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Santo

Santa Dolce Lopes Pontes, 13 marzo

By 12 Marzo, 2024Aprile 17th, 2024No Comments
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“Questo angelo buono del Brasile realizzò un lavoro apostolico impressionante. Fondatrice delle Figlie di Maria Serve dei Poveri, mise in moto scuole, biblioteche, unioni operaie cattoliche, oltre ad una straordinaria rete ospedaliera”.

Maria Rita de Souza Brito Lopes Pontes nacque a Salvador de Bahia (Brasile) il 26 maggio 1914. Era la seconda di cinque fratelli. Suo padre, Augusto, era dentista e professore della facoltà di Odontoiatria. Sua madre, Dolce Maria, morì a 26 anni dopo avere dato alla luce la beniamina. Allora la futura santa aveva 6 anni. Suo padre sarebbe stato sempre al suo fianco, incoraggiandola ed aiutandola nelle sue iniziative apostoliche fino alla fine dei suoi giorni. Egli stesso fu propulsore di importanti opere di azione sociale. Dei tre dei figli avuti nel matrimonio: Augusto, Dolce e Maria Rita, si fecero carico le loro zie.

I tre fratelli fecero la prima comunione nel 1922. Cinque anni più tardi, in piena adolescenza, Dolce sentì risvegliarsi il suo interesse per la vita religiosa. Si addentrò in posti depressi della città insieme ad una delle sue zie e, da allora, la marginalità e la povertà che vide intorno a sé la commossero profondamente; tanto che non poté allontanarli più dalla sua mente. Introdusse nelle sue azioni quotidiane l’aiuto a coloro che soffrivano molteplici carenze, dando loro la priorità. E per ciò trasformò la cantina della sua casa in un punto assistenziale che fu sommamente apprezzato da coloro che non avevano risorse per affrontare le difficili giornate. Faceva tutto quello che poteva per alleviare quelle tanto gravi deficienze. Forniva loro alimenti, vestiti, medicine…

Nel 1932, dopo avere frequentato gli studi alla Scuola Normale di Bahia, professò come terziaria francescana. Si vincolò a questo carisma guidata dal suo direttore spirituale, il padre Hildebrando Kruthaup, ofm. Prese il nome di Lucia. Ma l’anno seguente entrò nell’Istituto delle Sorelle Missionarie dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio. Di quest’Ordine le avevano parlato nel convento di Nostra Signora dell’Esilio nel 1929. E realizzando i voti nell’agosto del 1934, scelse il nome di Dolce in onore di sua madre. Modello per la sua vita fu Teresa di Lisieux. Era convinta che doveva imitare la sua condotta: “Credo di essere come il piccolo amore del mio piccolo cuore che per tanto amore che abbia è poco per un Dio tanto grande […]. Seguendo l’esempio di santa Teresina, credo che debbano essere piacevoli per il Bambino Gesù tutti gli atti piccoli d’amore per minimi che siano.”     

Per tre mesi, nell’anno 1934, realizzò un’intensa attività apostolica. Fu destinata a Salvador, e nell’Ospedale Spagnolo svolse diversi mestieri, da infermiera a portinaia, ed anche sacrestana. Fece un corso che l’abilitò per la farmacia. Inoltre, impartì lezioni nella scuola di Santa Bernadette, e lavorò con gli operai di Itapagipe. Con la ferma convinzione che “l’amore supera tutti gli ostacoli, tutti i sacrifici”, non trovò barriere per un apostolato mirabile, fecondo ed efficace. Lottò in ogni momento senza fermarsi mai per il bene degli svantaggiati. Se si potesse parlare in termini di curriculum, il suo è impressionante: la fondazione delle Figlie di Maria Serve dei Poveri, scuole, biblioteche, unioni operaie cattoliche, alloggi, la scuola Sant’Antonio per i figli dei lavoratori residenti nel quartiere di Massaranduba, a Salvador, nel quale si diede anche formazione agli adulti, ecc., oltre ad una straordinaria rete ospedaliera, e tutto ciò trovandosi con una capacità respiratoria ridotta al 30 % durante gli ultimi 30 anni della sua vita. Era, senza dubbio, la grazia di Dio che la fortificava e dilatava le sue possibilità in modo costante, sostenendola al di sopra delle difficoltà e dei problemi che si presentavano.

L’origine del St. Anthony’s Hospital che inaugurò con 150 letti nel 1959, fu il frutto della sua costanza, poiché dopo aver messo in moto il sindacato di lavoratori di San Francisco, a Bahia, si dedicò a raccogliere persone malate e a dar loro riparo in un’isola di Salvador de Bahia, in case che nessuno abitava. Quando l’obbligarono ad andarsene, diede fondo alle energie che le eccedevano, e li trasferì in un antico mercato del pesce, fino a che li espulsero anche da lì. Senza perdere mai la fiducia in Dio, condusse 70 persone malate nel pollaio del suo convento. Dopo la sua apertura, questo ospedale arrivò a registrare 3000 pazienti giornalieri. Le sue numerose fondazioni si trovano agglutinate sotto il nome di Opere Sociali “Sorella Dolce”. Nel 1979 il cardinale arcivescovo di Salvador, Brandão Vilela, le chiese di aprire una fondazione ad Alagados.

Il riconoscimento per il suo sorprendente lavoro fece sì che nel 1988 fosse presentata come candidata al Premio Nobel della Pace. Ebbe la consolazione di trovarsi con Giovanni Paolo II in due occasioni. La prima nel luglio del 1980, e la seconda nell’ottobre del 1991, quando si trovava nell’ospedale dove rimase 16 mesi. Il pontefice che tanto bene conosceva il dolore nella propria carne, fece notare: “Questa è la sofferenza degli innocenti. Uguale a quella di Gesù”. Dolce fu una religiosa fedelissima alla sua regola in momenti nei quali nella sua congregazione c’erano alcuni che sostenevano si dovesse mitigare. Una donna di preghiera, sacrificata e penitente, che diffuse tra i poveri, gli operai ed i malati il suo amore al Sacro Cuore di Gesù e all’Immacolata.

Morì nel convento di Sant’Antonio il 13 marzo 1992. Le esequie, realizzate in mezzo alla costernazione della gente che la considerava Madre dei poveri ed angelo buono del Brasile, furono un’esplosione di gratitudine. Condotta su un’automobile dei pompieri, fu scortata dai cadetti della polizia militare e seguita da un’imponente processione di 6 km. Così omaggiavano colei che era già entrata in modo trionfante nella gloria. Il suo corpo rimane incorrotto.

Fu beatificata a Salvador de Bahia dal cardinale Geraldo Majella Agnelo, in rappresentazione di Benedetto XVI, il 22 maggio 2011. Francesco la canonizzò il 13 ottobre 2019.

 

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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