Vangelo alla mano

Quale testimonianza non può dare Cristo e noi invece sì? | Vangelo del giorno, 3 maggio

da 29 Aprile 2026Maggio 1st, 2026No Comments

Vangelo secondo San Giovanni 14,1-12:
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».

Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Quale testimonianza non può dare Cristo e noi invece sì?

 Luis CASASUS Presidente delle Missionarie e dei Missionari Identes

Roma, 3 maggio 2026 | V Domenica di Pasqua

 Atti 6, 1-7; 1Pietro 2, 4-9; Giovanni 14, 1-12

Una leggenda. Un giovane d’Israele, di nome Matania, camminava verso Gerusalemme nei giorni in cui molti discutevano sulla Legge e sulla vera sapienza. Alcuni dicevano: “La verità è nelle parole antiche“. Altri, invece, proclamavano che la verità la possiedono i nuovi maestri. Infine, c’era chi sosteneva che la verità semplicemente non esiste e che ognuno la costruisce alla sua misura.

Matania ascoltava tutti, ma il suo cuore restava inquieto perché sentiva il richiamo del sapere; non per curiosità, ma per dare un senso alla sua vita, poiché desiderava sinceramente fare il bene, essere utile a una società per la quale non sapeva come lottare e alleviare tante sofferenze di ogni tipo.

Mentre risaliva il sentiero che parte da Gerico, vide un gruppo di uomini riuniti attorno a un giovane rabbi. Non discutevano; ascoltavano con attenzione. C’era in loro una pace che Matania non aveva visto in nessuno scriba. Il rabbi dava loro istruzioni per visitare diverse località, andando a due a due.

Il rabbi alzò gli occhi e lo vide arrivare. Matania sentì che quello sguardo lo attraversava senza ferirlo, come se lo conoscesse da prima della nascita. Con un gesto, lo invitò a sedersi tra coloro che ascoltavano.

Maestro”, osò interromperlo, “ho cercato la verità in molti luoghi. Dove posso trovarla?”.

Il rabbi non rispose con un argomento. Non citò scuole né tradizioni. Fece solo un passo verso di lui: “Matania, la verità non è un pensiero che tu debba comprendere, ma qualcuno che ti chiama per nome”.

Matania sentì il suo cuore ardere. Comprese che la verità non era qualcosa che potesse custodire in un libro, né un’idea da dominare. Ebbe l’impressione che la presenza viva di quel Maestro lo invitasse a camminare. Passarono alcuni secondi.

Seguimi”, disse il rabbi.

E Matania capì che la verità non si definisce, ma si incontra in un volto. Senza comprendere del tutto, si unì al gruppo che si accingeva a partire con il rabbi Gesù. Scoprì che la verità non era un cammino che portava in qualche luogo, ma qualcuno che si faceva cammino per lui.

                                                             —ooOoo—

L’insaziabile e intrepida curiosità degli apostoli Tommaso e Filippo è propria di chiunque abbia avuto un’esperienza spirituale e si aspetta sempre di più, ma nulla può sostituire un incontro pieno e definitivo. Come leggiamo nell’Antico Testamento:

L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Le lacrime sono mio pane giorno e notte, mentre mi dicono sempre: ‘Dov’è il tuo Dio?’” (Salmo 41, 2-4).

La risposta di Gesù va oltre le nostre aspettative: non solo dice che Dio Padre è visibile nelle opere che Egli compie, ma che i discepoli compiranno opere persino più grandi. È un’affermazione sorprendente, che solitamente viene interpretata come l’annuncio dell’espansione della Chiesa in tutto il mondo. Certamente, ciò continua ad accadere tra tribolazioni e difficoltà di ogni tipo.

Non sembra che Gesù si riferisca al fatto che noi faremo miracoli più spettacolari del risuscitare i morti o guarire ogni tipo di malato. In ogni caso, più che l’estensione territoriale della Chiesa, c’è qualcosa che non si è visto in Cristo, ma che si vede in noi che lo seguiamo: la testimonianza di chi è peccatore, di noi che abbiamo il cuore diviso eppure, per l’azione dello Spirito Santo, viviamo il miracolo di poterci rialzare ancora e ancora, e di essere quei vasi fragili, portatori di un tesoro ineguagliabile (2 Cor 4, 7).

Cristo, non conoscendo il peccato, non ha potuto dare la testimonianza del pentimento. Noi, evidentemente, sì.

Gesù aveva già annunciato che in cielo ci sarà più gioia per un solo peccatore che si pente e si converte, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione (Lc 15, 7). Ciò che non appare nel Vangelo è che Cristo indichi qualcuno che NON abbia bisogno di convertirsi… Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che sempre, continuamente, possiamo dare testimonianza della nostra conversione. Di fatto, fu la prima cosa che San Giovanni Battista chiese ai suoi discepoli e a tutti coloro che si avvicinavano a lui.

È possibile — anzi, certo — che non ricordiamo le mancanze di carità commesse, che tardiamo a essere consapevoli delle offese al prossimo o del bene che non abbiamo fatto. Siamo molto creativi nel giustificarci o nell’interpretare le nostre offese e omissioni in modo benevolo.

Ciò contrasta con la Prima Lettura, che ci offre un bellissimo esempio di come dobbiamo essere attenti alle innumerevoli necessità di chi ci sta accanto: paure, malattie, scoraggiamento, conflitti interpersonali… tutte sfide nuove che ci obbligano a cambiare vita, spesso ad abbandonare piani ben elaborati, a usare il tempo in modo diverso. Cristo conosceva le debolezze e i limiti dei suoi primi seguaci, ma oggi vediamo come, pazientemente e con la certezza che riceveranno lo Spirito Santo, li consoli e prometta loro il suo aiuto personale nel versetto che segue il testo odierno: “Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò”.

