A portata di Vangelo

Dio stesso è la ricompensa | Vangelo del giorno, 4 gennaio

Pubblicato da 31 Dicembre, 2025Gennaio 21st, 2026No Comments

Vangelo secondo San Giovanni 1,1-18
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Dio stesso è la ricompensa

Luis CASASUS Presidente delle Missionarie e dei Missionari Identes

Roma, 4 gennaio 2026 | II Domenica di Natale

Siracide 24; 1-2.8-12; Lett.Efesini 1, 3-6.15-18; Giovanni 1, 1-18

Molto tempo fa, in Persia regnava un re saggio e benevolo. Amava il suo popolo. Desiderava sapere come viveva ognuno dei suoi sudditi. Voleva conoscere le loro difficoltà. Per questo, spesso, si vestiva con abiti da lavoratore o mendicante e visitava le case dei poveri. Nessuno di coloro che visitava pensava che fosse il loro governante. Una volta visitò un uomo molto povero che viveva da solo in un seminterrato freddo e umido. Mangiò il cibo comune che mangiava il pover uomo. Lo ascoltò e gli rivolse parole allegre e gentili; lo ringraziò per l’ospitalità. Poi se ne andò.

Più tardi tornò a visitare il pover uomo e gli rivelò la sua identità dicendo: Sono il tuo re! Pensò che quell’uomo gli avrebbe sicuramente chiesto qualche regalo o favore, ma non fu così. Invece, disse: Hai lasciato il tuo palazzo e la tua gloria per visitarmi in questo luogo oscuro e lugubre. Hai mangiato il cibo rozzo che mangiavo io. Hai portato gioia nel mio cuore! Ad altri hai dato i tuoi ricchi doni. A me hai dato… te stesso!

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Questa piccola storia può servire come una analogia dell’Incarnazione e dell’amore di Dio. Per noi, la conclusione principale è che la parte più rilevante della vita spirituale non risiede nel fatto che Dio “ci dà qualcosa” di prezioso materialmente, emotivamente o anche spiritualmente, ma in chi è Lui per noi.

Se quel re di Persia si spogliò delle sue vesti regali, Gesù, essendo Re dell’universo, spogliò se stesso, prendendo la forma di servo (Filippesi 2, 7). Dio non ci ha salvati dalla distanza di un trono, ma è sceso nel nostro “seminterrato”, nella nostra condizione umana, di dolore e povertà, per stare con noi. Il povero della storia ha capito qualcosa che per molti di noi è difficile da elaborare: Dio stesso è la ricompensa.

Oltre ad essere un fatto storico, accaduto 21 secoli fa, e questo avviene continuamente, come ci ricorda Cristo stesso, ciò che accade è che la sua presenza non è necessariamente l’arrivo di qualcuno che risolve la nostra sofferenza, ma nella persona del nostro prossimo, SEMPRE bisognoso di qualche forma di aiuto, che possiamo scoprire solo nell’orazione: Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato; nudo e mi avete vestito; malato e mi avete visitato; ero in carcere e siete venuti a trovarmi (Mt 25, 35-36).

La venuta di Cristo è qualcosa di urgente per l’essere umano, anche se a volte lo ignoriamo o addirittura lo disprezziamo. Ma, come affermò Giovanni Paolo II nella sua Esortazione apostolica Reconciliatio et Paenitentia (1984):

L’uomo – ogni uomo – è questo figlio prodigo: ammaliato dalla tentazione di separarsi dal Padre per vivere indipendentemente la propria esistenza; caduto nella tentazione; deluso dal nulla che, come miraggio, lo aveva affascinato; solo, disonorato, sfruttato allorché cerca di costruirsi un mondo tutto per sé; travagliato, anche nel fondo della propria miseria, dal desiderio di tornare alla comunione col Padre. Come il padre della parabola, Dio spia il ritorno del figlio, lo abbraccia al suo arrivo e imbandisce la tavola per il banchetto del nuovo incontro, col quale si festeggia la riconciliazione.

Tutti abbiamo una qualche forma di generosità; verso certe persone, in certi momenti, mettendo a disposizione certe abilità o talenti; ma questo non ci distingue da coloro che non hanno conosciuto Cristo. Il discepolo di Gesù, quando fa il bene, smette di essere chi era, abbandona qualcosa dei suoi piani, mette a tacere le sue urgenze. Questo è il comportamento pienamente estatico, di abbandono, di rinnegamento, che permette al nostro prossimo di sentire la presenza divina. Per questo l’atteggiamento del Maestro faceva sì che la gente si domandasse:

Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?».  (Mt 13,55-57).

Papa Leone XIV, nell’Udienza Generale del 17 dicembre scorso, ha anche descritto come avviene il nostro indispensabile incontro con Dio nel prossimo:

E l’approdo autentico del cuore non consiste nel possesso dei beni di questo mondo, ma nel conseguire ciò che può colmarlo pienamente, ovvero l’amore di Dio, o meglio, Dio Amore.

Questo tesoro, però, lo si trova solo amando il prossimo che si incontra lungo il cammino: i fratelli e le sorelle in carne e ossa, la cui presenza sollecita e interroga il nostro cuore, chiamandolo ad aprirsi e a donarsi. Il prossimo ti chiede di rallentare, di guardarlo negli occhi, a volte di cambiare programma, forse anche di cambiare direzione.

