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Santo

San Nicola da Tolentino, 10 settembre

By 9 Settembre, 2023Aprile 17th, 2024No Comments
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“Sacerdote agostiniano. Avvocato delle anime del purgatorio E’ considerato protettore della buona morte, della maternità e dell’infanzia. E’ molto venerato in Europa e in America”

Nacque a Castel Sant’Angelo in Pontano (Fermo, Italia) nel 1245. I suoi genitori che per anni avevano atteso una discendenza, nel corso di un pellegrinaggio a Bari promisero che se riuscivano ad essere benedetti da Dio con un figlio, nel caso in cui fosse maschio lo avrebbero consacrato a san Nicola, titolare della città. E così fecero, attribuendogli il pronto concepimento di quel figlio tanto desiderato. Il piccolo Nicola crebbe dando segni della bontà e gentilezza che, insieme alla sua generosità e sensibilità per i bisognosi, avrebbero caratterizzato la sua vita intera. Il sensibile e pio ragazzo normalmente serviva personalmente i poveri che arrivavano a casa sua chiedendo aiuto. Le prime conoscenze gliele fornì il sacerdote nella sua località natale.

Può essere che l’esempio e l’educazione che ricevette dai suoi genitori, insieme alla vicina presenza degli eremiti agostiniani, abbia risvegliato in lui una precoce vocazione, perché a 12 anni entrò nel convento come “oblato”. La sua idea non era ricevere unicamente quella formazione che avrebbe completato abbondantemente quella che poté dargli il buono chierico, ma albergava il sogno di essere agostiniano. A 15 anni iniziò il noviziato, e nel 1261 professò. Nel 1269 fu ordinato sacerdote dal vescovo san Benedetto da Cíngoli. Poi esercitò la sua missione pastorale in diversi punti delle Marche per sei anni. Ma i suoi superiori sicuramente preoccupati per la sua debole salute, vedendo che nel suo ristabilimento non l’aveva neppure aiutato la missione affidatagli di maestro dei novizi che non esigeva continui spostamenti, nel 1275 si decisero di inviarlo a Tolentino dove rimase per il resto della sua vita.

Fu un uomo di grande austerità; è la caratteristica che si sottolinea unanimemente quando si delinea la sua traiettoria spirituale. Il suo ascetismo, forgiato nel fecondo apprendistato che aveva avuto previamente in conventi eredi della genuina tradizione eremitica, era segnato dalla mortificazione e dal digiuno. A parte la frugalità del suo cibo, e la radicalità della sua povertà –aveva un solo abito che rammendava quando era necessario, dormiva poco ed in condizioni non adatte precisamente per l’avaro riposo e meno ancora per una persona corpulenta come lui: in un sacco, con una pietra come cuscino e coprendosi solo col suo proprio mantello-, non disistimava tutto quello che poteva aiutarlo a conquistare la perfezione. Cioè, queste asprezze penitenziali e anche le discipline fisiche che seguiva non sostituivano la donazione di sè stesso. Si sforzava nell’offrirsi, come faceva per esempio, col suo criterio. Così, benché non gli piacesse la carne, quando il superiore raccomandava di mangiarla per il bene della sua salute, si piegava umilmente. Ad ogni modo, con una logica che va oltre quella offerta dai testi scientifici, in quello che riguardava il suo benessere normalmente metteva in dubbio la preminenza del valore nutrizionale della carne di fronte a quello degli ortaggi. Non aveva dubbi che se Dio voleva per lui una forza fisica che era lontano dal possedere, mangiare verdure gli sarebbe servito. Si racconta che, in un’occasione, avendo nel piatto due saporite pernici arrosto, Nicola ordinò loro: “Continuate la vostra strada”. E, apparentemente, gli uccelli intrapresero un istantaneo volo.

Al margine di questi aneddoti, come si mise in rilievo nel processo della sua canonizzazione, fu un uomo ubbidiente e fedele, compiendo quello che gli era indicato con prontezza ed allegria; una persona docile, sensibile, affettuosa, vicina, disponibile, comprensiva, squisita sempre nel suo trattamento, che gioiva vedendo gioire gli altri nel giorno per giorno. Era quello che ci si aspettava da una persona come lui che dedicava alla preghiera 15 ore giornaliere. Il resto del tempo lo ripartiva in compiti apostolici, confessione, lettura, meditazione, assistenza al refettorio, alla preghiera dell’ufficio divino…, e qualche piccolo momento di divertimento nella ricreazione comunitaria. La moltiplicazione del tempo, come si apprezza frequentemente in questa sezione di ZENIT, è un’altra grazia che ricevono i santi! La continua presenza di Dio in lui spiega la profonda ed incontenibile emozione che sentiva davanti all’Eucaristia, fatto che molte persone poterono constatare qualche volta, ed anche i favori straordinari che ricevette, come i numerosi miracoli che operò. Il suo apostolato fu caratterizzato dalla dolcezza e dalla gentilezza, segnato dalla sua mirabile carità. Lo sapevano bene vicini e lontani, e in modo speciale i malati e i poveri che assisteva servendosi di un bastone quando non aveva più forze per camminare da solo, così come i penitenti che si confessavano con lui -quasi tutta la città lo faceva-, e le tante persone che l’accoglievano con gusto a casa loro quando li visitava. Questa era un’altra delle attività apostoliche di Nicola per la quale sentiva particolare debolezza.

In una visione contemplò il purgatorio dopo la morte di un religioso che trovandosi con lui, pregò di avere le sue preghiere. Le sue penitenze e suppliche per lui e per altri che scontavano le loro pene, furono ascoltate. Col risultato che viene considerato l’avvocato delle anime del purgatorio. Una stella che apparve persistentemente durante varie giornate, mirando innanzitutto alla sua località natale e situandosi poi a Tolentino, giusto sopra al convento gli annunciò la sua morte. Un religioso venerabile, che consultò, decifrò il suo significato: “La stella è simbolo della tua santità. Nel luogo dove si trattiene si aprirà presto una tomba; è la tua tomba che sarà benedetta in tutto il mondo come sorgente di prodigi, grazie e favori celestiali”. La stella lo seguì alcuni giorni fino a che il 10 settembre 1305, invocando Maria per la quale ebbe fin da bambino grande devozione, e contemplando il pregiato “lignum crucis”, morì. Le sue ultime parole dirette alla comunità erano state: “miei amati fratelli; la mia coscienza non mi rimprovera niente; ma non per questo mi sento giustificato”.

Eugenio IV lo canonizzò il 1° di febbraio del 1446.

 

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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