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Santo

Santa Margherita da Cortona, 22 febbraio

By 21 Febbraio, 2024Aprile 17th, 2024No Comments
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“Passò dall’abisso morale al cielo. Confidando nelle incompiute promesse di un nobile, gli diede un figlio mentre si immergeva nella oscurità di un mondo vacuo. Il brutale assassinio del cavaliere fece sì che rivolgesse gli occhi a Dio”.

Oggi festività della Cattedra di san Pietro apostolo, celebriamo anche la vita di questa santa. La sua umile provenienza – nacque in una casa povera -, le convenienze sociali, le debolezze e la mancanza di responsabilità nell’impegno, inclusi altri scivoloni personali ed anche altrui, ebbero influenza in larga misura sulla sua condotta giovanile. Niente giustifica la vita licenziosa, ma a volte gli antecedenti che hanno concorso ad essa possono spiegarla. E, soprattutto, quando la luce divina si fa largo nell’aggrovigliata giungla dei sentimenti e si produce un rovesciamento radicale nell’esistenza, come successe a questa santa, lo splendore della misericordia e l’insondabile amore di Dio risultano ancora più commoventi.

Nacque nella località di Laviano (Perugia, Italia) nel 1247. Orfana di madre a 7 anni si trovò disarmata con una matrigna di cattivo carattere che oscurò la sua vita. Allora aveva già compiuto i 9 anni, un’età delicata nella quale tenerezza e tutela devono allearsi per avviare convenientemente una vita. Sicuramente nelle sue amare giornate si sarà aggrappata alla preghiera che sua madre le trasmise: “Signore Gesù, ti prego per la salvezza di tutti quelli per i quali tu  vuoi che si preghi” potendo affrontarle con altre energie. Consumati per un tempo i fertili insegnamenti materni, avrebbe dovuto disporre il suo spirito per accogliere le numerose benedizioni che l’aspettavano. Il passaggio del tempo mostrò quanto benevola la natura fosse con lei. L’adolescente si trasformò in una giovane di splendida bellezza, e cadde totalmente nelle braccia di un nobile di Montepulciano.

Sedotta da promesse che questi non compì reiteratamente, per quasi dieci visse aggrappata a quell’illecita relazione dalla quale nacque un figlio. Forse nell’attesa che un giorno si materializzassero i suoi sogni di matrimonio che reclamava più di una volta, non ebbe difficoltà a convivere col suo amante nel castello. E benché i cittadini di Montepulciano riprovassero il suo atteggiamento, ella non si nascondeva; a volte perfino si esibiva per le strade percorrendole sulla sella di un magnifico cavallo. Il fine di questa storia arrivò col brutale assassinio del cavaliere il cui cadavere trovò lei stessa quando, vedendo che ritardava il suo arrivo, uscì alla sua ricerca.

La crudezza del momento portò con sé la sua radicale conversione. Profondamente costernata e pentita, rinunciò ai beni che godeva ancora senza avere legittimi diritti su essi. Cinta con vestiti da penitente, e preso per mano suo figlio, ritornò a Cortona. Suo padre la ripudiò e le negò il suo perdono. Cosicché si ritrovò per strada senza avere un luogo dove ripararsi, fino a che due pie donne l’accolsero puntualmente e la misero in contatto coi frati minori, poiché quello fu il suo desiderio; pensò ad essi ricordando il loro buon trattamento con le persone prese nelle reti del peccato.

In quell’intervallo il maligno cercò di dissuaderla. La situazione favorevole della sua bellezza era una carta ancora desiderata che questi cercò di mescolare. Il passato, quello che Cristo avvisa che deve lasciarsi dietro per sempre, era suggestivo. Poteva riconquistare ancora le cose perse; quello era il sussurro del diavolo che nasconde con pestilente maschera l’offerta che conduce alla perdizione. Ma era da tempo che Margherita intuiva misteriosamente il destino che le prenotava la divina Provvidenza. Di modo che si dispose ad assumere la responsabilità dei suoi atti. Ci sono esperienze che non passano nella vita senza lasciare cicatrici, e per tre anni soffrì grandi tentazioni, che si sovrapponevano ai consigli di due frati che la diressero abilmente. “Padre – manifestò in un momento dato -, non mi chiedete di scendere a patti col mio corpo, perché è impossibile. Il mio corpo ed io staremo in costante lotta fino al giorno della mia morte”. Tutto il suo desiderio era rivolto a consumarsi in mezzo ad esagerate penitenze che il suo confessore, frate Giunta, la invitava ad ammorbidire per evitare altri mali al suo spirito.

Dopo un periodo di lavoro domestico lasciò tutto e si dedicò ad assistere i poveri portando una vita di mortificazione insieme ad essi. Aveva ancora con sé suo figlio ed ambedue affrontavano ogni giornata con le elemosine che ricevevano. Da quelle che giudicava migliori, si staccava senza il minimo dubbio. Le prove della sua conversione e l’autenticità della sua vocazione erano tanto chiare che i frati l’ammisero nel Terzo Ordine. E quando suo figlio che sarebbe diventato francescano, cominciò la sua formazione ad Arezzo, proseguì un intenso itinerario spirituale che fu benedetto con estasi e rivelazioni in poco tempo. Prudente e cauta con tanti favori, unicamente li confidava al suo confessore quando egli lo chiedeva. In uno di essi, Dio le disse: “Tu sei la terza luce che ho dato all’ordine del mio amato Francesco. Egli fu il primo, tra i frati; Chiara fu la seconda, tra le religiose; tu sarai la terza per dare esempio di penitenza”.     

Chiamata ad esercitare la sua carità coi malati ed i poveri, col beneplacito del vescovo ed il generoso aiuto di persone principali della città, diede impulso alla creazione di un ospedale. L’assistette insieme ad altre donne legate al Terzo Ordine francescano con il quale fondò una congregazione. La sua intensa orazione e le mortificazioni non avevano limite. Le discipline che si applicava avevano come obiettivo la riparazione dei propri peccati e di quelli altrui. Soffrì gravi calunnie, diffuse allo scopo di macchiare la pulita relazione tra il suo confessore e lei. Fu vituperata e disprezzata, e si vide obbligata a rimanere senza il consiglio di frate Giunta. Sopportò tutto per amore a Cristo ed un giorno ascoltò: “È necessario che dimostri che ti sei convertita realmente….Le grazie che ho sparso su di te non sono per te sola”. Ubbidì, ed i frutti della sua donazione ed apostolato furono innumerevoli così come i suoi miracoli.

Un giorno nella chiesa di San Francesco l’immagine del Crocifisso trapassò il suo essere con infinita tenerezza: “Che cosa vuoi, povera peccatrice mia?”, le domandò. La risposta, inequivocabile, non si fece attendere: “Io non voglio né cerco altro se non Te”. Alla fine, frate Giunta stette vicino al suo letto di morte, accaduta il 22 febbraio 1297, mentre diceva: “Dio mio, ti amo”. 

Fu canonizzata da Benedetto XIII il 16 maggio 1728.

 

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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