A portata di Vangelo

Memorie di un centurione | Vangelo del giorno, 5 aprile

Pubblicato da 1 Aprile 2026No Comments

Vangelo secondo San Giovanni 20,1-9:
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Memorie di un centurione

Luis CASASUS Presidente delle Missionarie e dei Missionari Identes

Roma, 5 aprile 2026 | Domenica di Resurrezione

Atti 10, 34a.37-43; Colossesi 3, 1-4; Giovanni 20, 1-9

 Mi chiamo Julius Longinus, figlio di un veterano della Siria, e ho servito nella coorte per dodici anni. Non dimenticherò mai quella notte. Ho sorvegliato porte, accampamenti, prigionieri… ma non avrei mai pensato di dover custodire una tomba.

I sacerdoti del Tempio arrivarono all’alba del giorno precedente, agitati, quasi tremanti. Dicevano che il cadavere di un certo Gesù di Nazaret — un predicatore giustiziato per sedizione — doveva essere sorvegliato. Temevano che i suoi discepoli lo rubassero per poi proclamare che era risorto. Per noi era un incarico strano, ma non il più assurdo che Roma avesse ricevuto dai locali.

Sigillammo la pietra con il sigillo ufficiale. Controllai personalmente la corda e l’argilla. Nessuno avrebbe potuto muoverla senza che ce ne accorgessimo.

La notte scese fredda. L’aria profumava di terra umida e di ulivi. I miei compagni mormoravano per restare svegli. Io mi appoggiai alla lancia, attento a ogni rumore. Tutto era in silenzio, un silenzio eccessivo per la periferia di Gerusalemme.

Poi accadde. Non so come descriverlo senza che sembri una follia. Non fu un normale terremoto: il suolo vibrò come se qualcosa, dall’interno della terra, volesse uscire. La pietra — una roccia che richiedeva diversi uomini per essere mossa — si spostò come spinta da una forza invisibile. La luce ci avvolse; non era fuoco, né torcia, né fulmine. Era… qualcos’altro. Bianca, viva, impossibile da guardare in modo fisso.

Sentii le gambe cedere. Non per codardia, ma per qualcosa di più profondo: un misto di timore e di certezza, come se la verità stessa si fosse spalancata davanti a noi.

Ricordo di essere caduto a terra. Le mie mani tremavano. Sentii uno dei miei compagni gridare, ma la sua voce si perse nel frastuono. Quando la luce si dissipò, la tomba era aperta. Vuota.

Non c’erano segni di lotta, né impronte, né corde spezzate. Solo il sudario, accuratamente ripiegato. Nessun ladro lo avrebbe fatto. Nessun uomo avrebbe potuto muovere la pietra in quel modo. Nessun inganno avrebbe potuto generare quella luce.

Fuggimmo. Non per paura dei discepoli, ma per paura di ciò che avevamo visto. I sacerdoti ci ordinarono di tacere e di ripetere una storia diversa. Ci pagarono bene. Ma il denaro non cancella ciò che i miei occhi hanno visto.

Da allora, a ogni alba, mi chiedo se quell’uomo, Gesù, fosse davvero chi diceva di essere. E se lo era, allora non stavamo custodendo un cadavere, ma un messaggero che il mondo ancora non comprende.

—ooOoo—

E qual è il mio ricordo della Risurrezione di Cristo? Ironicamente, sebbene io sia battezzato e nonostante gli sforzi per essere fedele al Maestro… può darsi che il sapore della Risurrezione nella mia memoria e nel mio cuore somigli a ciò che provava il centurione: non ho ancora abbracciato del tutto il suo messaggio, vivo ancora come se la sua Risurrezione non avesse relazione con ciò che faccio ogni giorno, dal momento in cui apro gli occhi fino alla fine della giornata.

Tuttavia, è comune tra le persone minimamente sensibili che gli eventi importanti nella vita di coloro che si amano abbiano un’influenza potente sulla propria esistenza. A volte si tratta di una tragedia che ci segna per sempre con un dolore profondo. Ma, in certe occasioni, essere testimoni di un evento felice per una persona cara —un successo professionale, la nascita di un figlio o la guarigione definitiva da una malattia — è più importante di qualsiasi cosa possa accadere a noi stessi.

Accade, ad esempio, quando qualcuno vede arrivare il primo nipote: l’impatto sulla famiglia può essere tale che le possibili divergenze o distanze scompaiono, e i nonni centrano la loro vita sul piccolo appena nato.

Questo dovrebbe essere un indizio di come la Risurrezione che celebriamo oggi, fatto storico, possa avere un effetto potente su di noi e segnare le nostre vite.

► Proprio come accadde a Maria Maddalena, a Julius Longinus e ai discepoli, essa deve generare in noi una fiducia impossibile da avere senza aver sentito parlare della Risurrezione.

Infatti la paura della morte, della “fine”, persino dei segni di invecchiamento e debolezza che preannunciano la nostra morte, hanno un potere sempre presente nell’essere umano. Oggi, per esempio, nelle nostre società moderne, vi sono sintomi come l’ossessione per la salute, il culto del corpo (sempre giovane, per “negare” la morte), la ricerca compulsiva di esperienze (“vivere intensamente” come sostituto di “vivere con senso”)…

Qualcosa di molto comune è l’iperattività e la produttività usate come anestesia: il ritmo frenetico di lavoro e consumo funziona come un meccanismo di distrazione. In realtà, la persona teme di fermarsi perché teme l’incontro con la propria finitezza.

