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Santo

San Francisco Fernández de Capillas, 15 gennaio

By 14 Gennaio, 2024No Comments
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“L’impressionante testimonianza di un domenicano, ardente apostolo e grande asceta, che non risparmiò sacrifici per diffondere la fede in Cina, finendo per essere il primo martirizzato in quel paese. E’ un riferimento inequivocabile per ogni missionario”.

 

 

Solo l’accecamento di colui che vive immerso nell’odio può tacciare di disobbedienza quello che è uno sfoggio di coraggio ineguagliabile e per molti incomprensibile. Francisco consumò in Cina il suo amore per Cristo spargendo il suo sangue con l’intervento di coloro che non seppero scorgere la grandezza di un cuore pieno di gioia davanti all’avventura quotidiana di vivere e diffondere la fede intorno a sé. Il suo ardore apostolico è tutto quello che poteva brandirsi contro di lui quando fu condannato. Orbene, è chiaro che non si arriva a finire il calice in quell’ora suprema senza essere disposti a compiere la volontà di Dio giorno dopo giorno. La fortezza sulla quale si appoggia una vocazione quando si nutre della orazione e della donazione senza palliativi emerge con tutto il suo vigore nell’istante definitivo, e questo lo hanno percepito tutti quelli che si abbracciarono alla palma del martirio in difesa della loro fede, come successe a Francisco.    

 

La traiettoria umana di questo primo beato martirizzato in Cina incominciò il 15 agosto 1607 nella località di Baquerín de Campos (Palencia, Spagna), quando vide la luce per la prima volta, chiudendo col suo arrivo il numero di figli che rallegrarono quell’umile casa benedetta con altri quattro rampolli precedenti. Abituato da bambino col carisma domenicano che ebbe occasione di conoscere a Palencia, vide in esso la via ottima per incanalare la propria vita, per cui si trasferì a Valladolid entrando a 17 anni nel convento di San Paolo. Il suo arrivo coincise per l’Ordine in un momento di espansione per l’America e l’Estremo Oriente. Sentendo l’urgenza del suo zelo apostolico si offrì volontariamente per partire in una spedizione composta da una trentina di giovani, tutti domenicani, che non dubitavano di voler dare il meglio di sé in quel lavoro evangelizzatore, spiegando i loro sogni ed illusioni senza paura nella lunghissima e complicata traversata che li aspettava. Quell’anno 1631, fortemente afferrati alla croce e pieni di allegria, iniziarono il viaggio per il Messico. Numerosi contrattempi e fatiche rallentarono il viaggio fino a che arrivarono a Manila, il loro destino finale, quando stava per compiersi un anno dalla loro partenza.     

Francisco che non era stato ancora ordinato, ricevette questo sacramento nella capitale filippina. Aveva 25 anni e durante quasi una decade rimase nella missione di Cagayán, a Luzón, alimentando nel suo cuore l’anelito di andare in Cina. Intuendo quello che poteva aspettarlo lì, curava la sua salute spirituale con ogni rigorosità. Non poteva lasciare spiraglio alcuno affinché penetrasse la vacillazione e la paura, sentimenti che non albergavano in lui, ma che non sono lontani da quelli che si propongono di seguire Cristo. Egli stesso riconoscendo umilmente che non era libero da queste debolezze chiedeva le preghiere dei suoi: “Che preghino per me, tutti, affinché mi dia il nostro Dio Signore valore, semmai si offrisse il tornare a soffrire per Lui maggiori tormenti di quelli sofferti e glorificarlo per la morte che a tutto sono disposto nella volontà di nostro Signore”. Francisco sapeva come si combattono le debolezze umane: fronteggiandole, senza dare spazio ai desideri personali. Buon conoscitore degli interstizi della vita spirituale, viveva con stretta austerità. La durezza del clima l’aiutava in questa filigrana che tracciava sopra la sua attività: il sole asfissiante e la scomoda presenza di una torma di insetti erano alcuni dei suoi alleati in questa battaglia giornaliera. Una croce di legno il suo letto per gli scarsi momenti che si concedeva di riposo; il resto, orazione ed intensa vita apostolica. Così arrivò nel 1642 a Ma-kién, dopo essere approdato a Formosa.    

Il suo penoso stato di salute accentuato dalle mortificazioni, febbri quartane, e molte altre difficoltà, non gli impedirono di proseguire. Fermamente risoluto a dare tutto per Cristo affrontava la sua attività con infrangibile fede e l’assoluta convinzione che stava compiendo la volontà divina: “… è Dio nostro Signore quello che qui mi ha portato”… […] “non bastano aspetti umani per tirarmi fuori di qui fino a che non arrivi l’ora in cui nostro Signor Gesù Cristo ha deciso di tirarmi fuori”. Per le sue molte virtù che non passavano inosservate nella comunità cristiana, lo denominavano “santo Capillas”. Seppe farsi uno con quelli che lo circondavano e fu di riferimento per i fedeli ed esempio da seguire. La sua fortezza era bastione al quale i deboli si appoggiavano. Era cosciente del valore che racchiude l’autorità morale: “vedendomi tutti soffrire con uguaglianza d’animo…. “.     

Quando lo catturarono, aveva appena lasciato i malati che normalmente assisteva. Essi e quelli che soffrivano per qualunque motivo ottenevano la sua consolazione: “… io riparto con essi (quelli imprigionati) quello che mi danno e li servo in quello che mi comandano e mi ritengo molto felice in ciò”. Dominava già la loro lingua ed aveva suscitato numerose conversioni a Fogán, Moyán, Tingteu ed altre città. Fu trattenuto per due mesi nei quali fu sottoposto a crudeli tormenti, fino a che il 15 gennaio 1648 morì decapitato. Le sue ultime parole, dirette al giudice, furono: “Io non ho mai avuto un’altra casa che il mondo, né un altro letto che la terra, né un altro alimento che il pane che ogni giorno mi ha dato la Provvidenza, né un’altra ragione di vivere che lavorare e soffrire per la gloria di Gesù Cristo e per la felicità eterna di coloro che credono nel suo nome”. 

Pio X lo beatificò il 2 maggio 1909, e Giovanni Paolo II lo canonizzò il 1° ottobre del 2000.   

  

    

 

 

TRADUZIONE ITALIANA
Isabel Orellana Vilches, Gesta d’amore (Epopeyas de Amor)

© Isabel Orellana Vilches, 2018
Autora vinculada a

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