San Filippo Neri, 26 maggio

By 25 Maggio, 2022Santo

“Apostolo di Roma, araldo dell’allegria che sparse in tutta la sua attività, impregnando le periferie della Città Eterna, dove conquistò bambini, giovani e adulti. Rifiutò il cardinalato dicendo che preferiva il Paradiso”

Verso i 18 anni suo padre lo inviò a San Germano affinché imparasse il mestiere di un suo cugino che era mercante. Filippo lo lasciò molto presto per seguire elevati aneliti. Ritirato a Montecassino per pregare, vide chiaramente la sua vocazione. Andò a Roma nel 1533 senza denaro né progetto alcuno, fidandosi unicamente della Provvidenza. Niente disse a suo padre nè accettò aiuti dai parenti. Alloggiò nella casa di Galeotto Caccia, un doganiere fiorentino, e contribuì a pagarsi le spese educando i suoi figli. Scriveva poesie, ma quasi tutte le bruciò prima di morire insieme ad altri scritti che redasse. Nel 1535 cominciò a studiare filosofia alla Sapienza e teologia con gli agostiniani. Giudicando che sapeva quanto bastava, vendette i suoi libri e le monete ricevute le distribuì ai poveri. Preferiva i solitari chiostri e i recinti, come le catacombe che gli portavano l’aroma della fede genuina per la quale sparsero il loro sangue tanti cristiani.   

Mise da parte i suoi studi, ma sorprendeva i saggi con la profondità e chiarezza della sua conoscenza teologica. Si incentrò nell’apostolato che iniziò con visite agli ospedali, invitando altri ad accompagnarlo. Quindi aggiunse negozi, magazzini, banche e posti pubblici di Roma. Allegro, simpatico, gioviale, con proverbiale senso dell’umorismo, lasciava sempre cadere qualche parola sull’amore di Dio. Salutava i suoi conoscenti dicendo: “Ebbene, fratelli, quando cominciamo ad essere migliori?”. La sua vita apostolica si caratterizzò per la relazione affettuosa e diretta con le persone. Lasciava in esse il sedimento di un trattamento paterno, dolce e, allo stesso tempo esigente, cercando di condurle a Dio attraverso la fiducia in Lui, con la semplicità evangelica e la gioia che fornisce il vivere l’unione divina.   

Intorno al 1544 conobbe Ignazio di Loyola. In un primo momento lo guidò l’intenzione di seguire i suoi passi, ma poi decise di incentrarsi nell’apostolato che stava realizzando. Viveva austeramente, si alimentava di pane, olive ed acqua, e in camera sua c’era solo un letto, alcune sedie ed una corda per appendere i vestiti. Normalmente viveva una disciplina con piccole catene. Soffrì grandi prove e tentazioni. All’imbrunire si ritirava per pregare nella chiesa di San Eustachio. A volte passava la notte all’aperto. In una di esse, la vigilia di Pentecoste del 1544, trovandosi nelle catacombe di San Sebastiáno rimase segnato misticamente dallo Spirito Santo. Vide discendere dal cielo un globo di fuoco che penetrava nella sua bocca lasciandogli il petto pieno d’amore, e chiese a Dio che cessasse questa grazia perché non poteva sopportare tale effusione mistica. Morendo avrebbero scoperto  che aveva due costole rotte che si piegavano per lasciare spazio al cuore. Questi scatti furono frequenti ed intensi, tanto che le palpitazioni di queste viscere potevano sentirle anche altri.    

Il suo confessore, il padre Persiano Rossa, col quale immediatamente simpatizzò e col quale condivideva simili affanni, l’indusse a diventare sacerdote. Nel 1548 ambedue fondarono la confraternita della Santissima Trinità per i pellegrini. Filippo si ordinò nel maggio del 1551, a 36 anni. Al suo apostolato abituale aggiunse il confessionale al quale dedicava molte ore. Col suo ispirato giudizio insegnava ai penitenti il valore della preghiera. Diceva: “Un uomo senza preghiera è un animale senza ragione”. Le Sue messe duravano ore. Nelle sue conversazioni spirituali consigliava la lettura di vite di santi e di missionari. Quindi li portava a visitare il Santissimo, e se si animavano li invitava a curare malati.   

Viveva in San Girolamo della Carità dove risiedevano virtuosi sacerdoti. La spiritualità che vincolava tutti i penitenti che seguiva aveva come asse centrale la comunione, la preghiera ed altre azioni complementari tra le quali Filippo introdusse l’esposizione mensile del Santissimo nella chiesa di San Salvatore in Campo. Tutto ciò fu il germe dell’Oratorio. Tra i suoi primi discepoli si trovavano Cesare Baronio, il suo successore, e Francesco María Tarugo. Ambedue furono cardinali. Il suo impeto apostolico lasciava trasparire il vigore della prima carità che rimaneva intatta nel suo cuore. Portato dall’affanno che guida tutti i santi diede impulso, nei suoi seguaci, all’abitudine di percorrere le 7 chiese pregando in esse, come faceva lui. Era un’attività aperta a sacerdoti, religiosi e laici che andò lasciando dietro di sé una feconda stele. Ma non fu gradita al cardinale Rosaro, vicario di Paolo IV, che l’accusò di formare una setta; gli fu proibito di confessare e predicare.   

Nel 1564 il pontefice gli diede il suo appoggio. E nel 1572 lo designarono parroco di San Giovanni dei Fiorentini che seguì senza abbandonare San Girolamo. Fu nel 1575, col consenso di Gregorio XIII, quando egli ed i sacerdoti dell’Oratorio contarono sul proprio tempio, Santa Maria in Vallicella che dovette ricostruire perché si trovava in uno stato rovinoso. Filippo proseguì nella sua residenza abituale fino al 1583 momento in cui dovette abbandonarla per obbedienza al pontefice per iniziare quest’opera. Nel 1590 Sisto V gli offrì il cardinalato che ricusò dicendo: “Preferisco il paradiso”. Fu adornato con doni straordinari, tra gli altri, oltre ai miracoli, quello di penetrazione di spiriti. Morì il 26 maggio 1595. Era già stato acclamato come “apostolo di Roma”. 

Paolo V lo beatificò l’11 maggio 1615, e Gregorio XV lo canonizzò il 12 marzo di 1622.  

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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