

Vangelo secondo San Giovanni 3,16-18:
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Un dialogo a tre voci

Luis CASASUS Presidente delle Missionarie e dei Missionari Identes

Roma, 31 maggio 2026 | Santissima Trinità

Esodo 34, 4b-6.8-9; 2Corinzi 13, 11-13; Giovanni 3, 16-18

Il Primo Libro di Samuele racconta come l’esercito d’Israele fosse paralizzato dalla paura davanti al gigante Golia. Quando Davide, un giovane pastore, si presentò senza armi potenti, né esperienza militare, la sua forza non risiedeva in sé stesso, bensì nella certezza che Dio fosse con lui: «Tu vieni verso di me con la spada e con la lancia, ma io vengo verso di te nel nome del Signore degli eserciti»(1Sam 17,45). Questa consapevolezza della compagnia di Dio trasformò l’impossibile in qualcosa di inaspettatamente semplice: con una fionda e una pietra, sconfisse il gigante.

La consapevolezza della presenza di Dio trasforma le difficoltà in occasioni di fiducia, e ciò che, umanamente, sembra insuperabile diventa “facile” perché non dipende dalle nostre forze, ma dalla grazia.

Più avanti, leggiamo nel Vangelo che Paolo e Sila si trovavano in prigione (At 16,25-26): cantavano inni nella cella, e la presenza di Dio trasformò l’oscurità in libertà.

Lo stesso Paolo, dopo aver riconosciuto la propria debolezza e quella di tutti, raccomanda ai Corinzi nella sua seconda Epistola (13,11): «Per il resto, fratelli, state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi».

Tutte queste testimonianze e l’esperienza dei santi sono davvero indiscutibili: solo l’essere consapevoli della presenza di Dio, al di là del nostro stato d’animo e senza alcun intervento straordinario, cambia la nostra prospettiva, rende irrilevante la paura e ci permette di scoprire talenti e opportunità che non avevamo considerato.

Per questo la festività di oggi può aiutarci a risvegliarci alla presenza divina, manifestata attraverso tre voci distinte. Pensare a queste tre voci è sicuramente il modo più diretto e fecondo per entrare nel cosiddetto Mistero della Santissima Trinità.

Il nostro Padre celeste ci dice chi siamo: prima di essere un insieme di virtù e vizi, prima di essere membri di una società o esseri dotati di facoltà, siamo figli, vale a dire eredi della vigna nella quale dobbiamo svolgere un compito. Questo modifica anche il nostro modo di vedere il prossimo, che iniziamo a riconoscere a sua volta come erede di quella vigna.

Gesù Cristo ci dice in che modo dobbiamo lavorare, servire in quella vigna. Basta imitare Lui; uno sguardo sereno al Vangelo ci conferma che Egli ha già vissuto qualsiasi difficoltà, qualsiasi conflitto, persino qualsiasi tentazione che possa affliggerci.

Lo Spirito Santo mette nelle nostre mani i mezzi per lavorare (“datore di vita”) e ci invita ad abbandonare ciò che è superfluo per il lavoro; vale a dire, ci purifica.

Queste sono le tre voci che ci parlano incessantemente, non solo quando “ci mettiamo in ascolto”, cosa che di solito accade nei momenti di angoscia o di particolare senso di impotenza.

Qualcuno potrebbe pensare che queste voci siano immaginarie, o talvolta persino pura autosuggestione, ma in realtà risuonano in noi chiaramente, come un dolce suggerimento, un invito, una chiamata che annega quasi sempre nel frastuono delle voci dell’anima e del mondo, sebbene percepiamo, in quel momento, che qualcosa di bello e prezioso è andato perduto nella nostra vita.

Tempo fa, un uomo di 51 anni, che avevo conosciuto anni prima, stava morendo in ospedale. Spettò a me amministrargli gli ultimi Sacramenti e, quando lo vidi, era perfettamente cosciente e lucido; sapeva che gli restavano poche ore o, al massimo, pochi giorni, poiché il suo cuore era gravemente e irreversibilmente danneggiato.

Conversammo a lungo e mi raccontò come fosse riuscito ad avere un buon rapporto con la moglie e i due figli e che pensava di non aver mai trattato male nessuno, cosa che mi parve probabile, dato il suo buon carattere. A metà del suo racconto, si fermò un momento e mi disse: «Luis, muoio con tristezza perché sono sicuro che avrei potuto fare molto di più per il mondo intero».

