Santa Kateri (Caterina) Tekakwitha, 17 aprile

By 16 Aprile, 2021Santo

“Il giglio dei Mohawks, una coraggiosa indigena che andò contro le leggi della sua tribù consacrandosi a Dio totalmente senza timore di perdere la vita. Condivide con San Francesco d’Assisi il patronato della natura e dell’ecologia”

Questa prima indigena canonizzata, conosciuta come “Il giglio dei Mohawks”, nacque a Ossernenon, stato di New York, nel 1656. Suo padre apparteneva alla tribù Mohawk della quale era capo, e sua madre agli Algonchini. La famiglia la completava un fratello maschio. I tre morirono nel 1660 in conseguenza di un’epidemia di vaiolo che colpì ferocemente tutto il paese, decimandolo. Anche Kateri contrasse la malattia che rispettò la sua vita ma le sfigurò il viso e le colpì la vista. Una volta spianato e dato alle fiamme il villaggio, si trasferì in Kahnawake e rimase sotto la tutela di due zii ed una zia che non avevano discendenza. Uno di questi parenti non nascondeva il suo disprezzo per la religione. La chiamavano Tekakwitha per il suo significato: “quella che mette le cose in ordine”, nome che si guadagnò col suo efficiente lavoro servendo la moglie dello zio che l’accolse nella sua casa.     

Nei pochi anni che visse con sua madre Tagaskouita – che aveva conosciuto il cattolicesimo prima di essere rapita ed obbligata a sposarsi dopo una guerra tra clan tribali – ella le parlò di Dio, pur soffrendo l’ostilità di suo marito che era pagano, e la sua antipatia verso i religiosi gesuiti. E visse afflitta nel vedere i suoi figli con le mani legate e senza libertà di decisione per optare per il credo cattolico. Ma mantenne ferma la sua fede contro tutto e tutti. Kateri ricordava canzoni religiose che sua madre sapeva, e che intonavano insieme in casa dei suoi parenti.     

Nel 1667 alcuni gesuiti furono ospiti di suo zio e, approfittando di avere il compito di seguirli, poté approfondire quel Dio amore che le bolliva dentro perché essi le parlavano di Gesù e di Maria. Tuttavia, non ebbe occasione di confidarsi e manifestare quanto grande era il suo desiderio di essere battezzata. Ma nel 1674 un altro dei gesuiti che aveva fondato la missione di San Pietro a Caughuawaga, padre James de Lamberville, arrivò alla sua tribù per evangelizzare. E Kateri vide il momento di compiere il suo ardente anelito di diventare cristiana. Di fatto, benché i suoi zii la promettessero ad un giovane guerriero, aveva ricusato di sposarsi con lui perché aveva qualcosa dentro di sé che non sapeva decifrare, e che la spingeva a cime più alte. La rottura dell’accordo stabilito da anni causò grande commozione nel suo ambiente e la maggior parte della tribù non glielo perdonò.    

Un’opportuna lesione nel piede le permise di aprire il suo cuore al gesuita in casa di suo zio, e di chiedergli segretamente la grazia del battesimo. Gli spiegò che sua madre e l’amica di lei, Anastasie Tegonhatsihongo, essendo cristiane, le avevano insegnato alcuni principi di fede, ma aveva sete di approfondirli. Non aveva fatto prima questo passo per paura della sua famiglia. Il sacerdote constatò che Kateri non era precisamente una neonata dell’amore divino, ma nella giovane battevano fortemente virtù che conformano la santità; cioè che lo Spirito Santo stava agendo dentro di lei conducendola per il sentiero della perfezione. E nella Pasqua del 1676, sempre in mezzo a grande cautela, la battezzò nella missione di San Pietro, vicina al villaggio. In quel momento le diedero il nome di Kateri (Caterina).     

La decisione presa dalla giovane attirò l’ostilità della gente. Fu oggetto di insulti e vide perfino minacciata la sua vita. Quando padre Lamberville notò che la situazione che circondava la ragazza era insostenibile, si occupò di portarla fuori di lì. Anastasie si trovava già nella conosciuta prateria della Maddalena in Nuova Francia, oltre il fiume san Lorenzo, e l’aspettava a braccia aperte. Nel 1677 Kateri fuggì abbandonando suo zio con l’aiuto di alcuni amici. Riuscì ad arrivare alla missione, benché per fare ciò aveva dovuto percorrere più di 300 km. camminando nel bosco. I gesuiti la considerarono un tesoro. Anastasie l’istruì nella fede e riuscì a materializzare il suo sogno di darsi alla preghiera e alla penitenza. L’inorridiva il peccato e si flagellava senza compassione afflitta per le mancanze che avrebbe potuto commettere.    

Trasformò i campi di mais nello scenario ideale per pregare il rosario eludendo i rigori climatologici, senza tener conto dello sforzo che ciò supponeva. Nel frattempo, sulle rive del fiume faceva croci di legno. Per non importunare coloro che la ospitavano, e portata dal suo grande amore per l’Eucaristia e Gesù crocifisso, si manteneva discretamente vicina alla cappella, aspettando la sua apertura fin dall’alba. Quindi rimaneva lì fino a che terminava l’ultima messa che si officiava. Nel 1677, anno nel quale ricevette la prima comunione, la missione di San Francesco Saverio si trasferì a Sault St. Louis, vicino a Montreal in Canada. Nel 1678 conobbe Marie-Thérèse TekaiaKentha che si era convertita al cattolicesimo, condividendo entrambi i simili aneliti di penitenza. Tutto realizzavano in comune sotto l’attento sguardo del loro direttore spirituale, padre Pierre Cholenec.     

Nel 1679 Kateri emise il suo voto di verginità, una decisione che aveva un peso importante nella condotta di una persona aborigena. Con essa diede una grande testimonianza. Dopo avere visitato un convento di religiose a Montreal chiese se poteva mettere in moto una fondazione con alcune amiche, ma il suo confessore le fece vedere che non era preparata a tale impresa. La sua missione fu catechizzare i bambini e prestare un impagabile aiuto ai malati ed anziani; tutto ciò senza smettere di mortificarsi. Il suo debole organismo non resistette a tante scommesse, nonostante il padre Cholenec avesse dovuto mettere limite ai suoi eccessi perché si temeva il peggio. E così fu. Alla fine, contrasse una tubercolosi che falciò la sua vita il 17 aprile 1680, quando aveva 24 anni. Le sue ultime parole furono: “Gesù, ti amo! “. La morte liberò il suo viso dalle impronte del vaiolo. In ogni momento aveva dato prove di fede, speranza e carità. Fu eroica nella sua pazienza, rassegnazione ed allegria nella sofferenza. Insieme a san Francesco di Assisi la si considera patrona della natura e dell’ecologia. 

Giovanni Paolo II la beatificò il 22 giugno 1980, e Benedetto XVI la canonizzò il 21 ottobre 2012.

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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