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San Charles de Foucauld, 1 dicembre

By 30 Novembre, 2022Santo

Apostolo dei tuareg, questo Fratello universale di origine aristocratica, che si convertì in età adulta, consumò letteralmente la vita nella sua missione. A lui si deve la proliferazione di numerose fondazioni appoggiate sulla sua spiritualità

Questo “missionario del Sahara”, apostolo dei tuareg, nacque a Strasburgo (Francia) il 15 settembre 1858. La sua origine aristocratica -era visconte di Foucauld- inizialmente non concesse al suo carattere la distinzione che ci si sarebbe aspettati in qualcuno del suo lignaggio. Egli e sua sorella Maria persero i loro genitori. Charles aveva 6 anni. Crebbe insieme a lei sotto la tutela del nonno, incamminandosi verso la vita militare. Prima aveva studiato coi gesuiti, ma nei tre anni che stette con essi non sembra che i loro insegnamenti facessero breccia nel suo spirito. Dai 16 anni viveva lontano dalla fede. Come il figlio prodigo, dilapidò la copiosa eredità che gli trasmisero tingendo la sua esistenza con le ombre di quell’ambiente licenzioso al quale si affacciò.    

 Nel 1878 entrò nell’esercito e due anni più tardi da ufficiale prestò i suoi primi servizi a Sétif, Algeria. Dio non esisteva allora per lui. Altri interessi mondani richiamavano la sua attenzione tanto che l’anno seguente la sua cattiva condotta portò alla sua espulsione. A partire da quel momento ebbe una vita agitata. Diventò esploratore, benché allo stesso modo sondasse, indagasse intimamente per una risposta spirituale che, ancora diffusa, l’inquietava.     

Partecipò alla rivolta di Bon Poppa ad Orano del Sud, studiò arabo ed ebraico, e nel 1883 organizzò una spedizione in Marocco per la quale fu insignito con la medaglia d’oro della Società Geografica; percorse Algeria e Tunisia. Fu un viaggio che preparò il suo spirito per essere fecondato dalla grazia divina poiché vedendo come vivevano la loro fede i musulmani, germogliò dal suo interno questa ardente supplica: “Dio mio, se esisti, fa’ che ti conosca”. Questa sincerità ed apertura furono sufficienti affinché penetrasse la luce divina a fiumi nel suo cuore. Nell’ottobre del 1886 quando si trovava a Parigi preparando il testo sul suo viaggio nel Marocco, iniziò il suo itinerario spirituale portato per mano dal padre Huvelin. Obbedendo alle sue indicazioni, si confessò, a dispetto di dichiararsi non credente, e si sentì completamente rinnovato: “Non appena credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo fare un’altra cosa che vivere per Lui; la mia vocazione religiosa nasce nello stesso momento della mia fede: Dio è tanto grande”.    

Per sette anni la Trappa fu la sua casa. Innanzitutto ne passò uno nella casa di Nostra Signora delle Nevi, in Francia, e di lì, a sua richiesta ne visse altri sei nella casa che avevano a Akbés, Siriana. Colpito dall’esperienza, ma senza decidersi totalmente, ritornò a Roma per frequentare studi su indicazione dei suoi superiori, ma nel 1896 abbandonò la comunità trappista e peregrinò in Terra Santa. Lì rimase un tempo assistendo le sorelle clarisse a Nazareth. Fu un altro momento importante per la sua vita spirituale che percorse impregnandosi della povertà che trovava racchiusa in queste sfumature: “Non abbiamo una povertà convenzionale, bensì la povertà dei poveri. La povertà che, nella vita nascosta, non vive di doni né di elemosine né di rendite, bensì solo del lavoro manuale.”   

Dopo una profonda esperienza quasi eremitica, assaporando la ricchezza della contemplazione, ritornò in Francia dove proseguì gli studi che nel 1901 culminarono con la sua ordinazione sacerdotale a Viviers. Aveva 43 anni ed un’idea apostolica tanto chiara che non dubitò di materializzarla: l’evangelizzazione del Marocco. Non potendo risiedere nel paese, come sarebbe stato il suo desiderio, si stabilì il più vicino possibile, a Beni-Abbés, Algeria. Aveva già fissa questa convinzione: “Farò il bene nella misura in cui sia santo”. Lo spirito di sacrificio, la povertà, le insonnie per i malati ed i più bisognosi, tutto si era convertito nell’obiettivo prioritario della sua vita che aveva acceso nelle sue lunghe ore di adorazione davanti all’Eucaristia: “L’Eucaristia è Dio con noi, è Dio in noi, è Dio che a noi si dà perennemente, per amare, adorare, abbracciare e possedere”. Sapeva per esperienza e così l’espresse che “quanto più si ama, meglio si prega.”    

Emulando i mercedari liberò schiavi nel 1902, e tra il 1904 e 1905 si stabilì a Tamanrasset insieme al popolo tuareg del Hoggar algerino. Sembrava come se avesse l’impressione che il tempo dovesse finire. Lavorò con coraggio in un formidabile lavoro di inculturazione, innanzitutto traducendo al tuareg i vangeli, lavoro che continuò al contrario, traducendo in francese una poesia tuareg. È autore di un dizionario bilingue francese-tuareg e tuareg-francese, di una grammatica e di varie opere su questa tribù nomade. Questo era il suo anelito: “Io vorrei essere abbastanza buono affinché essi dicano: ‘Se tale è il servitore, come allora sarà il Maestro… ‘? “.    

Nel 1909 mise in moto l’Unione di Fratelli e Sorelle del Sacro Cuore con l’obiettivo di portare la fede in Africa. Negli undici anni che convisse coi tuareg diventò uno di loro senza misurare sforzi, con la gioia di sapere che in quel modo compiva fedelmente la missione alla quale si era sentito chiamato da Cristo. Amò quel popolo fino alla fine, e lì consegnò la sua vita. Il 1° dicembre del 1916 una pallottola di fucile in mezzo ad un’imboscata berbera scrisse la parola fine nella vita di questo grande apostolo.    

L’influsso della sua spiritualità si trova in diverse istituzioni: i Piccoli Fratelli e le Piccole Sorelle di Gesù, le Piccole Sorelle ed i Piccoli Fratelli del Vangelo, le Piccole Sorelle di Nazareth, le Piccole Sorelle del Sacro Cuore, la Fraternità Iesus Caritas, e la Fraternità Charles de Foucauld.  

Fu beatificato da Benedetto XVI il 13 novembre 2005.  

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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