Santa Rafaela María del Sagrado Corazón, 6 gennaio

By 5 Gennaio, 2022Gennaio 22nd, 2022Santo

“Da questa fondatrice delle Schiave del Sacro Cuore, Pio XII disse che fu una martire nell’ombra. Condivise lo stesso ideale di sua sorella, anche se dentro l’Ordine dovette vivere anche la separazione da lei che le fu imposta”.

 

In questa festività dell’Epifania del Signore, celebriamo anche la vita di Rafaela Maria del Rosario Francesca Rudesinda Porras y Ayllón. Nacque a Pedro Abad (Cordova, Spagna) il 1° di marzo del 1850 in una famiglia di alta posizione sociale. Furono tredici fratelli, undici maschi, sua sorella Dolores e lei. A 4 anni perse suo padre. Il 25 marzo 1865, a 15 anni, nella parrocchia di san Juan de los Caballeros fece voto di castità perpetua. Forse non aveva chiaro quello che sarebbe stata la sua vita, ma mirava chiaramente alla consacrazione. Tutto quello si concretizzò molto presto quando nel 1869, intorno ai suoi 19 anni, passò per la nuova e dura esperienza di vedere morire sua madre trovandosi sola vicino a lei: “Promisi al Signore di non mettere mai il mio affetto in creatura alcuna”. Poi, le due sorelle, che condividevano ideali simili, accrebbero la loro pietà e le opere di carità.    

Una volta che si sposarono due dei loro fratelli, e dopo la prematura morte di un altro nel 1872, pensarono di dare un cambio alla loro vita diventando carmelitane nella loro città natale. Nel 1873 seguivano le indicazioni del presbitero José María Ibarra. Nel 1874, consigliate da lui, entrambe le sorelle andarono a convivere con le clarisse di Cordova passando per una feconda tappa di riflessione. Fu allora che conobbero il buon sacerdote José Antonio Ortiz Urruela che fu decisivo nelle loro vite. Seguendo il suo consiglio, nel 1875 si misero in contatto con la Società di Maria Riparatrice come postulanti. Prendendo l’abito scelsero il nome: Rafaela, quello di Maria del Sacro Cuore, e Dolores, quello di Maria del Pilar.     

Nel 1876 la Società si trasferì a Siviglia, e le due sorelle rimasero a Cordova con altre novizie, sotto la protezione del vescovo frate Ceferino González. Questi le appoggiò affinché nel dicembre di quello stesso anno mettessero in moto l’Istituto di Adoratrici del Santissimo Sacramento e Figlie di Maria Immacolata. Poi avrebbe detto: “Io non voglio essere fondatrice”, ma non fece marcia indietro, e fu scelta anche come superiora. La comunità viveva in conformità alle regole di sant’Ignazio. Ma in un momento dato, le avvisarono che il vescovo voleva intervenire nella loro forma di vita, e decisero di uscire di notte quattordici novizie, insieme a Rafaela Maria, verso Andujar. A Cordova rimaneva Dolores per notificare il fatto. Ad Andújar alloggiarono nell’Ospedale delle Figlie della Carità. La santa diceva: “Io mi trovo con valore e forze molto grandi, perché ho messo la mia fiducia nel Signore, nel fatto che sempre ci aiuterà perché non desideriamo altro che il suo onore e la sua gloria.”    

Da Andújar si trasferirono a Madrid, aprendo un’altra casa nel quartiere di Chamberí. Morendo Don José Antonio, ricevettero l’aiuto del gesuita, padre Cotanilla, e del vescovo ausiliare Sancha. Nel 1877 il cardinale Moreno concesse loro l’approvazione diocesana e dieci anni più tardi, il papa Leone XIII approvò la Congregazione col nome di Schiave del Sacro Cuore di Gesù. Il suo desiderio era che tutte si vincolassero all’ardente anelito del suo cuore: “Che tutti lo conoscano e l’amino”. Ella seguiva il suo cammino di oblazione, sapendo che era l’unica via per unirsi a Dio. Così rifletteva nei suoi esercizi spirituali. E Dio l’ascoltò. Nel 1892 aveva 43 anni e ne rimanevano ancora altri 32 di vita quando cadde su di lei la “notte oscura”. Erano in un momento fecondo per l’Istituto, ed in mezzo ad esso germogliarono le gramigne della sfiducia e dell’incomprensione, un “annichilimento progressivo e di martirio nell’ombra”, come disse Pio XII.     

Davanti alle gravi difficoltà di governo, rinunciò al generalato a Roma a favore di sua  sorella Dolores, e fu completamente dimenticata, realizzando duri lavori e soffrendo costanti umiliazioni, mentre si immolava con la vivenza eroica dell’umiltà e del perdono. Nella sua solitudine e nel silenzio rinnovava il suo spirito di riparazione per i peccati del mondo, pensando unicamente alla gloria di Dio. Così si abbracciò alla croce. “Nel non fare sta il mio maggiore martirio. Dio mi chiede essere santa. Io non posso smettere di esserlo senza disprezzare il Suo santo volere. Se riesco ad essere santa, faccio di più per la Congregazione, per le sorelle e per il prossimo che se mi dessero incarichi di maggiore zelo. Il mio spirito geme, ma vale di più piacere a Gesù gemendo che ridendo […]. La gioia sarà nell’altra vita. Gesù mi ama molto e questo deve incoraggiarmi sempre.”    

Dio le concedeva doni straordinari. Poté uscire dalla casa di Roma solo per andare a Loreto, ad Assisi e in Spagna, ma non le fu permesso visitare sua sorella a Valladolid, città nella quale si trovava, ritirata anche dal governo della Congregazione. La sua consolazione era pregare in ginocchio per ore davanti al Santissimo Sacramento al punto da rimanere colpita da una grave lesione alle ginocchia. Morì il 6 gennaio 1925 (Anno Santo). 

Pio XII la beatificò il 18 maggio 1952, e Paolo VI la canonizzò il 23 gennaio 1977.  

  

  

  

  

  

TRADUZIONE ITALIANA
Isabel Orellana Vilches, Gesta d’amore (Epopeyas de Amor)

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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