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Santo

San Pietro di San Giuseppe de Betancur, 25 aprile

By 24 Aprile, 2024No Comments
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“Questo insigne apostolo dell’America Centrale, sapiente nella misericordia, si occupò specialmente dei diseredati, anche se sparse la sua carità su tutti. Un uomo di tanta tenerezza nel suo comportamento che fu chiamato la madre del Guatemala”.

L’umile “Fratel Pietro”, grande apostolo dell’America centrale, nacque a Vilaflor, Tenerife, (Isole Canarie, Spagna) il 21 marzo 1626, nel seno di una famiglia dedicata al pascolo e all’agricoltura. Ebbe cinque fratelli che, come lui, ricevettero dai loro genitori la pregiata eredità della fede. Da bambino conficcava il pastorale a terra con l’idea di usarlo come meridiana; in quel modo poteva controllare i momenti nei quali doveva astenersi da mangiare e bere al fine di osservare il digiuno eucaristico. Già allora faceva penitenza e pregava in ginocchio con le braccia in croce, lodando Dio, senza misurare il tempo. Perdendo suo padre toccò a lui gestire il modesto patrimonio che possedevano. Un suo parente, frate Luis, portò notizie delle missioni e del lavoro evangelizzatore che si sviluppava al di là dei mari. Pietro sentì grandi ansie di partire per andare lì. Non erano però i piani di sua madre che sognava in un suo matrimonio, ma la sua inclinazione era servire la Chiesa. Con tutto ciò, sottomise a Dio la sua volontà.

Aveva una zia che qualificava come “donna di Chiesa”, ed avendo preso un tempo per pregare volle conoscere la sua opinione. Ella gli segnalò le Indie: “Devi andare all’incontro di Dio, come Pietro sulle acque”. Poco tempo dopo, un altro anziano venerabile ratificò questo giudizio. Pietro partì per L’Avana dove arrivò a 23 anni. Lavorò come tessitore, ma non trovava il posto nel quale avrebbe dovuto portare a termine la sua missione e si trasferì in Honduras. Sentendo parlare del Guatemala ebbe la certezza che quello era il suo destino.

Entrò in Santiago de los Caballeros di Guatemala, l’antica capitale, il 18 febbraio 1651, recitando la Salve Regina. Quel giorno la terra tremò e furono innumerevoli i disastrati. Egli stesso, colpito, cadde malato e fu portato all’ospedale reale di Santiago. Solo, senza riferimenti, né mezzi, ebbe la possibilità di convivere coi poveri e gli abbandonati, molti di essi indios e negri. Quando guarì, entrò in contatto coi terziari francescani. Le buone amicizie che andava facendo gli prestavano libri devoti. Imparò a leggere e a scrivere. Ed alla fine del 1653 entrò nella Congregazione mariana dei gesuiti e si fece fratello laico di San Francesco. L’anno seguente si unì alla fratellanza della Vergine del Carmelo.

Aveva già 27 anni ed accarezzava il sogno di essere sacerdote, ma il latino gli resisteva. Dopo diverse peripezie desistette da questo anelito ed andò a Petapa. Nell’eremo dei domenicani pregò davanti all’immagine della Vergine del Rosario. Ne uscì con due idee chiare. Una, dimenticarsi del tema del sacerdozio. Un’altra che doveva ritornare in Guatemala. Il suo confessore, il padre Espino, gli suggerì che vivesse al Calvario. L’8 Luglio 1656 fu accolto nel Terz’Ordine Francescano. Gli vietarono certe penitenze che volle realizzare con affanno di mortificazione, e si sottomise umilmente al giudizio dei suoi superiori: “Vale di più il grasso allegro, umile ed ubbidiente che il debole triste, superbo e penitente”, diceva. Qualcuno gli domandò che cosa è pregare, e rispose: “stare alla presenza di Dio” […}. “Stare tutto il giorno e la notte lodando Dio, amando Dio, operando per Dio, comunicando con Dio”. Una volta, vedendolo in pieno sole, vollero sapere perché non si copriva. Nella sua replica stava la chiave: la sua familiarità con le Persone Divine: “Bene sta senza cappello chi sta alla presenza di Dio”.  

Gli affidarono la tutela dell’eremo del Calvario, vicina al convento, e fu il suo sagrestano. Nel1658, dal niente, fidandosi della Provvidenza, aprì la “casetta della Vergine” che mise sotto la protezione di Santa Maria di Betlemme. Ricordava con lei il modesto posto dove Cristo nacque. Lì iniziò un lavoro assistenziale intriso di misericordia. Le umili dimore dei poveri, le prigioni e gli ospedali cominciarono a sentire l’influsso della presenza di questo grande apostolo. Si occupò degli emigranti che si trovavano senza lavoro, come dei numerosi adolescenti che vagavano senza una meta e senza istruzione, esca prediletta per persone senza scrupoli, dediti ad ogni tipo di male. Erano bianchi, meticci e neri. I pericoli non distinguono il colore; spiano chiunque. Di modo che pensando a tanti diseredati, mise in moto una prima fondazione per accoglierli. La formazione umana e spirituale che fornì loro seguiva una linea pedagogica innovativa che continua richiamando l’attenzione.

Pietro non si accontentò con questa azione apostolica. Costruì una scuola, un’infermeria, un ospedale per convalescenti, un oratorio ed una locanda per studenti universitari e chierici che erano di passaggio, due collettivi ai quali veniva loro bene trovare alloggio economico e sicuro. L’Eucaristia, la Passione e la Nascita di Betlemme erano, insieme all’orazione, i pilastri della sua vita. Perseguiva, soprattutto, stare nascosto in Dio e da questa centralità supplicava per la conversione dei peccatori. Normalmente li cercava di notte per le strade e di giorno con un messaggio trasparente e diretto: “Ricordatevi, fratelli, che un’anima abbiamo e, se la perdiamo, non la recuperiamo”.    

Nel 1665 il vescovo gli permise di chiamarsi Pietro di San Giuseppe. Era tanta la sua virtù che a poco a poco si andarono unendo al progetto altri terziari. L’aiutavano e condividevano con lui la penitenza e l’orazione. Vedendo che questo vincolo stabilito intorno a lui aveva dato luogo ad una vita comunitaria, scrisse alcune regole che non solo impegnavano loro ma anche le donne incaricate dell’educazione dei bambini. Così fiorirono gli ordini dei betlemiti e delle betlemite, riconosciuti dalla Santa Sede in 1673. I cittadini guatemaltechi denominarono Pedro: “Madre del Guatemala”. Questo dà un’idea dell’impressione di tutela in tutti gli ambiti che aveva esercitato con essi con la sua mirabile carità. Morì il 25 aprile 1667 dovuto ad una broncopolmonite che attaccò il suo organismo indebolito dalle mortificazioni e i digiuni. Aveva appena 41 anni. Uno dei suoi biografi l’ha qualificato come “sapiente in misericordia”.

Giovanni Paolo II lo beatificò il 22 giugno 1980, e lo canonizzò il 30 Luglio 2002.

 

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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