Beata Celestina (Catalina) Faron, 9 aprile

By 8 Aprile, 2021Santo

“Offrì la sua vita per una vocazione sacerdotale, sperando che il vescovo disubbidiente per il quale pregava incessantemente, si riconciliasse con la Chiesa e così fu. Fu massacrata nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau”.

Celestina, nome preso professando nella congregazione delle Piccole Serve dell’Immacolata Concezione, fu beatificata insieme a Natalia Tulasiewicz da Giovanni Paolo II il 13 giugno 1999. Furono le due uniche donne che componevano il gruppo di 109 martiri. Chi lo avrebbe mai detto alla religiosa che avrebbe condiviso questo alto onore col suo fondatore, Edmundo Bojanowski! Ma così lo decise la divina Provvidenza che andò guidandola fin da piccola al cammino della piena consacrazione.    

Nacque nella città polacca di Zabrzezy il 24 aprile 1913. A 5 anni perse sua madre e si trasferì a casa di alcuni parenti che badarono a lei con vera tenerezza. In questa nuova casa illuminata dalla fede si impregnò dell’amore di Dio sentendosi sempre di più vicino a Maria, che aveva scelto come Madre nel suo cuore. Il suo affetto per Teresa del Bambino Gesù avrebbe avuto grande trascendenza spirituale nella sua vita. A 16 anni, disposta ad offrire povertà, obbedienza e castità, particolarmente quest’ultima fino alla morte, chiese di essere ammessa nella congregazione delle Piccole Serve. Nel 1930 iniziò il noviziato nella casa madre. Una delle linee di questo carisma si trova nell’ambiente rurale dove forniscono educazione ai contadini e ai loro figli attraverso scuole gratuite ed officine di formazione professionale. Allo stesso tempo inculcano i principi della fede. Cosicché la beata realizzò corsi a Lviv, Poznan e Przemysl che le permettevano di aiutare gli altri col rigore dovuto, senza trascurare la catechesi.     

Nel 1936 ottenne l’abilitazione in giardinaggio. Continuava a lasciare il sedimento della sua delicatezza con la sua forma di trattamento dispensato agli altri, sempre colmo di attenzioni. Nel 1938 fu destinata a Brzozow dove avevano un giardino d’infanzia. Si mise a capo dello stesso. I bambini furono i “suoi grandi tesori”. Condividevano il suo cuore insieme ai malati, un’altra delle sue debolezze. Per la sua eccellente attività fu riconosciuta e rispettata nella città. Era una donna intelligente, discreta e valorosa. Era al corrente delle vicissitudini della storia e, come no, di quello che accadeva nella Chiesa. L’animava lo zelo apostolico con quel visibile affanno di conquistare le persone per Cristo.     

Trovandosi a Lviv accadde un fatto doloroso al quale diede una risposta simile a quella offerta da Teresa di Lisieux. Seppe che un antico vescovo cattolico, Wladyslaw Marcin Faron, il cui cognome coincideva col suo benché non li unisse parentela alcuna, aveva apostatato dalla Chiesa. E davanti alle sue sorelle di comunità offrì la sua vita per la conversione del prelato. In modo tassativo, cosciente delle conseguenze di tanto magnanimo gesto, confessò che era disposta a morire per lui. Nel 1938 era stata eletta superiora del convento. Ed il suo grande lavoro fu più che visibile nell’orfanotrofio che dirigeva. Durante alcuni anni tentò di alleviare le gravi carenze che portò con sé il nazismo e di infondere speranza nei cuori spaventati di tanti. Nel 1942 fu denunciata alla Gestapo. Il proprietario dell’edificio che occupavano era un attivista politico che aveva prestato una delle stanze a membri principali dell’organizzazione ed il lavoro che portavano a termine rimase allo scoperto. Una delle sorelle le consigliò di fuggire, ma ella pensò a quelli che non avevano avuto possibilità di scappare e sulla ripercussione che la sua sparizione avrebbe potuto avere per il resto della sua comunità. E si dispose a materializzare la promessa che fece abbracciandosi alla croce. Senza dubitare, si presentò davanti alla Gestapo.     

L’aspettava un cammino di atroci sofferenze. Da quando iniziò la sua detenzione alla fine di agosto del 1942 passò per le prigioni di Jaslo e di Tarnow fino a che il 6 gennaio 1943 fu trasferita ad Auschwitz-Birkenau. Condannata ad essere meno che un numero – quello che le tatuarono fu il 27989 -, fu reclusa nel blocco 7. La morte sarebbe arrivata lentamente, benché l’acciaio dell’odio che accompagnava i suoi sobillatori non riuscisse a penetrare nel suo cuore. La frusta, il fango, il freddo, l’inazione, nauseabondi roditori ed insetti in mezzo ad un immondo spazio abitato dal terrore e dall’angoscia erano condivisi da altre persone ingiustamente recluse nel lugubre campo di concentramento. Contrasse il tifo, la scabbia, e vide come si apriva la cicatrice di un antico intervento lasciando all’aperto nell’inguine una piaga suppurante che non si poteva chiudere e che le permetteva appena di mantenersi in piedi.     

Condotta al blocco 24, abbandonata nel suo dolore dai crudeli carcerieri, affrontò una tubercolosi con emorragie ricorrenti che si univano alla peste, alla mancanza di alimenti e di acqua accentuando il suo calvario. I più colpiti dalle piaghe erano quelli che si trovavano nelle cuccette rasoterra, come la sua. Ma ella, in mezzo a tanta sofferenza, si sforzava di incoraggiare coloro che aveva al suo fianco e ringraziava per le dimostrazioni di solidarietà e bontà che riceveva dai suoi sfortunati compagni. Quelli che sopravvissero, impressionati dalla la sua conformità, fiducia, mansuetudine, umiltà e fortezza davanti a tanta calamità, sarebbero stati testimoni della sua causa. Ringraziava Dio per potergli offrire il suo infortunio. Considerava che stava compiendo la sua volontà.     

Normalmente pregava il rosario che aveva realizzato con briciole di pane, ed offriva le sue preghiere per la conversione dei peccatori, la sua congregazione, il suo paese e per i sacerdoti dell’accampamento che erano torturati e portati al crematorio; si affliggeva che non potessero officiare la messa. Inoltre, pregava per l’artefice di tanta tragedia: Hitler. La cosa più importante per lei era ricevere la comunione. Clandestinamente un sacerdote gliela diede il giorno 8 dicembre 1943. La considerò il suo viatico. E mossa da un’antica convinzione che non sarebbe morta prima di prenderla, comunicandosi seppe che la sua fine era vicina. Morì il 9 aprile 1944. Più tardi il prelato per il quale diede la sua vita, si riconciliò con la Chiesa.

Fu beatificata da Giovanni Paolo II il 13 giugno 1999.

© Isabel Orellana Vilches, 2018
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