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Santo

San Filippo Benizi, 22 agosto

By 21 Agosto, 2023Aprile 17th, 2024No Comments
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“Servo di Maria, nel cui Ordine entrò su Sua richiesta. Fu uno straordinario apostolo della concordia, restauratore della pace. Cristo crocifisso fu il libro della sua vita”

Oggi, festività di Santa Maria Vergine Regina, si celebra la vita di questo santo che procedeva dall’illustre famiglia dei Benizi, di Firenze, dove nacque il 15 agosto 1233. Quel giorno si fondò l’Ordine dei Serviti, un fatto previdente che colpì Filippo in un momento dato. Fu figlio unico, e per anni molto desiderato. Della sua formazione si occupò un precettore, e poi frequentò gli studi a Parigi e a Padova. E qui può essere che si sia addottorato in medicina e filosofia a 19 anni, sebbene il doppio riconoscimento accademico è un dato che non è stato confermato. Incline alla vita spirituale, visitava assiduamente la chiesa dell’Annunziata, retta dai serviti, ubicata nel quartiere fiorentino di Cafaggio.

Trovandosi nel tempio, mentre si officiava la messa nella festa del 1254 gli accadde un fatto straordinario che causò un cambio copernicano nella sua vita. Il testo evangelico che lo mosse ad agire è rispecchiato negli Atti degli Apostoli (8, 29), ed apparteneva alla lettura del giorno. Quando Filippo è sollecitato dallo Spirito Santo ad evangelizzare il ministro della regina dell’Etiopia con queste parole: “Avvicinati e monta sul suo carro”. Benizi le accolse come sue. Vide in esse un segno della Provvidenza che lo chiamava per quella strada, proposito confermato quando più tardi, pregando nelle sue stanze, ebbe un’estasi. In esso si vedeva transitando per un sentiero farraginoso e supplicò aiuto. Nuovamente ascoltò la voce della Vergine che seduta in un carro ripeteva le stesse parole sentite nel tempio, mentre gli mostrava l’abito dei serviti. Un religioso che doveva chiudere la chiesa interruppe il celeste istante, giusto quando Filippo si disponeva a dare compiuta risposta a Maria. Andò via un po’ scontento per il fatto e stando nella sua casa ritornò ad ascoltare la stessa proposta della Vergine. Era chiaro che la Madre lo avrebbe protetto dentro l’Ordine. Cosicché il giorno dopo narrò il fatto al priore della comunità entrando nel convento di Cafaggio.

Fu accolto da Bonaldi, uno dei sette fondatori dell’Ordine, ma per trovare un po’ di tranquillità lo fecero partire per Monte Senario. Lì si abituò alla preghiera e alle mortificazioni. Gli piaceva l’austerità che viveva da fratello laico, lavorando in lavori umili, ma fu trasferito a Siena. Un giorno, il fratello che viaggiava con lui constatò il rigore e l’altezza degli argomenti che brandì per difendere i dogmi in una discussione intavolata con alcuni domenicani. Rimase tanto abbagliato, anche perché la comunità ignorava l’eccezionale formazione che possedeva, e nonostante le sue reiterate richieste affinché fosse assolutamente discreto, il religioso lo comunicò ai superiori. Questi decisero che la sapienza di Benizi, unita alla sua modestia e pietà, era adatta per altre missioni. E nel 1259, benché avesse preferito proseguire una vita di anonimato, fu ordinato sacerdote. Poi sarebbe diventato maestro dei novizi, definitore generale, e generale, benché tendesse sempre a volere essere esentato da queste responsabilità che unicamente accettò per obbedienza. Da generale riformò gli statuti dell’Ordine, e lavorò instancabilmente per la conversione di tutti.

Aveva una grande visione, arricchita dalla grazia, altrimenti non avrebbe vaticinato, come fece, la santità di persone che conosceva, tanto di quelle che appartenevano all’Ordine come di altre estranee. Nel 1269 stava per essere scelto pontefice, successore di Clemente IV, ma mosso dal suo sentimento di indegnità, fuggì e cercò rifugio in una grotta del monte Amiata. Lì capì che doveva diffondere l’amore a Maria. Tornò a riapparire quando diventò pubblica l’elezione di Gregorio X.

Dopo avere viaggiato in Francia e Germania in visita apostolica, ritornò in Italia nel 1272. Partecipò al Concilio di Lione con interventi memorabili. A forza di insistente orazione e fede liberò la fondazione dalla soppressione che incombeva su di lei insieme ad altri ordini mendicanti. Innocenzo V, dopo il Concilio di Lione del 1274 del quale aveva emanato l’indicazione, comunicò al santo nel 1276 l’abolizione dei serviti. Benizi ebbe la luce opportuna per mettere a fuoco la situazione davanti alla Santa Sede in un modo che il suo carisma iniziale non corresse pericolo. E ci riuscì. Si trasferì a Roma, ma Innocenzo V morì. Fu Giovanni XXI che mantenne l’Ordine con i suoi pilastri originali.

Il santo ebbe un ruolo essenziale nella pacificazione di vari stati italiani che si trovavano ai ferri corti. E con questa missione conciliatrice andò in Germania a richiesta di Nicola III. Nel 1283 fu maltrattato a Forlì con insulti e colpi in risposta ad una predicazione nella quale difese la morale di fronte alla depravazione. Con la sua virtù strappò il pentimento e la conversione del suo aggressore Pellegrino Laziosi che successivamente sarebbe diventato esemplare religioso servita. Il suo aiuto fu decisivo affinché santa Giuliana Falconieri potesse fondare il Terzo Ordine delle Serve di Maria a cui diede impulso in diversi punti dell’Europa.

Filippo aprì a Todi una casa per donne pentite della loro cattiva vita precedente. Due di esse che si trovavano tra le prime accolte, in precedenza avevano voluto tentarlo, ed egli le convertì. Instancabile nel suo apostolato e nella conferma della fede dei suoi fratelli, da quando non poteva più camminare perché la sua salute era già molto indebolita, viaggiava su un asino. L’Ordine aveva già diecimila religiosi quando sentì che arrivava la sua ultima ora. Si rifugiò a Todi, bisbigliando davanti all’altare di Maria: “Questo sarà per sempre il luogo del mio riposo”. Aveva un piccolo crocifisso, ricordo dei suoi genitori che prese nelle sue mani, dicendo: “Questo è il mio libro. Qui è dove ho imparato il cammino verso il cielo”. Abbracciato alla croce, sentendo la presenza di Maria, morì il 22 agosto 1285.

Clemente X lo canonizzò il 12 aprile 1671.

 

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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