Ma noi sappiamo che, da giovane, il Nazareno imparò questo proprio da Maria e Giuseppe, che gli avrebbero raccontato la loro esperienza di fuga, di emigrazione, di vita difficile in Egitto, di lotta quotidiana per proteggerlo e dargli una formazione adeguata.

È molto appropriato che contempliamo il presepe e, prima di ascoltare gli insegnamenti di Gesù, torniamo ad ammirare ciò che significa. Come accadde quando un’insegnante invitò i suoi alunni a costruire un presepe in un angolo della loro aula. Gli alunni erano entusiasti mentre montavano la piccola stalla, coprivano il pavimento con vera paglia e posizionavano tutte le figure. Un bambino piccolo non si stancava di guardare il presepe. Era completamente assorto, con un’espressione di smarrimento sul volto. L’insegnante si accorse di lui e gli chiese: C’è qualcosa che non va? Hai qualche domanda? Con gli occhi ancora fissi sul piccolo presepe, il bambino disse lentamente: Quello che vorrei sapere è, se è così piccolo, come ci sta Dio dentro di lui?

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Potrebbe sembrare che le tre letture di oggi non abbiano alcun collegamento immediato. Ma analizziamo le prime due per vedere come rimandano direttamente al testo evangelico.

Il Libro del Siracide presenta la Sapienza come una voce che proclama la sua origine divina: la Sapienza loda se stessa e si gloria in mezzo al suo popolo. Cioè, la Sapienza ha un posto nel regno celeste, ma sta per manifestarsi pubblicamente. In primo luogo, Dio comanda alla Sapienza di “piantare la sua tenda su Giacobbe” e di “stabilire la sua eredità in Israele”, il che significa l’incarnazione della Sapienza nella storia concreta di un popolo. Questo anticipa il mistero del Verbo incarnato in Cristo, “il Verbo che venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).

Questo è così vivo che chiamiamo “sapienza”, anche uno dei doni dello Spirito Santo quella luce che non abbaglia, ma piuttosto indica – come un sottile raggio laser – ciò che è più appropriato in ogni momento per essere fedeli al regno dei cieli. La saggezza non è una filosofia o una conoscenza umana, ma una realtà divina che dimora in colui che apre le porte della sua anima.

La Seconda Lettura è un’entusiastica riflessione di San Paolo, in cui egli cerca di mostrarci come facciamo parte del piano divino, che ha iniziato a manifestarsi in modo unico a Betlemme.

Innanzitutto, ci ricorda il piano eterno di Dio (vv. 3-6) e poi prega affinché noi credenti possiamo comprenderlo e viverlo (vv. 15-18).

Paolo inizia con una dossologia: Benedetto sia il Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo,sottolineando così che ogni autentica benedizione viene da Dio e ci è concessa in Cristo.

Dio ci ha scelti “prima della creazione del mondo” per essere santi e immacolati. Questo dimostra che la vocazione cristiana non è casuale, né una nostra scelta o preferenza, bensì parte di un piano eterno. Ancora più chiaramente, ci dice che siamo predestinati a essere figli per mezzo di Gesù Cristo. Non siamo solo creature, ma anche famiglia di Dio. Non si tratta semplicemente di un onore o di un’importante affermazione dottrinale, ma di una responsabilità che accettiamo: essere eredi di una missione.

Pertanto, l’intero progetto mira alla gloria della grazia divina, cioè all’essere “grati nell’Amato”. La vita cristiana può essere intesa come una grata risposta a tale grazia; è un dialogo di sentimenti, parole e azioni.

Nella seconda parte, Paolo riconosce la fede e l’amore della comunità di Efeso e prega costantemente per loro. Non basta amare e pregare per il prossimo; è necessario che il fratello o la sorella lo sappiano. Don Bosco voleva trasmettere qualcosa di simile quando affermava: “Non basta amare i figli; devono rendersi conto che sono amati”, che l’amore deve essere comunicato e sentito dal giovane

Ciò si adatta perfettamente a ciò che il nostro Fondatore descrive come il cammino con Cristo verso Dio Padre: progresso nella coscienza filiale, accoglienza e sensazione di essere amati da un Padre eterno. La fede non è semplice “adesione”, ma crescita, sviluppo nella conoscenza spirituale che diventa tangibile e visibile agli altri, come accadde a Gesù, che cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Lc 2, 52).

Anche qui Paolo parla di un’illuminazione interiore, “gli occhi del nostro cuore”: significa che la comprensione spirituale, la Sapienza, non è meramente intellettuale, ma un’esperienza trasformatrice che tocca tutta la nostra anima, ed è necessariamente legata alla speranza e alla carità.

Che questa seconda domenica di Natale sia un’opportunità per avvicinarci a Cristo, il Verbo incarnato, nella sua pienezza: come Dio e come uomo, come Bambino innocente e come adulto che dona la sua vita, come Maestro e come Figlio obbediente al piano divino.

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Nei Sacri Cuori di Gesù, Maria e Giuseppe,

Luis CASASUS

Presidente