San Pietro Nolasco, 6 maggio

By 5 Maggio, 2022Santo

“Questo Redentore di prigionieri, fondatore dell’Ordine di Santa Maria della Mercede, consacrò la sua vita a liberare i cristiani e lui stesso fu prigioniero in Algeria in una delle spedizioni che portò a termine con questo obbiettivo”

Naturale di Barcellona, Spagna, nacque verso il 1180. I suoi genitori dovevano possedere terre in zone attigue alla capitale. Ed egli sarebbe cresciuto in quell’ambiente privilegiato vicino ad un monastero romanico, fino a che, orfano di padre a 15 anni, con l’accordo materno, ripartì i suoi beni. In età da matrimonio si inginocchiò davanti alla Vergine di Montserrat e gli offrì la sua vita voltando le spalle a mondane vanità. L’epoca storica nella quale scorreva la sua vita, col dominio musulmano sulle coste in tutto il suo apogeo, portò con sé l’esilio di migliaia di cristiani in Africa. Erano persone crudelmente maltrattate ed angosciate per un giogo ingiusto che portò molti a rinnegare la fede pensando che Dio li aveva abbandonati. Pietro prese coscienza della tragedia racchiusa nella schiavitù. E nel 1203 era già impegnato come benefattore dei poveri, come consta in un documento scritto che lo menziona come “responsabile dell’elemosina dei prigionieri”. Precisamente in quell’anno ebbe luogo a Valencia la prima “redenzione di prigionieri”. Il santo ne riscattò con i propri mezzi circa 300. Quando fu esaurito il denaro, formò gruppi per riscuotere la “elemosina per i prigionieri”. E rimanendo chiusa questa via di aiuto, pensò di entrare in qualche Ordine religioso o trasferirsi nel deserto.   

Ci furono due pietre miliari significative di carattere soprannaturale che segnarono la sua traiettoria spirituale ed apostolica. Nel 1203 in un sogno si vide trasportato nell’atrio di uno splendido palazzo dove esisteva un frondoso olivo. Due venerabili anziani gli affidarono la loro tutela. Ad essi seguirono i furibondi attacchi di altri due uomini che si accanirono contro i rami e il frutto. In mezzo alla lotta osservò che dal ramo mozzato ne germogliava un altro più splendente, ed altrettanto accadeva col frutto. Svanita la visione, volle interpretarla. Questa esperienza, a dire dei cronisti, poté offrire due prospettive. Nella prima, l’atrio sarebbe il mondo; l’olivo, la Chiesa, e gli aggressori, i nemici della fede rappresentati nelle coorti di prigionieri che soffocavano sotto le catene della cattività. Riscattandoli, egli avrebbe liberato la Chiesa dalla sua oppressione. In un’altra lettura si sarebbero invertiti i simboli; avrebbero una nuova e semplice sfumatura. L’atrio sarebbe la Chiesa e l’olivo l’Ordine che andava a fondare: un albeggiare per quelli che si trovavano carcerati. A questa convinzione l’avrebbe condotto la Sacra Vergine alla quale Pietro si raccomandava cercando luce per chiarificare il suo divenire, e la volontà divina che potesse racchiudere questo fatto.   

Così stavano le cose, e questa invece fu la seconda pietra miliare: la notte dal 1° al 2 agosto 1218 gli apparve la Vergine. Era vestita con l’abito bianca caratteristico dei mercedari. Mosso da Lei, il 10 dello stesso mese ed anno creò nella cattedrale di Barcellona l’Ordine di Santa Maria della Mercede (Grazia) per la redenzione dei prigionieri. Fu un atto emotivo, di profondo significato, che ebbe luogo alla presenza del monarca Jaime I di Aragona e del vescovo Berenguer di Palou. Fu lui che impose al santo e ai dodici primi membri della fondazione la tunica bianca con tutti i suoi elementi ispirata a quella che portò Maria. La nuova realtà ecclesiale che in precedenza era stata laica, fu dotata con un quarto voto, quello di liberare schiavi che si aggiunse ai classici di povertà, castità ed obbedienza. Li impegnava a donare la propria vita ad immagine del Redentore.    

Agli inizi dell’instaurazione della sua opera, Pedro non fu solo; contò sull’incalcolabile consiglio ed aiuto di san Raimondo di Peñafort. In quel momento, le circostanze propiziavano il lavoro di questi nuovi redentori. L’ospedale barcellonese di Santa Eulalia era riparo di indigenti e prigionieri che ritornavano da terre moresche senza mezzi per sopravvivere. Ed in quello stabilimento, assegnato ai mercedari dal re aragonese, cominciarono il loro eccelso lavoro. Ogni redento aveva l’obbligo di partecipare per un certo tempo alla liberazione di nuovi prigionieri. Anche rimpiazzare lo schiavo occupando il suo posto, purché la sua fede fosse in pericolo e non avesse denaro per riscattarlo. In una delle spedizioni realizzate da Pedro Nolasco in Algeria per liberare cristiani fu fatto prigioniero, ma alla fine ottenne la libertà.   

 Fu un uomo di preghiera, umile, generoso, pieno di fede e misericordia, fedele osservante della regola, dedito, con gran visione e zelo apostolico. A ciò si univano le sue ansie di morire per Cristo. Questo impeto, insieme alla sua fede, propiziarono l’esistenza del ramo mercedario femminile. Lo materializzò con l’assenso di Maria de Cervelló, poi canonizzata, giovane di Barcellona alla quale seppe trasmettere lo spirito che incoraggiava l’Ordine istituito da lui e del quale fu superiore generale. Diciassette fondazioni estese per la Catalogna, Aragona, Valencia, Maiorca e Carbona danno anche idea del suo amore per Cristo ed i suoi simili. Col generoso gruppo di laici che si impegnarono nell’ammirevole compito di aiutare non solo i prigionieri ma anche di prestare assistenza a poveri, malati e pellegrini, creò una fraternità.   

Il re Jaime I, che accompagnò nella conquista di Maiorca e di Valencia, gli donò il monastero di El Puig. Nel 1235 Gregorio IX emise la bolla “Devotionis vestrae” confermando la sua opera. Fu premiato con estasi e doni di profezia e miracoli. La tradizione racconta che avrebbe desiderato venerare le reliquie di san Pietro a Roma, pellegrinaggio che non poté effettuare. Nel suo sconforto, Pietro gli apparve in sogno per tre notti consecutive dicendogli: “vengo io a trovarti perché tu non puoi venire a visitarmi”. Nell’ultima, mentre Pietro Nolasco pregava in ginocchio, vide l’apostolo crocifisso a testa in giù. Lo sollecitò a non lasciare la Spagna dove fioriva il suo eccelso lavoro. Morì il 6 maggio 1245 pronunciando il Salmo 76: “Tu, oh Dio, facendo meraviglie, mostrasti il tuo potere ai popoli e col tuo braccio hai riscattato coloro che erano prigionieri e schiavizzati”. Urbano VIII lo canonizzò il 30 settembre 1628.  

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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