Beato Cristóbal de Santa Catalina, 24 luglio

By 23 Luglio, 2021Santo

“Fondatore spagnolo. Apostolo dei poveri e dei malati. Dio operò per mezzo suo diversi prodigi e miracoli”

In questo beato dell’Estremadura confluirono due carismi: quello francescano e quello ospedaliero; ambedue configurarono la sua vita e l’azione apostolica. Intervennero in esse anche la fede e la perspicacia di un religioso attento al suo ambiente che vide riflesse nel giovane Cristobal le qualità di una grande vocazione sacerdotale.   

Da quando nacque a Mérida (Badajoz, Spagna) il 25 Luglio 1638, la povertà della sua famiglia e lo spirito di generosità che vicino ad essa imparò ed esercitò quotidianamente, lo disposero per essere “fazzoletto delle lacrime” di numerosi sfortunati. La vicinanza dei padri francescani, ai quali volle unirsi prima di compiere 8 anni, incrementò la sua pietà e trassero da lui le sue molte virtù. Con essi si impregnò di quel carisma che fu per il beato come una seconda pelle, unito a quello dei religiosi di San Giovanni di Dio nel cui ospedale svolse il compito di infermiere. Il direttore dello stesso fu colui che osservò di potersi trovare davanti ad un futuro presbitero e richiamò la sua attenzione verso la vita sacerdotale. Cristobal era abituato allo sforzo ed il sacrificio. Era pronto, disposto, molto responsabile. All’essere il sagrestano del convento delle francescane concezioniste, normalmente si alzava presto per aiutare a messa.     

Frequentò studi ecclesiastici a Badajoz e fu ordinato in questa capitale nel 1663. Quando lavorava nell’ospedale della sua città natale aveva detto: “quanto soave è il Signore. servito nei suoi poveri”. Di modo che, ritornando a Mérida, insieme all’esercizio del suo ministero, riprese il lavoro, poiché la sua attrazione per il mondo dei malati senza risorse rimaneva intatta. Soccorse e consolò coloro che avevano perso la salute e con essa altri beni materiali e spirituali. In questa missione si trovava immerso quando fu richiamato per immergersi in uno scenario virulento: quello della guerra che si svolgeva tra Spagna e Portogallo; fu capitano di uno dei reggimenti spagnoli. Notte e giorno cercava di guarire le ferite dal corpo e quelle dell’anima, servendo gli infelici soldati feriti e malati che giacevano al suolo. In diversi momenti stette per spirare. Così, si liberò miracolosamente della morte nel fragore della lotta, trovandosi sotto un albero, in mezzo ad un’imboscata, ed in altre circostanze. Infine, la grave malattia che contrasse lo restituì alla sua casa. Allora cominciò un’altra pietra miliare della sua vita: il deserto.  

L’invito a sprofondarsi nell’esperienza eremitica ritornò particolarmente urgente nel suo interno. Per questo motivo, ancora in mezzo a dubbi e ad una certa riserva, mentre soppesava questa via, respinse l’offerta di un ricco cittadino che volle mettere nelle sue mani l’amministrazione dei suoi beni. Tuttavia non si schierò per questa esperienza fino a che non morì un intimo amico. Allora non ritardò più la sua risposta. Conosceva l’esistenza di monaci nella serranía cordovana e scelse quel destino. Arrivò nel 1667, dopo aver percorso a piedi più di duecento chilometri. L’incoraggiava questo affanno: “Il mio coraggio, oh Dio, è servirti nella solitudine. Il mio viaggio non deve essere attraverso strade conosciute. Guidami affinché, senza essere visto, possa arrivare al deserto dove il Tuo amore mi chiama”. Il fratello incaricato di aprirgli l’entrata dell’eremitaggio dovette commuoversi quando lo sentì dire: “Sono un peccatore che viene cercando chi gli insegni a trovare Dio lungo il cammino della penitenza, perché non ne ha un altro colui che ha peccato. Ti chiedo di ricevermi come figlio ed insegnami come Padre che io prometto essere ubbidiente ai tuoi ordini.”     

Inizialmente nessuno seppe che era sacerdote. Fece della preghiera, del digiuno e del lavoro il suo modello di condotta, senza misurare sacrifici né mortificazioni, con tutta la fedeltà ed obbedienza alle indicazioni che gli andarono fornendo. Professò come terziario francescano nel 1670 col nome religioso per il quale è conosciuto. Passato il tempo, gli eremiti che ammiravano la sua virtù, lo presero come guida e diedero vita alla congregazione degli Eremiti di San Francesco e San Diego, di spirito francescano. Lì cominciarono a conoscersi alcuni dei suoi prodigi.  

Ma la sua meta apostolica era Cordova. Quando viaggiava verso la città osservava la radicale differenza esistente tra ricchi e poveri, la negligenza di quelli e delle autorità davanti a tante carenze sparse per le sue strade: un mondo di miseria, abbandono ed ingiustizia tanto grande che mosse la sua sensibilità arrivando alle viscere. “Servirò Dio sostentando i poveri”, si disse. E questo castigatissimo collettivo fu per sempre l’oggetto della sua carità. Nel 1673 aprì un umile ospedaletto presieduto da un Gesù Nazareno con questa leggenda: “La mia Provvidenza e la tua fede devono tenere questo in piedi”; lo aiutò a superare le difficoltà e contrarietà che arrivarono. Cominciò con sei letti, ma le sue insonnie ed affanni per questi diseredati che gli portavano da tutti gli angoli della capitale, andò risvegliando le coscienze e si aprirono altre possibilità. Uomini e donne continuavano ad unirsi a lui, e molti vollero darsi completamente a questo lavoro, iniziando così i Fratelli e Sorelle Ospedalieri di Gesù Nazareno, per “servire i poveri”. Se i suoi seguaci si sentivano barcollare, diceva: “Abbiate fiducia perché la mano di Dio sa aprirsi per il soccorso quando le necessità stringono”.     

La sua ardente carità diventò palese in dettagli delicati come i fiori che profumavano i letti dei suoi malati. Bambini, anziani, giovani, prostitute, perfino facinorosi briganti sapevano della sua bontà. Pazienza, umiltà, generosità disseminate in tutti gli angoli. I miracoli si moltiplicavano in mezzo a gesti che ricordano quelli del Poverello. Quando usciva a chiedere elemosina la gente contemplava in lui l’autentico discepolo di Cristo. Il colera frustò severamente la città nel 1690. Gli mancavano mani per assistere i malati per le strade e dentro l’ospedale, e si contagiò. Morì il 24 Luglio di quell’anno. Fu beatificato a Cordova il 7 aprile 2013 dal cardinale Angelo Amato, in rappresentanza di papa Francesco.  

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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