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Santo

San Pier Damiani, 21 febbraio

By 20 Febbraio, 2024Aprile 17th, 2024No Comments
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“Questo dottore della Chiesa, vescovo e cardinale di Ostia, comprese che l’offerta delle sue tendenze dominanti sarebbe stata più efficace spiritualmente che gli strumenti penitenziali che si applicava come castigo”.

La penitenza, il digiuno delle passioni, ha nella vita santa un’espressione concreta. Tutti coloro che aspirano alla perfezione sanno, perché così l’indicò Cristo, che non possono raggiungerla se non sono  disposti a rinnegare se stessi.

Orbene, per secoli nella storia dell’ascetica le penitenze fisiche avevano un gran ascendente su altre opzioni espiatorie. Tuttavia, la virulenza con cui molti uomini e donne si applicarono cilici e discipline varie, non diede sempre i risultati che si potevano sperare.

Pier Damiani che iniziò una via purgativa incoraggiata dalla mortificazione fisica, notò la portata di quella donazione quotidiana che implicano gli eroici e silenziosi sacrifici, sempre laceranti, ma pieni di benedizioni.

Nacque a Ravenna (Italia) nel 1007. Apparteneva ad una famiglia numerosa e povera. Fu l’ultimo dei figli e perse prematuramente i suoi genitori. Allora rimase a carico di uno dei suoi fratelli che lo trattò con inusitata durezza.  Sapeva appena camminare e già si trovava a pascolare i porci. Ma un altro dei suoi fratelli, Damiano, era arciprete di Ravenna e si occupò della sua formazione. Frequentò gli studi a Faenza ed a Parma con grandi risultati, sotto il suo attento sguardo.

Impressionato e grato per il trattamento fraterno che ricevette, Pietro aggiunse il nome di battesimo del fratello al suo; di lì proviene Damiani. Abituato alla rudezza della vita che soffrì tanto acerbamente, l’austerità fu la sua grande alleata quando determinò di abbandonare il mondo esterno entrando nel convento di Fonte Avellana, dove risiedeva una comunità di eremiti.

La divina Provvidenza illuminò le sue riflessioni con la presenza inaspettata di due benedettini che appartenevano al convento e che diedero risposta soddisfacente alle sue domande rispetto alla forma di vita che portavano. Sperimentando con forza le tentazioni della carne, non dubitò di difendersi dagli attacchi del maligno, liberandosi dagli artigli del peccato con dure mortificazioni.

In conformità alle abitudini dell’epoca collocò sotto la sua camicia un cilicio, si frustava e digiunava. Il suo corpo non era fatto per questo tipo di durezze tanto intense e sentì il peso della sua debolezza. Comprese allora che le penitenze devono essere altre, intendendo che doveva avere pazienza e compiere gli affanni di ogni giorno, studiando e lavorando con coraggio.

La severità che si infliggeva, si trasformava in misericordia ed indulgenza con gli altri, sempre curando la vivenza della carità. Aveva imparato dalla sua esperienza ed insegnò ad altri a lottare per il Regno di Dio; quella era la sua migliore e più feconda penitenza invece di punire il suo organismo. Si dedicò a studiare le Sacre Scritture con tanto impegno che fu designato per succedere all’abate, e contro la sua volontà, poiché in maniera alcuna desiderava quella missione, l’assunse nel 1043.

Dalla sua feconda penna sorsero testi diretti agli eremiti. Segnalò i doveri di chierici e monaci, abbordando anche temi morali e disciplinari. Diceva: “È impossibile restaurare la disciplina una volta che questa decade; se noi, per negligenza, lasciamo cadere in disuso le regole, le generazioni future non potranno ritornare alla primitiva osservanza. Stiamo attenti a non incorrere in simile colpa e trasmettiamo fedelmente ai nostri successori il lascito dei nostri predecessori.”     

È autore del Libro Gomorriano (per Gomorra), col quale volle contrastare il potente influsso dei costumi licenziosi del suo tempo. “Questo mondo – scrisse in questo opera – affonda ogni giorno in tal modo nella corruzione che tutte le classi sociali sono marce. Non c’è pudore, né decenza, né religione; il brillante mucchio delle sante virtù è fuggito da noi. Tutti cercano il loro interesse; sono divorati dall’appetito insaziabile dei beni della terra. La fine del mondo si avvicina, ed essi non cessano di peccare. Fremono le onde furiose dell’orgoglio, e la lussuria alza una tempesta generale. L’ordine del matrimonio è confuso, ed i cristiani vivono come ebrei. Tutti, grandi e piccoli, sono ingarbugliati nella concupiscenza, nessuno ha vergogna del sacrilegio, dello spergiuro, della lussuria, ed il mondo è un abisso di invidia e di fetore”.    

Promosse la comunione con la Sede Apostolica. È conosciuta la sua attività contro la simonia, frequente nell’epoca che forniva alla Chiesa governanti indegni del loro incarico. Visse austeramente fino alla fine della sua esistenza. Fuggendo dall’ozio come dalla peste, quando non si trovava in preghiera o era assorto nel lavoro, fabbricava utensili diversi. Fondò altre cinque comunità di eremiti promuovendo tra i monaci lo spirito di ritiro, carità ed umiltà. Inoltre, stette al servizio della Chiesa.

Fu designato vescovo e cardinale di Ostia nel 1057. La sua ultima missione fu risolvere il controverso tema che implicava l’arcivescovo di Ravenna per indicazione del papa Alessandro II. L’arcivescovo era stato scomunicato per le sue atrocità. Quando arrivò per interrogarlo, l’arcivescovo era morto. Ma convertì i suoi complici ai quali impose la dovuta penitenza.

Nel febbraio 1072 ritornando a Roma contrasse una febbre di tale calibro che si produsse la sua morte in otto giorni. In questi ultimi istanti l’accompagnarono un gruppo di monaci che risiedeva in un monastero stabilito in una zona circostante a Faenza che recitarono i mattutini attorno al suo letto.

Leone XIII lo canonizzò l’anno 1823, ed egli stesso lo dichiarò dottore della Chiesa nel 1828.

 

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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