Non dimenticherò mai quei momenti, perché sono sicuro di avere la stessa impressione riguardo alla mia vita, cosa di cui dobbiamo essere grati. È quello che si legge già nel Libro di Giobbe (5,17): «Beato l’uomo, che è corretto da Dio: perciò tu non disprezzare la correzione dell’Onnipotente».

Credo che ciò che è accaduto al mio amico morente sia lo stesso sentimento di tante persone buone che dicono: «Mi piacerebbe avere fede», ma il fatto è che non si sono fermate ad ascoltare quelle tre voci che le invitano a intraprendere un compito immediatamente, non a comprendere il piano del nostro Padre celeste in tutti i suoi dettagli.

In realtà, nel piano del nostro Padre celeste è incluso che io faccia qualcosa per Lui proprio ora; non si tratta di una forma di attivismo, ma di un pensare, agire o parlare come Cristo lo farebbe nella mia situazione, per il quale ricevo una vera luce e forza dallo Spirito Santo. È ciò che accadde a Cristo durante il suo Battesimo e ai discepoli nel giorno di Pentecoste.

È interessante vedere come San Paolo istruisca gli Efesini affinché comprendano queste due verità: che lo Spirito ci ispira in ogni momento e che la sua relazione con noi è davvero amorevole e intima, poiché, vivendo con mediocrità, siamo capaci di rattristarlo. In questo modo, non parla di un rapporto capo-dipendente, ma di una vera amicizia spirituale:

«Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca, ma solo parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, secondo la necessità del momento, affinché comunichi grazia a chi ascolta. E non rattristate lo Spirito Santo di Dio … » (Ef 4,29-30).

—ooOoo—

Infine, consideriamo come l’affermazione biblica secondo cui siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1, 26-27) acquisisca una profondità speciale quando riconosciamo che Dio è Trinità, perché allora tutto ciò che comprendiamo e diciamo della Santissima Trinità influisce sulla nostra stessa natura.

Diceva San Giovanni Paolo II nella sua Lettera alle Famiglie in occasione dell’Anno Internazionale della Famiglia: «Prima di creare l’uomo, sembra quasi che il Creatore sia rientrato in Sé stesso per cercare il modello e l’ispirazione nel mistero del suo Essere».

► In primo luogo, Dio non è solitudine, bensì comunione di tre Persone. Nel «facciamo» della Genesi, scritto da un autore ispirato, si manifesta la presenza totale della Trinità nell’azione creatrice. Essere creati a sua immagine significa che la nostra identità più profonda è relazionale: siamo fatti per vivere in comunione, non isolati. Tanto l’individualismo quanto le tendenze egoistiche vanno direttamente contro ciò che siamo in verità.

L’origine di ogni relazione tra noi si trova nella generazione del Figlio da parte del Padre e nella processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio. Dio Padre genera il Figlio, e da entrambi procede lo Spirito Santo, donato come un Dono.

Per questo possiamo dire che il peccato è innaturale, poiché è qualcosa di simile ad aspettarsi che da un seme germogli una pietra, invece della pianta prodotta da quel seme.

Una manifestazione di questa realtà è la triste situazione di una moltitudine di giovani, di classi sociali sia alte che basse, che sono vittime della solitudine nelle sue varie forme. Nulla può sostituire la relazione tra genitori e figli, con i fratelli e con gli amici autentici.

Per credenti e non credenti, condividere con qualcuno le esperienze quotidiane, la gioia di una scoperta o la tristezza di una perdita fa parte dello sviluppo personale; costruire relazioni personali risponde a uno degli elementi più importanti del nostro essere persona, creata a immagine della Trinità.

► Diciamo che in Dio vi è distinzione di Persone e unità di natura. Qui, la nostra somiglianza si riflette nella capacità di essere distinti (ogni persona è unica) e, allo stesso tempo, chiamati all’unità nell’amore; perché se l’amore è l’essenza della Trinità, allora essere immagine di Dio significa che la nostra pienezza sta nell’amare e nell’essere amati. Affinché esista questo amore, devono esserci almeno due persone simili per donare ciò che la Trinità ha depositato in ogni persona creata.

► C’è qualcosa di ancora più centrale della vita morale, sebbene quest’ultima sia indispensabile. Si tratta della nostra vocazione alla vita divina; siamo chiamati a partecipare alla vita stessa di Dio, a entrare nella sua comunione per mezzo della grazia fin da ora, senza dover pensare all’«aldilà» e a ciò che accadrà dopo la morte.

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Nei Sacri Cuori di Gesù, Maria e Giuseppe,

Luis CASASUS

Presidente