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Santo

Beata María Teresa Scherer, 16 giugno

By 15 Giugno, 2024No Comments
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“Convinzione fatta vita: le mani al lavoro e il cuore in Dio. Questo membro delle Sorelle della Carità della Santa Croce, fedelissima al suo fondatore, dopo la sua morte si occupò dell’Ordine dovendo patire molte sofferenze”.

Le sue lunghe ore di preghiera davanti al Santissimo furono il motore della vita di questa beata che dovette affrontare numerose tribolazioni. Nacque il 31 ottobre 1825 a Meggen, Cantone di Lucerna, Svizzera. Era la quarta di sette fratelli e nella prima tappa della sua vita niente faceva presagire l’indirizzo che avrebbe preso la sua esistenza, anche se la maggioranza dei tratti che ella confessò di avere allora assomigliavano a quelli di molte persone: “Ero chiacchierona, irriflessiva, distratta. Ero irritabile e propensa alle stizze. Mi piacevano i bei vestiti e mi piaceva essere lusingata. Spesso, replicavo e disubbidivo alla domestica”. Ma aveva qualità che l’avrebbero aiutata a superare molti problemi: intelligenza, senso della responsabilità, doti per lo studio, ed era dotata di una memoria formidabile. A ciò aggiungeva un filo di luce interiore, rifugio dell’amore divino, cruciale affinché forgiasse la vocazione: “Mi piacevano i sermoni, e normalmente frequentavo i sacramenti quando si presentava l’occasione”.

Sicuramente il suo cammino verso la maturità incominciò a 7 anni con l’inaspettata morte di suo padre. Poco sapeva fare a quell’età quando si trasferì a casa di due zii celibi, uno di essi il suo padrino, che risiedevano anch’essi a Meggen, ma poté aiutarli perché era abituata a svolgere lavori domestici. Entrambi le insegnarono ad amare Cristo. Compiendo i 16 anni sua madre considerò che sarebbe stato bene per formarsi in tutti i sensi passare un periodo nell’ospedale di Lucerna insieme alle sorelle ospedaliere di Besançon. L’influsso delle religiose l’avrebbe allontanata da tendenze, come la vanità che erano affiorate nella sua vita e forse da un esagerato amore per la musica – benché questo aggettivo non è fornito dalla beata -, insieme a tratti di spontaneità che non le convenivano. Si sottintende che sua madre cercava per lei una maggiore disciplina. La questione è che ella assentì perché non aveva altra possibilità. E lì si trovò circondata dalla sofferenza. Quello che era peggio era il regime interno perché era stretto, e le dispiaceva profondamente il trattamento dispensato a malati paralizzati. Ricorrendo alla preghiera, vinse le difficoltà e le diffidenze, e superò la crisi che tutto ciò le provocava. Tre anni dopo abbandonò l’ospedale fortificata e piena di gratitudine per avere potuto assistere i malati.

Dopo una peregrinazione all’abbazia benedettina di Einsiedein, percepì la chiamata della vocazione; prima aveva militato come Figlia di Maria. Nel 1845 entrò con le Sorelle della Carità della Santa Croce, opera dovuta alla fede del padre Teodosio Florentini, cappuccino del convento di Altdorf. Fece il noviziato a Mezingen, professò in autunno insieme ad altre quattro religiose e la destinarono a Galgenen. Accompagnata da una sorella andava con la missione di mettere in moto una scuola. Si impegnò come educatrice cristiana sperando di resistere all’ambiente anticlericale. Ma sicuramente un’esigenza eccessiva, male avviata, indebolì la sua salute. Lo sforzo che suppose per lei il lavoro ed i suoi obblighi quotidiani, ai quali si univano i suoi numerosi scrupoli che le sottraevano la pace, la lasciarono male di salute e dovette ritornare a Mezingen.

Ottenne il titolo di maestra e proseguì impegnata nell’insegnamento. Nel 1850, padre Teodosio l’inviò a Näfels per dirigere l’ospizio e due anni più tardi le affidò l’ospedale di Coire, un’altra sua fondazione. La fedeltà di Maria Teresa diede grandi frutti. Nel 1856 si produsse una scissione tra le religiose. Quelle che non avevano condiviso pienamente il carisma del fondatore seguirono la loro strada, ma la beata non le abbandonò. Reiterò la sua lealtà come aveva fatto in una precedente occasione quando il cappuccino chiese un inequivocabile appoggio per costruire un ospedale di maggiori dimensioni. In quel momento, gli diede la sua parola con una semplice stretta di mani; non fu necessario di più. Nel 1857, dopo la rottura interna, fu eletta come superiora generale della congregazione, con sede a Ingenbohl, Svizzera; si era guadagnata abbondantemente la fiducia di tutti.

Morendo il padre Teodosio nel 1865, rimase alla testa dell’Ordine. Egli le aveva lasciato in eredità, tra le tante ricchezze, la maggiore: l’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento. Fu sostegno per lei nei momenti difficili che sopravvennero, e che si prolungarono per anni. Fece l’impossibile per mantenere il rigore delle costituzioni. Si oppose ai successori del fondatore quando vollero imporre i loro criteri, si fece carico dei debiti, e litigò difendendo i diritti dell’opera. Fu criticata per il suo modo di incarnare il governo e si mise in dubbio la sua severità con la povertà. Accusata e calunniata da un cappellano, fu deposta dal suo incarico dal vescovo. Allora confidò ad una delle sue: “Teniamo presente il nostro Salvatore e le innumerevoli offese che riceve ogni giorno. Io non sono trattata meglio, come lei deve già sapere. Non importa, perché non possiamo accontentare tutto il mondo. Purché Dio sia contento di noi!”.

La preoccupava il vincolo della comunità al di sopra di qualunque altra cosa, e così lo fece notare: “Mi sento tormentata, e mi risulta penoso dirigermi alla casa madre; voglia Dio che tutto sia per il bene. La cosa essenziale è che ci manteniamo unite e che ci amiamo, che portiamo insieme la croce e la sofferenza”. Sopportò eroicamente le contrarietà, pregando senza sosta. Risplendendo la verità, tornò ad essere confermata nel suo incarico. Fu creatrice di scuole ed ospedali per handicappati. La salute non l’accompagnò, e nel 1887 le fu diagnosticato un cancro allo stomaco. Morì il 16 giugno 1888 nel convento di Ingenbohl, mentre esclamava: “Cielo, cielo!”. Aveva testimoniato con la sua vita quello che lei stessa disse: “Le mani al lavoro ed il cuore in Dio”.

Giovanni Paolo II la beatificò il 29 ottobre 1995.

 

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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