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Che ne dici di un posto in cui si realizzano i sogni?

de 18 de agosto de 2026No Comments

Diario dal campeggio della Gioventù Idente, Larniano (AR) 2026.

Da piccoli ti insegnano a sognare. Ti incoraggiano a seguire i sogni e a realizzarli, e tu cresci con l’idea che questo sia davvero possibile. Poi scopri una realtà diversa, che non riesce ad accogliere i sogni perché troppo intenta a perseguire i propri scopi. Ti ritrovi in una società dove ognuno pensa a sé stesso, e va avanti per la sua strada facendo i propri interessi. Allora ti si presenta un bivio: o sopravvivi oppure rincorri una chimera.

All’età di 34 anni ho scoperto qualcosa: realizzare i sogni è possibile. A luglio, sono andata al campeggio della Gioventù Idente a Larniano (AR) dove ho convissuto per una settimana con bambini e ragazzi tra i 9 e 18 anni, e con Missionari Identes di tutta Italia. Mi hanno insegnato che ciò che sogni può diventare realtà.

Anno scolastico 2025/2026. Sono educatrice di sostegno in una scuola elementare e vedo tante vite sfrecciarmi davanti. Ogni bambino è un abisso di gioie e dolori; una storia che vuole essere ascoltata, vista, accolta. Con le poche forze che ho mi concentro su chi mi è stato affidato e cerco di dare il meglio con chiunque incontro.

Stare accanto alla sofferenza dei piccoli non è facile: separazioni, ansie, aspettative, sentirsi di non valere già all’età di 10 anni. Tra una preghiera e l’altra si fa strada la certezza di un’impotenza: da sola non posso fare più di così. Eppure guardarli nelle loro potenzialità di bene e di gioia e vederli bloccati in un mondo di adulti distratti, fa male. Troppo male per accettarlo. Cosa posso fare? Che cosa posso offrirgli? Ma certo! Non posso offrire se non ciò che ho ricevuto. E la cosa più bella che ho e che posso offrire a un bambino o a un giovane è la mia famiglia. La Gioventù Idente: una gioventù che cammina dentro ai più grandi valori umani; una gioventù che crede nell’amore.

Tre vite, un ideale.

K. è una bambina molto timida, profondamente impaurita dall’idea che il giudizio degli altri possa incontrarsi con le proprie difficoltà e possa posarsi sulla sua persona, togliendole il proprio valore. Per questo non parla mai, non propone alcun gioco, non prende iniziative, non risponde alle domande che richiedono una risposta di fronte a un gruppo di persone.

Mi ha toccato molto il momento in cui ho visto K. ballare insieme a tutti. Era tenera, mentre ci provava, aiutata da Vittoria, e si guardava attorno cercando di seguire il ballo”, dice Ruth, l’infermiera del campo.

Lei ci ha provato, ed è riuscita ad uscire dalla sua timidezza. Si è fidata totalmente di chi le ha detto che lì, al campeggio, sarebbe stata accolta per quella che era senza nessun giudizio né critica. Si è fidata e si è lanciata. Ha fatto un disegno che ha presentato a tutti l’ultima sera: lei, da sola sotto i riflettori, ha spiegato il proprio disegno davanti a tutti. Ha tradotto in LIS una canzone cantata da un’altra bambina, ha affrontato un dialogo a tu per tu con un bambino sconosciuto circa la propria esperienza di vita.

Non scorderò mai il suo sorriso: il sorriso della libertà. Il sorriso di chi finalmente può essere sé stesso senza paura.

M. viene da un passato sofferente. Ha dovuto affrontare tante difficoltà che si sono riversate dentro di lui come un fiume in piena, e a lungo andare ha perso la fiducia nelle proprie capacità. Gli è difficile relazionarsi, e rimane sempre chiuso nel suo mondo interiore, si lascia andare velocemente alla tristezza e fatica a uscirne fuori. Ancora non ha scoperto i suoi talenti e le infinite possibilità che si porta dentro.

Mi ha colpito come M. abbia resistito fino all’ultimo giorno, nonostante volesse chiamare la mamma per tornare a casa. Lui è rimasto, ci ha provato fino in fondo”, dice Daniele, uno dei Professori del campeggio che è stato accanto al bambino durante i momenti di malinconia.

In una delle sue crisi quotidiane ha prodotto un disegno in cui rappresentava un bambino solo, che veniva consolato da un altro bambino, ed entrambi trovavano la propria felicità nella presenza reciproca. Lo ha esposto a tutti e ha guadagnato il 3° posto nel concorso di disegno dei “Giochi Fioriti”, l’evento conclusivo del campeggio dove vengono premiati i talenti.

Finalmente ha scoperto uno dei suoi talenti: creare bellezza dal fango della propria sofferenza, come un fiore di loto.

A. è un ragazzino sordo abituato a vivere nel suo mondo, con la sua cerchia di amici. Frequenta una scuola con bambini che hanno esigenze estremamente diverse dalle sue, costituendo per lui un mondo a parte, non sempre accogliente e accessibile come si vorrebbe. Il senso di esclusione è dietro l’angolo e non c’è sempre una sensibilità capace di accoglierlo per quello che è: un ragazzo con interessi, passioni, emozioni.

