A portata di Vangelo

Li toccò e disse: “Non abbiate paura” | Vangelo del giorno, 1 marzo

Pubblicato da 25 Febbraio, 2026No Comments

Vangelo secondo San Matteo 17,1-9:
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».

Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Li toccò e disse: “Non abbiate paura”

Luis CASASUS Presidente delle Missionarie e dei Missionari Identes

Roma, 1° marzo 2026 | II Domenica di Quaresima

Genesi 12, 1-4a; 2° Lettera a Timoteo 1, 8b-10; Matteo 17, 1-9

Nonostante la scena della Trasfigurazione ci risulti — ed in effetti lo è — unica e spettacolare, assomigliamo a Pietro, Giacomo e Giovanni nella loro reazione su quel monte: passarono in pochi istanti dalla gioia più profonda al timore e allo stato di confusione più insopportabili.

Fu uno di quei pochi momenti scelti che ognuno di noi custodisce nel proprio cuore per ritornarvi nelle situazioni più delicate, di dubbio o di dolore. Mosè ed Elia, accompagnando il Maestro, rappresentavano per gli israeliti tutta l’autorità della Legge e dei Profeti; la voce del Padre, che invitava ad ascoltare Gesù e, soprattutto, quella mano di Cristo sulla spalla dei discepoli mentre diceva loro: “Non abbiate paura“, furono ciò che permise loro di continuare a camminare, come Gesù chiedeva, finché il Figlio dell’uomo non fosse risorto dai morti.

Noi non abbiamo bisogno di salire su una montagna, ma volgendo lo sguardo all’indietro, ognuno vede alcuni di quegli episodi della propria biografia come un monte che si eleva potentemente al di sopra delle esperienze che forse ora facciamo fatica a superare e comprendere.

Cosa caratterizza questi episodi?

* Non sono “premi” né casualità. Fanno parte del piano divino per ognuno di noi ed è facile restare bloccati solo nell’emozione del momento e nella nostalgia del tempo in cui è accaduto.

* Sono intimi, personali. Possono verificarsi insieme ad altri e saranno molto significativi anche per loro, ma hanno un messaggio personale per chi li vive, dal quale si resta segnati per tutta la vita. Possono contenere qualche elemento di luce sul regno dei cieli, sul messaggio evangelico, ma, soprattutto, il loro potere è la conferma di essere stati perdonati e chiamati alla missione. Il nostro Fondatore, Fernando Rielo, quando aveva solo 16 anni e — come ci racconta — non riusciva a comprendere molte verità, sentì profondamente la chiamata di Dio, aiutando un bambino che era svenuto durante una marcia in un campo estivo.

L’immagine di Cristo che si percepisce allora è quella di chi ripone tutta la sua fiducia in noi. Che impressione avranno avuto Pietro, Giacomo e Giovanni dal momento in cui Cristo li conduce in disparte, su un monte! Fu così forte che l’impronta di quella chiamata avrebbe superato tutti i sentimenti di paura, orgoglio e invidia che li avrebbero poi assaliti “nella valle”. Un’autentica medicina preventiva…

Persino le persone che non sono interessate a una relazione con Dio fanno tesoro di momenti che illumineranno sempre il loro cammino. Altri, sensibili alla vita spirituale, ma con difficoltà a integrarsi nella Chiesa, hanno saputo approfittare delle esperienze più belle del passato per proseguire il loro percorso. È il caso del poeta spagnolo Antonio Machado (1875-1939): nella sua famosa poesia “A un olmo secco” (1912) contempla un albero vecchio e quasi morto, simbolo del logorio, del dolore e della malattia. La scrisse mentre sua moglie era gravemente malata, prossima alla fine. Tuttavia, scoprendo che all’albero erano spuntate alcune foglie verdi, sorge una scintilla di speranza:

Al vecchio olmo, spaccato dal fulmine
e nella sua metà marcito,
con le piogge d’aprile e il sole di maggio,
alcune foglie nuove sono spuntate
(…)
Il mio cuore attende
anche, verso la luce e verso la vita,
un altro miracolo della primavera.

L’albero secco rappresenta la malattia e la vicinanza della perdita, ma quelle foglie nuove simboleggiano la certezza di poter rinascere, anche quando tutto sembra perduto. La poesia non nega la sofferenza; la riconosce pienamente. Eppure, anche così, il poeta mantiene la speranza in un “miracolo”, in un rinnovamento sempre possibile, basato sull’esperienza felice vissuta tempo prima.

* Queste esperienze, che la Provvidenza ci concede, sono sempre da condividere con il prossimo. In primo luogo, perché ci confermano come strumenti del suo regno; in secondo luogo, perché sicuramente chi ci sta accanto ha bisogno di ricordare momenti da lui vissuti che lo aiuteranno a superare stati di dolore e impotenza.

Questo fu il caso di Mosè, nel ricevere i Comandamenti sulla vetta del Monte Sinai, e allo stesso modo di Elia che, disperato e nascosto sul Monte Oreb, ricevette il perdono e la fiducia di Yahveh per guidare il suo popolo. Sicuramente, uno degli esempi più significativi è il momento in cui Gesù perdona Pietro dopo che questi aveva rinnegato il Maestro e gli affida una missione unica. Un caso spettacolare invece, che non deve necessariamente somigliare alla nostra esperienza, è quello di San Paolo a Damasco, dove ricevette una missione in modo imprevedibile e con segni che non lasciavano dubbi: la caduta da cavallo, la cecità, l’aiuto di coloro che perseguitava.