                                                                —ooOoo—

Contemplando i discepoli nel Cenacolo, con il cuore pieno di angoscia e costernazione, una lezione molto pratica che dobbiamo imparare riguarda la realtà di molti giovani che intraprendono la sequela di Cristo, a volte nella vita consacrata, e dopo un certo tempo abbandonano quel cammino, ritornando cioè alla mediocrità o forse alla perversione del mondo.

Giuda aveva appena abbandonato il gruppo, tanto che anche il Maestro si angustiò profondamente (Gv 13, 21) e possiamo supporre come il dubbio e la vacillazione si stessero impossessando del cuore degli undici ancora fedeli. Gesù, infatti, aveva appena annunciato il triplice rinnegamento di Pietro… La situazione non poteva essere più tesa. Il conforto che Cristo dà a quella comunità triste e spaventata è potente, perché viene da qualcuno che ha sofferto e sta soffrendo un’agonia profonda. Non fa riferimento a un cielo che li attende, ma a qualcosa di più immediato, di imminente: Egli continuerà a essere presente per confermare a ciascuno di noi che servire fino a dare la vita è fecondo, ha un frutto sicuro, indistruttibile.

Cristo ritorna, dopo aver donato la sua vita, per dire ai suoi di imitarlo, perché in verità è l’unica cosa che valga la pena. Non usa lunghi discorsi, ma può dire loro: “Io sono la via, potete seguirmi fino alla Croce, con la certezza che la morte — ogni tipo di morte — non è più forte della grazia”.

Questo ricorda la madre dei sette fratelli Maccabei, che furono torturati e giustiziati davanti a lei; fu lei a incoraggiarli a donare la vita e li seguì nella loro immolazione per essere fedeli alla Legge di Dio.

Custodire la vocazione di chi inizia il proprio pellegrinaggio accanto a Cristo, o di chi sta attraversando una “crisi della mezza età”, significa camminare davanti a loro, contagiarli con l’entusiasmo di chi si sente trasportato dalle tenebre verso la luce, come dice la Seconda Lettura.

Quando dobbiamo sottoporci a un intervento chirurgico delicato, ascoltiamo il medico che ci trasmette fiducia, pur con la modestia di chi sa che possono esserci imprevisti… Ma se parliamo con una persona che ha già subìto quell’intervento, il nostro animo viene rafforzato da qualcosa di diverso di un dato scientifico. Non è lo stesso tenere una lezione di geografia sull’Antartide o iniziare dicendo: “Ieri sono tornato dal Polo Sud…”.

Nella vita di San Francesco d’Assisi, c’è una storia simile a questa:

Ruggiero era un giovane che aveva lasciato la sua casa per seguire Cristo nella nascente fraternità di Assisi. All’inizio tutto gli sembrava bellissimo: la povertà gioiosa, i canti, la fraternità semplice. Ma presto arrivarono la stanchezza, il disagio, il dubbio. Una notte, dopo una dura giornata passata a mendicare il pane e a ricevere scherni, Ruggiero si sedette dietro la piccola chiesetta della Porziuncola. Era esausto, pieno di vergogna e di paura.

Non sono fatto per questo — diceva tra sé — Non ho la gioia degli altri. Non ho la forza di Francesco. Non ho nulla da offrire“. Decise che all’alba se ne sarebbe andato.

Mentre stava pensando a questo, udì dei passi. Era Francesco, che tornava dal pregare nel bosco. La sua tunica era strappata, i piedi impolverati, ma il suo volto… il suo volto aveva una luce che non veniva da questo mondo. Si sedette accanto a lui senza chiedere nulla. Ruggiero cercò di nascondere le lacrime, ma il santo lo guardò con una tenerezza che disarmava.

Fratello — disse Francesco — perché sei così triste?”.

Ruggiero scoppiò a piangere. “Perché non sono come te. Perché non ho la tua fede, né la tua gioia, né la tua forza. Perché mi sento vuoto“.

Francesco rimase in silenzio un momento, come chi ascolta qualcosa di più profondo delle parole. Poi disse: “Credi che io sia forte? Credi che io non abbia avuto paura? Quando il Signore mi chiamò, io ero il più piccolo di tutti, il più fragile, il più incapace. Se vedi della luce in me, non è mia: è Sua”.

Ruggiero alzò lo sguardo. Francesco continuò: “Dio non ti ha scelto perché tu fossi capace, ma per mostrare in te il suo amore. E se oggi il tuo cuore è oscuro, lascia che ti dica una cosa: io crederò per te finché tu non potrai credere di nuovo”.

Ruggiero sentì che qualcosa si accendeva dentro di lui, come una brace che riprende fuoco.

Francesco si alzò in piedi, lo prese per le spalle e aggiunse: “Fratello, non te ne andare. Non abbiamo bisogno di uomini perfetti, ma di cuori che si lascino amare. Resta, e camminiamo insieme; domani mattina andremo insieme a visitare una famiglia a Rieti. La gioia tornerà“.

Quella notte, Ruggiero non ricevette spiegazioni teologiche né discorsi eroici, ma qualcosa di molto più grande: la testimonianza viva di un uomo che ardeva di Dio.

Anni dopo, quando lui stesso accompagnava giovani scoraggiati, era solito dire: “Il giorno in cui volevo abbandonare, Dio mi salvò con la fede di Francesco. E capii che la santità è contagiosa: basta che uno arda perché un altro torni ad accendersi”.

____________________________

Nei Sacri Cuori di Gesù, Maria e Giuseppe,

Luis CASASUS

Presidente