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Santo

Santa María Bertilla Boscardín, 20 ottobre

By 19 Ottobre, 2023Aprile 17th, 2024No Comments
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“Tacciata di “tontarella”, nella sua breve esistenza percorse un sentiero spirituale mirabile, qualificato da Pio XII come “cammino delle auto”: umile, nascosto, edificante. Inondò con la sua carità i poveri e i malati”.

Per fortuna, l’efficacia non è un requisito, né ha influenza sulla santità; neppure il giudizio umano ha a che vedere col divino, qualcosa che si è già ricordato in altre occasioni. La vita di questa giovane italiana, Anna Francesca, fu quella luce sfolgorante che brillò in mezzo a coloro che si affrettarono a negarle la gloria, tacciandola di “tontarella” dentro e fuori della Chiesa. Sostituendo misteriosamente il fondatore (Giovanni Antoni Farina) dell’Ordine nel quale si sarebbe santificata, ella nacque il 6 ottobre 1888, proprio l’anno nel quale questo virtuoso prelato salì al cielo. Anna vide la luce a Bréndola (Vicenza, Italia). E forse se fosse venuta al mondo in una casa amorevole ed attenta, avrebbe avuto un’infanzia e gioventù diverse, benché poi non si sa se in quel modo avrebbe conquistato la gloria degli altari.

La cosa minore fu la povertà della sua famiglia campagnola. Ma alla sua fragile salute e brevità di mire, si unirono i cattivi modi di un padre ebbro, preso dalla gelosia e violento, con un carattere sicuramente inacidito dalle carenze economiche, che la maltrattò quotidianamente. Non c’è da stupirsi che a 16 anni, con questo panorama ed uno scompiglio che colpiva anche i suoi studi, sognasse un altro tipo di vita e abbandonasse il suo lavoro domestico in casa di alcuni vicini. Si capisce che guardasse con speranza ad un futuro migliore insieme alle Sorelle Maestre di Santa Dorotea, Figlie dei Sacri Cuori, soprattutto quando già a 12 anni aveva consacrato a Dio la sua verginità.

Ma la precedeva il cattivo apprezzamento di coloro che la circondavano o la conoscevano grossolanamente, non tanto per il suo aspetto di lavoratrice e la sua forza di volontà, nascosta per la maggioranza, ma piuttosto per il giudizio che meritava la sua scarsa intelligenza. Perfino l’arciprete Gresele prese con una certa battuta la vocazione di Anna quando il parroco Capovilla gli notificò che l’aveva accolta come membro delle Figlie di Maria. Anch’egli dubitò inizialmente del suo valore, ma si assicurò che almeno sarebbe servita per realizzare compiti domestici. Così lo trasmise all’arciprete che parlò con le altre religiose; esse si rifiutarono di ammetterla. Il caso è che, alla fine, Anna entrò nell’Istituto al quale aspirava, nella città di Vicenza, e nel 1905 prese l’abito e il nome di Maria Bertilla in onore della badessa di Chelles, di origine francese, santa Bertilla. A forza di essere squalificata nel suo ambiente, lei stessa si credeva incapace; si sottovalutava. Ma la sua virtù era una potente luce.

Con ammirevole umiltà, sapendo chiaramente che non sceglieva il convento come rifugio per i suoi mali, bensì come un trampolino per la sua perfetta consacrazione, andò diretta al dunque e disse alla maestra di novizie: “Io non so fare niente. Sono un’incapace, una ‘tontarella’. mi Insegni ad essere santa”. Forse non avrà impressionato troppo la formatrice con questa insolita ed edificante presentazione che fece di sè stessa, anche se era da commuoversi, ma la questione è che la destinarono alla cucina, alla panetteria e alla lavanderia, mestieri che svolse per un anno. Voleva compiere solamente la volontà di Dio. Mostrava la sua gratitudine quando era rimproverata per qualcosa. Docile, con grande innocenza evangelica, era alla mercé della sua maestra: “mi corregga sempre; mi farà un gran favore”. Già era tracciata la sua strada che fu qualificata da Pio XII come ” ‘Il cammino delle automobili’, il più comune. Niente estasi, niente miracoli in vita, ma un’unione con Dio sempre più profonda nel silenzio, nel lavoro, nella preghiera, nell’obbedienza. Da quell’unione veniva la squisita carità che ella dimostrava ai poveri, ai malati, ai medici, ai superiori, a tutti”. E così fu. Le parole del suo fondatore: “Si viva nell’obbedienza e nell’obbedienza si muoia” cesellarono anche la sua vita da consacrata.

Qualcuno aveva notato che poteva avere qualità per l’assistenza ai malati, e l’inviarono a studiare infermeria nell’ospedale retto dalle religiose a Treviso. Ma la superiora generale la restituì alla cucina fino a che professò nel 1907. Allora si rivelò come un angelo di bontà per i bambini malati di difterite e per il resto dei malati delle diverse sale per le quali passò, alcuni con lesioni nauseabonde. Nel 1909, non senza difficoltà, mentre guariva da un’operazione, si preparò ed ottenne il titolo di infermiera.

Nel 1915 assistette i feriti di guerra a Viggiù, zona vicina a Como. Era più che evidente che per questo possedeva alcune eccezionali qualità. La superiora non apprezzava il suo lavoro -che, tuttavia, commuoveva gli ufficiali ed il cappellano-, e la correggeva severamente per la sua attenzione ai malati ed il suo zelo nel lavoro, mandandola alla lavanderia. Dall’interno della santa germogliava questa ardente supplica: “Gesù mio, vi chiedo per le vostre sante piaghe, fatemi morire mille volte, prima che io faccia qualche azione solo per essere lodata”. cosicché le disposizioni che si prendevano in relazione a lei, come questa, le accoglieva con immensa gratitudine; era esplicita al momento di mostrarla. In realtà, quando le notificarono la sua missione nella lavanderia, disse gioiosa: “molte grazie, madre”.

Una nuova superiora generale la destinò all’ospedale di Treviso mettendola a capo del padiglione infantile di malattie infettive. Assunse il compito con obbedienza, in silenzio, piena di carità, facendo vita del suo motto: “A Dio tutta la gloria, per il prossimo tutta l’allegria e per me tutto il sacrificio”. Alla fine fu ospedalizzata. Anni addietro aveva contratto una malattia per la quale fu operata senza successo. Un medico che l’assisteva, e che si dichiarava non credente, commentò dopo averle fatto una visita: “lassù sta morendo una santa”. Il suo transito avvenne il 20 ottobre 1922. Aveva 34 anni. Prima di spirare lasciò questo messaggio alla superiora generale: “Dica alle sorelle che lavorino solamente per il Signore, che tutto è niente, tutto è niente”. L’accompagnarono fama di santità e prodigi.

Pio XII la beatificò l’8 giugno 1952. Giovanni XXIII la canonizzò l’11 maggio 1961.

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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