“Sono rimasto molto toccato da A., da come si è lasciato coinvolgere in tutte le attività, da come si è aperto nei confronti di tutti”, racconta Joaquin, uno dei Missionari Identes presente al campeggio.

A. ha due occhi grandi, che seguono ogni movimento, e vedono nel profondo. Ho visto il suo sguardo illuminarsi e rapirsi verso ciò che gli parlava di Dio: una canzone interpretata in LIS, un’emozione trasmessa.

L’ho visto ridere e giocare con ogni bambino, parte di questo tutto più grande, come fosse a casa, come fosse in famiglia.

In un momento, parlando con lui, gli chiesi: “Qual’è la cosa che ti piace di più di questo campeggio?”, e lui mi rispose: “il fatto che ci siano bambini sordi, che ci sia lo sport, il divertimento”. Poi domandai: “Prima di questo campeggio eri abituato a stare con bambini udenti nello stesso modo che qui in campeggio?”, e lui mi rispose: “più o meno”, poi disse “in realtà, non tanto”.

In quel momento capii che se fosse tornato a casa anche solo con l’idea che una relazione senza barriere tra sordi e udenti fosse possibile, sarebbe stato il regalo più grande che avremmo potuto fargli.

Queste sono solo alcune storie che il campeggio ha saputo trasformare, ma ogni singolo bambino e ragazzo che ha partecipato, si è portato a casa un tesoro che non potrà mai più dimenticare.

I Professori: una risorsa d’amore

Letizia, Matteo, Lorenzo, Tommaso, Alessandro, Samuele, Bianca, Margherita, Alessia, Alice, Nicolò, Rebecca, Vittoria, Pato, Gabriele, Daniele, Mavi, Anita, Cyrille, Greta, Letizia, Martina, Nicole, Susan, Emanuele sono il grembo d’amore che ha accolto questi e tantissimi altri bambini.

Anche i Prof, a loro volta, sono stati bambini feriti, carichi di pesi; si sono sentiti amati e hanno scelto di spendersi per regalare quella sensazione ad altri. Ciascuno di loro continua ad affrontare le proprie sofferenze con coraggio, finché non ha trovato un senso nuovo per la propria vita, per poter raccontare ai più piccoli che arrendersi non è una soluzione, che bisogna rimanere fedeli anche se tutto sembra inutile. Sono stati bambini derisi, o impauriti dalle critiche, hanno lottato per diventare forti e poter dire a questi piccoli: “Tu vali, perché sei tu e sei bellissimo così come sei”.

Li ho visti come si sono impegnati per accogliere per la prima volta un gruppo di bambini sordi che avrebbero partecipato al campeggio. Non avevano strumenti ma si sono rimboccati le maniche, hanno cercato di imparare il più possibile la Lingua dei Segni Italiana, hanno dedicato tempo, sforzo per capire quale fosse il modo migliore di costruire le attività in modo accogliente per tutti. Hanno saputo amare quei bambini prima ancora di conoscerli e hanno continuato durante le lunghe giornate che abbiamo trascorso tra camminate nei boschi, spirito di squadra e pianti di nostalgia.

“È stato molto bello vedere l’unione che c’era tra di voi e che si è fatta evidente durante la camminata nei boschi, quando avete creato una catena umana per permettere a tutti di scendere dalla montagna”

Quel momento è stato davvero toccante, un segno visibile di come lavorano i Professori, come un corpo unico formato da membra diverse, ognuno con la sua funzione, con la sua responsabilità ma profondamente connessi, sinergici, uniti. Questa è stata la forza del campeggio, la forza che ha permesso ai piccoli di crescere nelle loro difficoltà, di superarle, di arrivare in fondo alla settimana accumulando successi e una ricchezza interiore mai conosciuta prima.

“Il mio tocco, ciò che mi porto a casa – dice Irene – siete voi, come avete portato avanti tutto con grande cura. Ho visto realizzarsi il sogno di Fernando Rielo per la Gioventù Idente”

Si, per la prima volta alcuni di loro hanno gestito un’Area Campamentale come responsabili e così abbiamo potuto contemplare il sogno del Fondatore, Fernando Rielo, prendere vita: la Gioventù Idente, una famiglia di giovani per altri giovani.

“Avete lasciato i semi più profondi, che magari adesso i ragazzi non sanno apprezzare, ma quando saranno grandi tornerà loro in mente quella frase, quella parola, quel sorriso che voi avete seminato, e lo faranno germogliare a beneficio di un marito, di una moglie, di un figlio…si sforzeranno di vivere quel che voi avete loro trasmesso in qualche ambiente di lavoro tossico e porteranno piccoli fiori nei luoghi più aridi…non avranno un premio, ma saranno i loro veri giochi fioriti e la loro medaglia sarà la pace del cuore.. e tutto questo grazie a voi”.

Ho il cuore colmo di gratitudine e so che questa esperienza rimarrà eterna nella vita di ognuno di noi. Spero con tutto il cuore che da queste settimane di campeggio voi, ragazzi, abbiate guadagnato questa consapevolezza: insieme potete realizzare qualsiasi sogno d’amore che nascerà dentro di voi.