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Santo

Beato Corrado Confalonieri da Piacenza, 19 febbraio

By 18 Febbraio, 2024Aprile 17th, 2024No Comments
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“Un attentato contro l’ambiente la condusse alla santità. Nel vedere che un innocente accusato del grave delitto ecologico sarebbe stato giustiziato al posto suo, confessò la sua colpa dando una svolta  radicale alla sua vita e a quella della sua sposa”.

Le strade di Dio sono imperscrutabili. In questo caso, ma non dovrebbe mai servire come precedente, una grave ed irresponsabile attuazione fu la causa di una conversione e la strada verso la santità. Ed è che, sebbene sia certo che le passioni tiranneggiano, non lo è meno che la grazia di Dio ci libera dalle loro catene. A questo beato costò molto capire che le tendenze ossessive, “l’ansia delle cose e l’arroganza” appartengono al mondo e sono incompatibili con Lui (1 Gv 2, 15-17). Imbevuto dei suoi affanni, non misurò le conseguenze che avrebbe potuto portare l’ansia irrefrenabile per ottenere quello che voleva. Ed un fatto che condusse umanamente al precipizio, l’intervento divino – l’unica influenza possibile che passava nella drammatica situazione creata da lui – lo cambiò in fonte di benedizioni. È un’altra prova dell’infinita misericordia di Dio e della tutela che esercita sui suoi figli. Analizzare quello che fu della vita di Corrado dopo quello che fece è anche un canto alla speranza poiché evidenzia come l’amore del Padre ci riscatta, nonostante le debolezze che ci attanagliano.

In effetti. Il nobile Confalonieri nato a Piacenza (Italia) verso il 1290 era ossessionato con la cinegetica (i cani) a tal punto che, accecato da questa passione, agì in modo temerario. Uscendo da una battuta di caccia, in un’occasione, non gli capitò di pensare ad altro che a dare ordine ai suoi domestici di dare fuoco ad una zona boscosa dove si rifugiavano alcuni desiderati pezzi di caccia allo scopo di averli a tiro senza maggiori problemi. Ma le fiamme divorarono tutto quello che trovarono al loro passaggio, comprese delle proprietà altrui edificate nel bosco. Non contando su testimoni dell’evento, abbandonarono vigliaccamente il posto, risoluti a convertirsi in una tomba, occultando la loro paternità dell’accaduto.

Davanti al disastro ecologico e alle denunce dei danneggiati, si aprì un’indagine che non diede il risultato desiderato, fino a che le autorità decisero di condannare a morte un povero infelice che era caduto nelle loro mani. Lo incolpavano del vorace incendio, del quale riconobbe di essere l’autore sotto tortura, benché il suo unico peccato fosse l’essersi trovato sul monte nel funesto istante nel quale tutto prese fuoco. Non contando su mezzi economici per risarcire i danni causati, doveva pagarli con la sua vita. L’impulsivo Confalonieri, conosciuta la grave decisione, si costituì al vicario imperiale Galeazzo Visconti. Confessò la sua colpa in un momento convulso politicamente per il mandatario, per i conflitti esistenti tra guelfi e ghibellini causa  anche del rapido ed ingiusto processo attuato contro il cittadino innocente.

Il riconoscimento del suo errore suppose per Corrado la perdita dei suoi beni e quelli di sua moglie, Eufrosina di Lodi, di ascendenza nobiliare come lui. Vedendosi nella rovina, cominciò a mendicare. Ma il fatto, lontano dall’affondare gli sposi, fece loro vedere che dietro c’era una provvidenza. Il pentimento di Corrado, benché fosse avvolto in gravi conseguenze per la sua vita, poiché erano rimasti nella più completa miseria, attirava nuove e sconosciute benedizioni per ambedue. Soppesarono la situazione portandola alla preghiera e, di comune accordo, optarono per separarsi e prendere una strada che, sebbene correva per vie diverse, li avrebbe condotti allo stesso destino: la loro consacrazione. Eufrosina entrò con le clarisse di Piacenza. E Corrado, col desiderio di purgare le sue colpe con orazione e penitenza come eremita, si fece terziario francescano a Calendasco nell’anno 1315. Quindi peregrinò per vari luoghi passando per Roma e Malta, per fermarsi in Sicilia. Scelse un posto di Noto Antica e lì rimase approssimativamente fino al 1335.

Per un tempo collaborò assistendo i malati dell’ospedale di San Martino, tutto ciò senza trascurare le sue mortificazioni e penitenze. La sua fama cominciò ad attirare numerose persone e vedeva messo in pericolo il suo anelito di solitudine per dedicarsi pienamente a Dio. Di modo che si stabilì a Pizzoni, una zona vicina a Noto, e in una grotta fece la vita che aveva sognato, dedito a severe penitenze, offrendo la sua vita per la conversione dei peccatori. Lì lo visitò il vescovo di Siracusa quando si trovava già alla fine della sua esistenza. Morì il 19 febbraio 1351 mentre pregava. Fu premiato col dono di miracoli. Seppellito nella chiesa di San Nicola di Noto, è, insieme a san Nicola di Bari, patrono di quella città.

Nel 1515 Leone X lo dichiarò “Beato non canonizzato” ed Urbano VIII approvò il suo culto il 12 settembre 1625.

 

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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