Per il cristiano che contempla il Cristo Risorto, soprattutto nei momenti difficili, quando tutto sembra perdere senso, diventa vero che la speranza nei frutti di chi vuole servire come Cristo ha un carattere indistruttibile: Dov’è, o morte, la tua vittoria? (1Cor 15, 55).

► Se consideriamo che la Risurrezione è opera del nostro Padre celeste, nel seguire Cristo anche noi possiamo essere certi che Moriamo per essere riportati in vita e vivere una vita nuova, così come Cristo fu risuscitato per mezzo della gloria del Padre (Rm 6,4). Ciò ci apre non solo a una speranza futura di vivere pienamente uniti al Padre, ma ad essere sempre più consapevoli della sua cura e del suo perdono, nonostante la nostra mediocrità, i dubbi, le incoerenze e i peccati.

La morte e la croce di Cristo, così come le nostre, acquistano senso. C’è un’unità e — come si suol dire — non c’è gloria senza croce; ma è opportuno leggerlo anche al contrario: non c’è croce senza gloria.

Una volta, un giovane chiese al suo maestro spirituale: “Come possiamo vivere pienamente?”. Il maestro rispose: “Preparati alla morte”. Il giovane chiese con ansia: “E come possiamo prepararci alla morte?”. Il maestro rispose: “Vivendo pienamente”.

Dunque, vita e morte non sono due realtà separate. Viviamo morendo a noi stessi e, quando moriamo, è allora che viviamo. Se non viviamo pienamente ora, non ha senso parlare della pienezza della vita dopo la morte. Possiamo sperimentare ogni giorno che se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto (Gv 12,24).

► In modo inaspettato, contro le nostre molte esperienze, contro ciò che dice la storia e ciò che io posso immaginare… la Risurrezione che oggi celebriamo ci dice che il male e la morte possono sempre essere vinti e — soprattutto, non dimentichiamolo — in modo imprevedibile per il nostro limitato intelletto. Così accade nella Passione, quando per tutti è chiaro che lo sforzo di Cristo è vano e che i suoi seguaci hanno perso tempo e rischiato la vita inutilmente.

Questo spiega perché, nel momento di massima angoscia e impotenza sulla Croce, Gesù grida: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.

La cosa più imprevedibile, più commovente e bella è che, davanti a Cristo Risorto, ho la certezza di poter morire al mio egoismo, il che può essere davvero sorprendente per gli altri e per me stesso. È la prova che sono stato perdonato, che Cristo desidera contare su di me.

Per questo, nella Prima Lettura leggiamo: A lui tutti i profeti rendono testimonianza: chiunque crede in lui riceve, mediante il suo nome, il perdono dei peccati.

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Tutto ciò non deve portarci solo a una credenza intellettuale nella Risurrezione, ma a custodirla nel cuore, come ricordiamo i momenti felici vissuti con una persona cara: sono più che dati, più che immagini, aromi o suoni… si tratta di una realtà nel nostro cuore che autenticamente ci sostiene e ci dà slancio oggi.

Un cristiano può affermare: “Sì, Cristo è risorto”, allo stesso modo in cui afferma che Roma cadde nell’anno 476. Ma questo non cambia la vita. Credere intellettualmente non risana le ferite, non esige nulla, non trasforma e non ci invia in missione.

Tuttavia, è possibile incarnare la Risurrezione, come oggi San Paolo dice letteralmente: Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo, seduto alla destra di Dio (Col 3,1).

C’è un incontro personale con Gesù Risorto, come accadde alla Maddalena, che udì pronunciare il suo nome, o ai discepoli di Emmaus, che mangiarono con Lui, o a Tommaso, che toccò le sue piaghe. Il nostro incontro con Lui, il tuo e il mio, non deve essere per forza fisico o sensibile, ma è ugualmente reale, per nulla immaginario o illusorio. È la sua presenza, specialmente negli esseri umani che hanno bisogno del nostro aiuto per sentirlo e comprenderlo, affinché si sentano consolati e apprezzati.

In questo modo, il senso del nostro incontro con Gesù Risorto ha le stesse caratteristiche e lo stesso messaggio dei suoi incontri con tutte le persone che lo videro dopo l’uscita dal Sepolcro: “Ora mi vedi, ma sto per scomparire e affido a te la missione che ho portato avanti; però non ti lascerò, ti sarò sempre vicino, per darti il conforto e la luce di cui avrai bisogno”.

Ciò produce in noi una pace che può ben chiamarsi Beatitudine e una responsabilità profonda e sempre rinnovata verso il prossimo, il che ci provoca un’Afflizione acuta e ci trasforma. Così, tutti gli incontri che abbiamo con Gesù — nell’Eucaristia, nella Parola, nella vita del prossimo che mi interpella (con o senza parole) o negli eventi che forse gli altri non considerano rilevanti — sono incontri con Cristo, ma non dimentichiamolo: con il Cristo Risorto.

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Nei Sacri Cuori di Gesù, Maria e Giuseppe,

Luis CASASUS

Presidente