—ooOoo—

Il rifiuto di Cristo all’idea che i discepoli costruiscano tre tende è il modo per far capire loro che la sua vita e la nostra è breve e — come diceva Papa Francesco — dobbiamo essere una Chiesa e una comunità sempre “in uscita”, identes, consapevoli di dover vivere ogni giorno con un proposito nuovo di avvicinarci a Cristo e al prossimo. Questo è sempre il contenuto essenziale del piano divino di cui parlavamo prima.

La nostra inclinazione a “costruire tende” è molto forte. Si manifesta nella pigrizia nell’affrontare le sfide che continuamente il rapporto con le persone presenta. Cerchiamo di fare in modo che tutto resti uguale ai “bei tempi” e non accettiamo facilmente che le persone cambino e che ogni relazione abbia bisogno di nuove forme di espressione. Non agendo così, non accettando i cambiamenti che la Provvidenza ci presenta, ci frustriamo vedendo sorgere in coloro che ci circondano esigenze, tensioni o differenze.

Un bellissimo esempio contrario a questa rigidità fu l’atteggiamento di Maria e Giuseppe quando videro che il loro figlio iniziava il suo apostolato adolescente e una dedizione “alle cose del Padre”,sempre più visibile per loro.

È importante il dettaglio riportato dal Vangelo, che dice che il Maestro toccò i tre discepoli per dire loro di non avere paura, poiché ci ricorda che Egli si avvicina a noi con tenerezza e umanità; ci trasmette sicurezza con la sola impressione della sua presenza. La paura paralizza, ma quel tocco di Cristo restituisce fiducia e capacità di rimettersi in piedi.

Non si tratta di magia; il ricordo della persona di Cristo come qualcuno che storicamente ci ha preceduto, l’essere consapevole che mi ha aiutato prima e il sapere come molte persone abbiano saputo approfittare di quel tocco, mi confermano che non mi lascerà mai solo.

La sua vicinanza mi sta dicendo:

* Conosco il tuo dolore. Inoltre, come uomo, ho sofferto anche io; in questo ci somigliamo.

* Anche nella tua situazione di paura e confusione, ho bisogno di te per camminare insieme nella missione che ti sto mostrando.

Nella Fiamma d’amor viva, San Giovanni della Croce parla del “tocco” come di un’irruzione improvvisa della grazia nell’anima.

«Oh cauterio soave!

Oh deliziosa piaga!

Oh mano blanda! Oh tocco delicato,

che sa di vita eterna

e ogni debito paga!»

È un modo tanto poetico quanto esatto per esprimere che la consolazione di Cristo NON ci fornisce precisamente il sollievo che la mia natura umana richiede: vorrei vedere chiaramente il futuro, sentire di essere capace e di essere sostenuto incondizionatamente da chi mi circonda. Non è esattamente così; la nostra ferita non si rimargina, ma il “cauterio” (la guarigione di una piaga) consiste nel verificare che il mio dolore è fecondo ed è sempre utilizzato dalla Provvidenza come umile elemento nei piani divini.

L’esperienza dell’Afflizione e della Beatitudine vanno unite. Riferendosi alla Trasfigurazione e al Getsemani, San Tommaso scriveva:

Gesù stesso ha scelto i medesimi testimoni per vedere il suo Volto trasfigurato dalla Gloria di Dio e sfigurato dal peccato del mondo (III q. 45).

In realtà, se abbiamo un po’ di sensibilità, ci accade come ai coniugi che sono sul punto di separarsi a causa di una qualche crisi: ricordare i bei momenti passati insieme dà loro il coraggio di continuare a lavorare per ciò che un giorno li ha uniti.

Subito dopo la Trasfigurazione, San Luca racconta come, immediatamente dopo che Gesù fu sceso dal monte con Pietro, Giacomo e Giovanni, un uomo corra verso di lui chiedendo aiuto: Mio figlio è posseduto da uno spirito che lo afferra, lo getta a terra, lo fa schiumare e gridare finché non cade esausto; ho pregato i tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti.

Perché non furono capaci di compiere la loro missione se il Maestro aveva dato loro i poteri necessari? Perché chi non ha visto il suo volto glorioso è incapace di contrastare le forze del male che affliggono l’umanità. Quei discepoli non erano stati sul monte con Cristo.

I nostri momenti di preghiera in silenzio e di riflessione sul Vangelo sono occasioni privilegiate per essere più consapevoli di come Egli abbia toccato la nostra spalla in situazioni in cui il peccato stesso e la difficoltà con il prossimo ci spingevano ad abbandonare il cammino. Non possiamo essere suoi testimoni se nell’orazione non “vediamo il suo volto”, il volto di Gesù crocifisso e risorto.

Nel testo evangelico di oggi troviamo l’immagine biblica della nube luminosa che avvolge tutti. Nel libro dell’Esodo si parla di una nube splendente che proteggeva il popolo d’Israele nel deserto e che era il segno della presenza di Dio accanto al suo popolo in cammino verso la terra promessa. Quando Mosè ricevette la legge, anche il monte fu avvolto da una nube ed egli discese con il volto risplendente. La nube e il volto risplendente sono il riflesso della presenza di Dio e lo stesso Cristo ebbe questa esperienza sul monte Tabor.

Non dimentichiamo dunque che ai momenti di entusiasmo, magari nel sentire per la prima volta la chiamata di Dio, seguono le divergenze con coloro che abbiamo vicini, o la stanchezza e la contrarietà: seguire il Maestro non sembra essere ciò che ci aspettavamo. Basti ricordare che, fosse anche solo per una volta, sebbene senza comprenderlo del tutto… abbiamo visto il suo volto.

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Nei Sacri Cuori di Gesù, Maria e Giuseppe,

Luis CASASUS

Presidente