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Santo

San Gabriele dell’Addolorata, 27 febbraio

By 26 Febbraio, 2024Aprile 17th, 2024No Comments
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“La malattia e la morte furono i gradini di una eroica offerta. Giovane attraente, con un grande successo sociale, vedendosi sen salute promise di consacrarsi. Questa decisione, reiteratamente incompiuta, la materializzò quando morì usa sorella”.

 

La vita di Francesco Possenti, un impasto di malattia e morte che furono i gradini di un’eroica offerta, è quella di un’intensa e bella storia d’amore per Gesù crocifisso, per l’Eucaristia e  per la Vergine. Ma non fu così all’inizio. Abituato al denaro che gli offriva l’alto status sociale della sua famiglia e al successo che lo circondava, andò aggiornando la risposta all’appello che chiaramente percepiva dentro di sé. Esperto in promesse incompiute si offriva a Dio, e quasi subito dopo si dimenticava di materializzare la sua donazione.

Il groviglio di auto-inganni e bugie psicologiche nelle quali si complicò la vita gli facevano perdere il tempo che Dio aveva tracciato su di lui. Fino a che la sofferenza attanagliò la sua vita con la propria malattia e con la perdita dell’essere che più amava. Dopo non cercò mai più di piegare la volontà divina volendo adattarla alla sua. Commosse il cuore di Gemma Galgani assistendola dal cielo, attraverso “visite” nelle quali l’incoraggiava e la consigliava.

Nacque ad Assisi (Italia) il 1° di marzo del 1838. Era l’undicesimo di tredici fratelli. Perse sua madre quando aveva 4 anni. Suo padre era giudice nella città e rimanendo vedovo si occupò personalmente della sua formazione. Era un uomo credente che, insieme a sua moglie, aveva incoraggiato i figli a condividere quotidianamente pratiche di pietà come la preghiera del rosario. Sostenuti dalla sua fiducia in Dio affrontarono la sparizione di cinque fratelli. La sensibilità della quale si faceva onore si evidenziò anche con l’educazione di Francesco. Questi aveva quello che si dice cattivo genio. Un carattere impulsivo e tendente all’ira che il suo genitore si preoccupò di temperare attraverso la scelta educazione che gli diedero i fratelli delle Scuole Cristiane ed i gesuiti con i quali lo fece studiare.

Il mondo in un certo modo l’attraeva, e siccome era un leader, facilmente emergeva in qualunque posto. Poi, l’indomita personalità, attenuata progressivamente, lasciò trasparire un “temperamento delicato, gioviale, insinuante, deciso e generoso; possedeva anche un cuore sensibile e pieno di affettività…. Era di parola facile, appropriata, intelligente, amena e piena di una grazia che sorprendeva… “. Inoltre, possedeva una innegabile attrattiva: alto e ben formato; l’accompagnava perfino il suo tono di voce.

Accurato nel vestire – andava all’ultima moda – aveva doti per il canto, la poesia ed il teatro. Sensibile e incline all’innamoramento, si sentiva attratto dalla lettura dei romanzi. Ma siccome dentro di sé manteneva sempre viva la sua fede cristiana (aveva perfino nella sua stanza una scultura della Pietà che venerava) dopo, sperimentava una profonda tristezza ed abbattimento. A volte andava con suo padre a teatro, e l’abbandonava di nascosto per pregare sotto il portico della vicina cattedrale, ritornando di nuovo prima di terminare la funzione.

Dio toccò il suo cuore per mezzo di una grave malattia. Terrorizzato, promise che se guariva avrebbe abbandonato la vita che portava. Guarì, ma non compì la sua parola. Con tutto ciò, suonò alla porta dei gesuiti, e benché fosse accettato pensò che gli conveniva una comunità più rigorosa. Nuovamente stette per morire, e sicuro che sarebbe guarito mantenendosi fedele a Dio, toccato dall’esempio del beato Andrea Bobola, al quale aveva chiesto una mediazione, effettivamente guarì. Solo avrebbe dovuto mantenere la sua promessa entrando dai gesuiti. Tuttavia, lasciò passare altro tempo.

Perse allora la sorella che più amava in conseguenza di un’epidemia di colera, e l’interpretò come un segno divino improrogabile. Di modo che, comunicò a suo padre la decisione che avrebbe dato la rotta definitiva alla sua esistenza. A suo padre sembrava che un giovane tanto mondano come lui non si sarebbe abituato così facilmente a quella forma di vita e avrebbe desistito prontamente dal suo impegno.

In quell’epoca intervenne Maria. Il 22 agosto1856, quando Francesco assisteva alla processione della “Santa Icone” in Spoleto, dove risiedeva, la Vergine gli disse: “Tu non sei chiamato a restare nel mondo. Che cosa fai, dunque, in esso? Entra nella vita religiosa”. Ed il 10 settembre 1856, a 18 anni, entrò nel noviziato passionista di Morrovalle (Macerata). Professando prese il nome di Gabriele dell’Addolorata.

Effettivamente, così come suo padre aveva pensato, la differenza tra la vita che aveva vissuto e quella conventuale gli costò grandi sforzi a tutti i livelli. A niente somigliava la frugalità di un tavolo sul quale si stendevano umili vivande con gli appetitosi bocconi che aveva gustato nella sua casa. Gli orari, la disciplina… superò tutto. E dopo fece notare nei suoi scritti: “L’allegria e la gioia che porto dentro queste pareti sono indicibili”. si formò a Preveterino, Camerino ed Isola, felice di potere diventare sacerdote, ma Dio aveva altri piani per lui.

Non si lamentò mai, sopportò santamente le umiliazioni, e fu ammirato dai suoi fratelli per la gentilezza del suo trattamento, il suo fervore e la fedeltà nel compimento di quello che gli era indicato. “Quello che più mi aiuta a vivere con l’anima in pace è pensare alla presenza di Dio, il ricordare che gli occhi di Dio mi stanno guardando sempre e le sue orecchie mi stanno sentendo ad ogni ora e che il Signore pagherà tutto quello che si fa per lui, anche solo regalare ad un altro un bicchiere di acqua”, diceva.

Rifugiato in Cristo, e tanto lontano della notorietà, bruciò perfino le note delle sue esperienze mistiche che erano state ricolme di favori celestiali. Paziente, umile ed ubbidiente seppe trarre vantaggio dalle mortificazioni e penitenze, crescendo nella santità attraverso il dominio della volontà nelle piccole cose che accadevano giorno dopo giorno.

Sul punto di essere ordinato sacerdote nel 1861, contrasse la tubercolosi. Aveva presenti la Passione di Cristo e l’avevano consolato “Le glorie di Maria” di sant’Alfonso Maria de Liguori che accrebbero la sua devozione per la Vergine. Dopo un anno di sofferenze, offerti come vittima espiatoria a Cristo, dando eroica testimonianza di pazienza e di conformità in tanto doloroso processo, morì a Isola del Gran Sasso (Teramo) il 27 febbraio 1862.

Fu canonizzato il 13 maggio 1920 da Benedetto XV.

 

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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