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Santo

Beato Giovanni Martino Moye, 4 maggio

By 3 Maggio, 2024No Comments
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“Nelle mani della divina provvidenza questo beato visse la sua azione apostolica a Metz in mezzo a prostitute, vagabondi, bambini sottomessi alla povertà e alla mancanza d’istruzione, così come anziani e malati. Evangelizzò anche la Cina”

Indubbiamente, la vita apostolica non è per quelli che sognano un soffice sofà. Il seguace di Cristo ha le ali ai piedi. Tracciato sulla sua fronte, insieme alla croce, esibisce il segno caratteristico della perseveranza, della tenacia. Infaticabile, audace, lontano da discorsi sterili davanti ad una carenza, agisce, gli dà immediata risposta. La sorella Marie Agnès Kernel, biografa di Giovanni, affermò: “Il santo è il vero padrone della storia, perché egli è colui che cambia il cuore di quelli che fanno la storia”. Questo beato modificò – almeno in uno dei suoi aspetti cruciali, quello dell’educazione – una porzione della storia.

Nacque il 27 gennaio 1730 a Cutting, Francia. Fu il sesto di tredici fratelli. I suoi genitori erano agricoltori con certe risorse, persone sensibilizzate e impegnate con la fede. Prima di nascere, sua madre seppe da un sogno che sarebbe stato santo. Così pure la tendenza che mostrò nella sua infanzia lo ratificava. Era un bambino nel quale calarono profondamente gli insegnamenti e la testimonianza della sua esemplare famiglia. Insieme ad essa cominciò a sperimentare un’irresistibile devozione per la Passione, si innamorò di ogni gesto caritatevole, e si abbracciò alla penitenza. Amava la preghiera, pregava devotamente con le braccia in croce, ed aveva l’arte per commuovere il cuore di altri ragazzi ai quali narrava la vita di san Martino e li istruiva spiegando il catechismo seduto su un pero. Da sua madre ereditò la generosità coi bisognosi, e se vedeva un povero non dubitava di disfarsi di quello che aveva, comprese le sue scarpe. Fu alunno dotato nell’università di Pont-a-Mousson diretta dai gesuiti. Era dotato per le lingue, qualità che gli sarebbe servita, e molto, nel suo lavoro missionario. Fu brillante negli studi filosofico-teologici, un gran specialista esperto nella storia della Chiesa.

Fu ordinato nel 1754 e dato il suo percorso accademico pensarono che era idoneo per occupare la cattedra di lettere del seminario maggiore. Ma egli scelse la missione pastorale e fu designato coadiutore della parrocchia di san Vittore di Metz. Dato che era un uomo che amava la virtù, si circondò espressamente di buone compagnie, sacerdoti integri che sapeva che lo avrebbero aiutato nell’alto ideale che si era proposto. Tra i santi, quello della sua maggiore devozione fu san Francesco di Sales che scelse come patrono. Essendo direttore spirituale del seminario maggiore, trovò tra i presbiteri un’anima gemella, Luigi Jobal, che sarebbe morto prematuramente, e del quale fu il suo biografo. Ambedue condivisero desideri simili. Ebbero come obbettivo l’infanzia abbandonata e la mancanza di istruzione.

Per Giovanni fu prioritario rimediare a tante carenze scoperte nelle sue costanti incursioni nelle strade, nelle quali vedeva prostitute, giovani vagabondi, anziani e malati. Si propose di non trascurare i bambini che potevano morire senza ricevere il battesimo. Osservò la bontà delle manifestazioni popolari di fede, come le processioni, ma vide che non servivano per sradicare problemi portati dalla mancanza di cultura. Invece, un’adeguata formazione continua a penetrare nello strato sociale per influsso dell’azione individualizzata. Il problema era che l’accesso ad essa era proibito per i poveri. Per risolvere questo vuoto usò le sue forze… Quindi verbalizzò questo sentimento: “Non c’è niente di più importante che l’educazione dell’infanzia e della gioventù dato che da essa dipende tutta la loro vita”.  

Aveva esercitato il suo ministero nelle parrocchie di San Livier, di San Vittore e di Santa Croce. E quando si trovava in Dieuze si ebbe una cura prodigiosa con la sua mediazione in un bambino moribondo, vittima di un incendio. Alla madre, accorsa angosciata cercando la sua consolazione ed alla quale aveva assicurato che il bambino sarebbe (e così avvenne), aveva pregato di essere prudente davanti al fatto. Ma ella proclamò il miracolo ai quattro venti, il che suppose per Giovanni un cumulo di problemi ed incomprensioni di grande portata. Altrettanto successe quando intraprese il compito di istruire le bambine indigenti dei paesi attraverso la Congregazione delle Sorelle della Provvidenza, da lui fondata.

La creazione di “mini-scuole” in quartieri appartati, progetto che aveva accarezzato e per il quale contò sulla generosità di Marguerite Lecomte, fu considerata un colpo basso per gli alti strati della società e suscitò diffidenze dentro il clero. Il vescovo vietò l’apertura di nuovi centri, e Giovanni passò attraverso una trance spirituale dolorosa. Luigi Jobal l’aiutò e condivise con lui la convinzione che l’opera era frutto della Provvidenza. Il beato continuò a fidarsi di Dio. Inoltre, Marguerite aveva già seminato il seme della Congregazione nata sotto il segno di una fede inalterabile nelle previsioni divine; non era ritornato indietro. Dopo un certo tempo, il prelato tolse la proibizione.

Nel 1772 approdò a Macao, Cina. Non si era mai spento il suo desiderio di essere missionario. “Non mi promisi convertire in primo luogo molte anime bensì fare e soffrire in Cina quello che Dio avesse voluto”, disse dopo. Per dieci anni si integrò in modo tale nel paese che adottò perfino la forma esterna di vestire dei cittadini cinesi. Con astuzia evangelica, in un posto che proibiva la presenza di missionari, percorse montagne e fiumi, nascondendosi nei frondosi campi di mais. Fu scoperto in varie occasioni e castigato: “A volte avevo tanta paura che non sentivo il dolore”. Non smise mai di incoraggiare, consolare e diffondere la fede.

Compose preghiere in cinese, lingua che arrivò a dominare, battezzò migliaia di bambini, molti sul punto di morire, aiutò le donne ed i giovani, diede formazione ai sacerdoti, soccorse i poveri… Fu un apostolo valoroso e perseverante; un grande confessore che visse protetto sempre dall’orazione. Ritornò in Francia nel 1783 e si dedicò a fortificare la fede delle sue figlie, alcune vacillanti e tendenti ad un certo rilassamento. Curando soldati malati a Treviri, Germania, contrasse il tifo. Morì il 4 maggio 1793. Pio XII lo beatificò il 21 novembre 1954.

 

 

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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